Fauda vs Corvi Neri

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26 luglio 2018

A lezione di propaganda, tra Daesh e occupazione israeliana

Qualcuno ha detto che il senso degli intellettuali sarebbe quello di non lasciare mai che a scrivere la storia siano solo i vincitori. Perché, troppo spesso, ai vincitori non è dato il dono dell’autocritica, anche quando le ragioni del conflitto erano le più nobili. E la madre della propaganda è sempre incinta.

Rispetto alla cosiddetta ‘guerra al terrorismo’, iniziata nel 2001 e che ancora non ha finito di sommergere milioni di civili con le sue conseguenze, però, vincitori non ce ne sono. O forse un vincitore c’è: la propaganda.

Nel settore propaganda, però, come in ogni ambito dell’agire e del fare umano, ci sono modalità diverse, almeno per efficacia. Il media principe di questi anni, ancora egemone, nonostante l’era dei social, è la televisione, seppur magari nella sue forme on demand come Netflix.

Un confronto interessante in questo senso è quello tra due serie tv, giunte entrambe sulla piattaforma globale, che hanno fatto parlare molto di sé: Corvi Neri e Fauda.

La prima è una serie ambientata a Raqqa, la città siriana eletta capitale dell’autoproclamato Stato Islamico, la seconda in Israele e Palestina. I punti di contatto sono quelli di aver utilizzato interviste e fatti reali (anche se in Fauda viene negato) per scrivere le sceneggiature e di essere dedicate a corpi scelti.

I corvi neri a cui fa riferimento il titolo (al-Gharabeeb al-Soud in arabo) sono i militanti del Califfato che lavorano nelle speciali unità di intelligence interna ed esterna, mentre Fauda (parola araba per caos) si utilizzava per quello che stava accadendo nei territori palestinesi prima del 1987, quando ebbe inizio la Prima Intifada. Era il codice utilizzato per identificare lo status della copertura di una particolare unità militare israeliana (mista’arvim) che – in ogni modo – si infiltrava nel tessuto della vita quotidiana palestinese con missioni d’intelligence. Era Fauda, caos, quando l’unità veniva scoperta.

Andiamo con ordine. Corvi Neri è stata trasmessa per la prima volta in Arabia Saudita, nel 2017, nonostante la puntata pilota fosse stata realizzata nel 2015. Ufficialmente, il ritardo è stato dovuto alle minacce ricevute da produzione e attori.

A realizzarla il Middle East Broadcasting Center (MBC), principale emittente privata a capitale saudita con base a Dubai, come prodotto di punta per il Ramadan, periodo d’elezione per le soap opera (musalsalat) che riuniscono le famiglie davanti alla tv, dal pasto di rottura del digiuno al tramonto (iftar) a quello poco prima dell’alba (suhur). Con introiti pubblicitari da capogiro. Tanto che, secondo i produttori, Corvi Neri è costata 10 milioni di dollari, spesi in 18 mesi di lavoro in Libano, dove son state girate le puntate.

Premessa: qui non si ambisce, per mancanza di competenze, a giudicare il valore televisivo dei due prodotti, ma a comprenderne le dinamiche di narrazione e contro narrazione che animano i due progetti. Perché, sulla carta, di contro narrazione si tratta, per esplicita dichiarazione dei vertici della produzione saudita.

Ambientata a Raqqa, la capitale del Califfato, ormai travolto militarmente, ma non per questo distrutto nei suoi meccanismi attrattivi, la serie puntava a mostrare il vero volto di Daesh, la sua corruzione, la sua violenta, gratuita e crudele interpretazione dell’Islam, il marcio di quello come di ogni altro stato e le buone intenzioni di tanti ingenui che l’hanno sposato, restandone poi delusi o uccisi.

Lo ha detto, come spiega benissimo Donatella Della Ratta in un suo articolo per Left, Alì Jaber, direttore del gruppo MBC, a Washington, invitato dal segretario di stato americano Rex W. Tillerson. Un meeting di una coalizione globale di cervelli (o presunti tali) impegnati nella lotta al terrorismo: diplomatici, politici e personalità dei media.

Jaber, noto in tutto il mondo arabo per il suo ruolo di giudice nel talent show Arabs got talent, ha sottolineato come l’obiettivo della serie era ‘arruolare’ una selezione di star del cinema e della televisione araba contro la narrazione dominante di Daesh, che ha dimostrato di saper utilizzare i media in modo efficace. “E’ importante risvegliare la gente e far vedere che l’islam non è quella roba lì”, ha dichiarato in un’intervista al New York Times una delle protagoniste, l’attrice saudita Marwa Mohamed.

Tillerson ha sottolineato il ruolo chiave dei partner musulmani – Arabia Saudita ed Egitto in testa – nel combattere il messaggio di terrore di Daesh, anche mediaticamente.

Il grande media di riferimento del mondo arabo che non vede alcun vantaggio in una politica di prossimità alle strategie Usa, al-Jazeera, perché finanziata dal Qatar e perché è sulla denuncia del fallimento della strategia occidentale in Medio Oriente che ha puntato da sempre, ha duramente criticato l’operazione, incassando la consueta accusa di prossimità al terrorismo.

Il problema è che la narrazione (di Daesh) è tossica, rischia di esserlo anche la contro narrazione (dei Corvi Neri). Quel che emerge dalla visione della serie, al di là del prodotto in quanto tale, è la pochezza del messaggio alternativo.

Detto che milioni di musulmani in tutto il mondo lo sanno benissimo che Daesh non è altro che l’ennesimo sistema di potere che si abbatte sulle loro vite, detto che la gran parte delle cose raccontate nella serie – dalla corruzione alla violenza – sono ormai note a tutti, non c’è stata nessuna autocritica di quei sistemi – uguali e contrapposti – che combattono Daesh.

I protagonisti, donne in maggioranza, si uniscono a Daesh per recuperare figli, per vendetta, per fuggire, ma non vengono mai analizzate – neanche da lontano – le dinamiche di quei regimi (monarchie del Golfo in primis) che con le loro strutture di potere hanno alimentato il reclutamento non meno delle folli guerre Usa.

Non una parola sull’ossessione dell’identità sunnita di essere schiacciata tra Teheran e il Mediterraneo, delle violenze quotidiane dell’impunito Israele, della guerra fredda tra Iran e Arabia Saudita, dell’utilizzo sconsiderato che quei regimi (Assad in testa) ha fatto del fondamentalismo islamico e dei fondamentalisti stessi, usati e scaricati da decenni a seconda delle convenienze, che affiancati al potente messaggio rivoluzionario di giustizia sociale hanno fatto le fortune di Daesh.

 

Se le leadership arabe non capiranno questo, non potranno che rimandare l’ennesima scossa, che cambierà nome, non sarà al-Qaeda o Daesh, ma tornerà. In Corvi Neri c’è spazio per l’ovvio: Daesh usa la religione per creare un sistema di potere. Nessuno al mondo lo sa meglio degli arabi e dei musulmani, che lo vivono ogni giorno, da decenni, sulla loro pelle. Ma se non vengono messe in discussione le dinamiche interne dei regimi che si raccontano migliori, con l’appoggio dell’Occidente, non cambierà nulla.

Pessima propaganda, quindi, ma come detto – sempre nel settore propaganda – i prodotti possono essere molto acuti, come Fauda, appunto.

La grandiosa idea di Lior Raz (ex agente reale) che interpreta Kavillio, un comandante di una Mista’arvim, e del giornalista di Ha’aretz suo coautore (Avi Issacharoff), è quella di non nascondere nulla.

Il gruppo di Kavillio si muove e pensa come i miliziani che combatte. Agisce, spesso, fuori dalla legge e ne denuncia tutta la ‘mollezza democratica’, rapisce e pesta a sangue parenti innocenti per avere un nascondiglio, se la prende con gente che non c’entra nulla con la lotta armata, si vendica e commette omicidi extragiudiziali.

E in questa schiettezza che sta la perfetta operazione di propaganda di Fauda, nel mostrare il lato oscuro, nel raccontarlo come umano e anche politico, ma proprio per questo capace di produrre empatia.

“Ci odiano, e noi odiamo loro”, senza sosta, senza fingere. E c’è tutto, la madre palestinese pro lotta armata e i due ragazzi che non ne vogliono sapere, i ricattati che si vendono per sopravvivere e i guerriglieri idealisti, i soldati fanatici e quelli fragili. C’è tutto, ma raccontato con una grammatica narrativa ed emozionale pensata per il pubblico che interessa.

Descrivere una condizione tragica e terribilmente ingarbugliata che riguarda in maniera evidente le parti che si contrappongono da decenni la rende naturale, umana, accettabile seppur dolorosa. E il tutto, però, viene raggiunto, con maestria, senza mai toccare il punto reale: l’occupazione israeliana.

La questione non è, di certo, che vada bene la propaganda buona. La propaganda è sempre un arbitro corrotto. Ma narrazioni e contro narrazioni sono sempre più parte dei conflitti sociali, politici, militari. Il modo di farla, piaccia o no, racconta molto delle possibilità di vittoria dei suoi autori.

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L'articolo di Donatella Della Ratta