Iraq, riprendersi il futuro

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14 Ottobre 2019

Intervista a una delle attiviste che ha preso parte al movimento di protesta che ha sfidato una brutale repressione in piazza

La chiameremo N. Ha trent’anni, la sua famiglia vive a Baghdad da generazioni. E’ tra gli attivisti e le attiviste che nei giorni scorsi – senza paura – hanno sfidato la repressione brutale di un movimento che chiede pace, dignità e diritti. La sua è la generazione che ha pagato un prezzo immenso all’invasione del 2003, che ha vissuto l’incubo delle guerre settarie e dell’avvento di Isis. Ma non molla.

L’ultimo bilancio è drammatico: dopo 6 giorni di proteste e il rincorrersi di cifre e voci sulle vittime, è stato lo stesso governo iracheno a tracciare un bilancio delle proteste dei giovani disoccupati contro il carovita e la corruzione: 104 i morti accertati e oltre 6mila feriti. Tra le vittime ci sono anche otto poliziotti e sono stati incendiati 51 edifici pubblici e 8 sedi di Partiti. Queste son le cifre ufficiali e c’è motivo di credere che il bilancio reale sia molto più grave.
N. ha risposto alle domande di Q Code Mag.

Come ha avuto inizio questo movimento? Quali differenze ha con quelli del passato?

Questa volta è diverso perché si tratta di una nuova generazione che ne ha avuto abbastanza di tutta questa corruzione e della perdita dei loro diritti negli ultimi sedici anni. Stiamo parlando di una generazione che ha trascorso la sua infanzia nella guerra del 2003, la sua adolescenza nella guerra settaria e i suoi 20 anni durante la guerra con l’ISIS: hanno smesso di credere in leader religiosi e vogliono solo vivere una vita normale come chiunque altro nel mondo; chiedono solo servizi decenti (acqua, elettricità, lavoro per loro quando si laureano e una casa in cui vivere) niente di più.

Come è diffuso nel Paese? Sono coinvolte persone provenienti da aree diverse o è centrato su Baghdad?

Ogni provincia ha avuto alcuni tentativi in passato, ma questa volta è stata congiunta, in quanto si sentiva che sarebbe stata più forte: l’uso della violenza è stata una motivazione per gli altri ad uscire e protestare, anche per cercare giustizia. L’uso della violenza è stata una prova per tutti gli iracheni che questa classe dirigente sta guadagnando miliardi dalle risorse del Paese e sono pronti a uccidere per questo.

Quanto possono gli attivisti della società civile irachena far sentire la loro voce?

In questa fase è difficile, in quanto questa situazione ha dimostrato a tutti che stiamo vivendo in una dittatura che è anche peggiore di quella di Saddam.

Dopo tante divisioni causate dalla politica e dalla guerra, possiamo parlare di un movimento iracheno? Senza divisioni settarie?

Se questa protesta avrà successo lo sarà, ma penso che non accadrà immediatamente, ma semplicemente le nuove generazioni non hanno più quella mentalità settaria come prima ed è stato dimostrato dalle proteste, dove ognuno sta uscendo là fuori.

Come si rapportano i partiti politici tradizionali a questo movimento? Cercano di controllarlo o ne fanno parte?

In maniera evidente non stanno cercando di controllarlo, tuttavia poiché questa volta hanno sentito che non funzionava, hanno iniziato a opporvisi dicendo che sono elementi estranei a controllarlo e che stanno distruggendo il Paese o che il partito Baath sta cercando di tornare in Iraq.

Se potessi dire quali sono i cinque punti più importanti delle richieste popolari, cosa indicheresti?

Nuovo sistema elettorale, annullando la legge attuale; riforma della legge sui partiti politici; riforma del comitato indipendente per le elezioni e le dimissioni del Parlamento e del Primo Ministro. Tuttavia, quando sono iniziate le proteste, le richieste dei manifestanti erano molto più semplici: i loro diritti,l’edilizia abitativa, i posti di lavoro.

Come puoi raccontarci della violenta repressione del movimento? E’ stata condotta solo dalla polizia, dall’esercito o da entrambi? Come si sono comportate finora le milizie settarie?

Non solo le forze irachene, ma anche le milizie iraniane (Saraya el-Khurasani) guidate da Qasim Sulaimani, anche le milizie sciite Hashd al-Shaabi, controllate dall’Iran, hanno svolto un ruolo importante nell’uso della violenza.

Quanto la tua generazione sta cercando di dare vita, almeno nelle grandi città, ad un nuovo discorso della società civile? Quanto è difficile? Quanto ci siete riusciti?

Questa generazione sta facendo del suo meglio per cambiare, ma è molto difficile. Non è semplice sradicare le mafie che gestiscono il nostro Paese oltre all’Iran, che controlla ufficialmente il governo, oltre al ruolo dell’Arabia Saudita naturalmente, ma il danno che l’Iran ha fatto al Paese è enorme.