L’angelo

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27 settembre 2018

Un film racconta la storia della spia egiziana che cambiò il corso della guerra dello Yom Kippur contro Israele nel 1973

Alle due di notte del 27 giugno 2007, la quiete del quartiere residenziale di Londra dove sorge il prestigioso Carlton House Terrace, si riempie all’improvviso di agenti, sirene, ambulanze.

Non è normale, per una strada dove vivono nel giro di pochi isolati tre ex primi ministri.

Poche ore dopo, da quella stessa strada, sarebbe passato il convoglio delle auto con le quali Tony Blair e il suo staff si recavano a Buckingham Palace per rassegnare le dimissioni.

Hanno visto un uomo precipitare dal balcone. E’ già morto quando arrivano i paramedici. L’autopsia rivelerà che la causa del decesso è la lacerazione dell’aorta in seguito alla caduta.

La vittima è Ashraf Marwan, cittadino egiziano con cittadinanza britannica, 63 anni. Di lui, cinque anni prima, non si sapeva quasi nulla. Per tutti era un businessman, con legami molto forti con il governo egiziano e il Medio Oriente in generale.

Quello che si era saputo nel 2002, grazie al lavoro di inchiesta dello scrittore israeliano trapiantato in Inghilterra, Ahron Bregman, è che Ashraf Marwan altri non era che ‘Angelo’, l’agente del Mossad che svelò i piani di attacco dell’Egitto e della Siria nel 1973, in occasione del conflitto dello Yom Kippur contro Israele. Marwan, che pure negò, divenne amico dell’uomo che aveva rivelato al mondo come il genero di Nasser (marito della seconda figlia Mona), nonché fidato consigliere di Sadat, fosse una spia d’Israele.

Un ritratto di famiglia: a destra Nasser, al centro la figlia Mona e a sinistra Ashraf Marwan

Dal loro rapporto nacque il libro The Spy Who Fell to Earth: My Relationship With the Secret agent Who Rocked the Middle East. Prima c’era stato il documentario Ekhterak, del giornalista egiziano Amr Ellissy, e infine – nel 2016 – anche Uri Bar-Joseph, professore universitario arabo israeliano, ha pubblicato un romanzo su Marwan: The Angel: The Egyptian Spy who saved Israel.

E’ proprio da quest’ultimo lavoro che è stato tratto il film L’angelo, prodotto e disponibile sulla piattaforma Netflix. Recitato in arabo, inglese e ebraico, girato tra Bulgaria, Marocco e Inghilterra, costato oltre 12 milioni di dollari, racconta la storia di Ashraf, dall’inizio.

Ricco, bello, giovane e potente, ma con il demone del gioco d’azzardo e della bella vita. Inviso a Nasser, almeno secondo le ricostruzioni, in perenne bisogno di contante, alla fine vende il suo paese per denaro. Ma in realtà, sia la memorialistica israeliana che quella egiziana (dopo la pace firmata con Israele che costò la vita a Sadat), hanno preferito ricordarlo come un benefattore dell’umanità.

Un benefattore che, secondo l’autopsia, imbottito di antidepressivi, nel 2007 vola dalla finestra, senza scarpe e – secondo un testimone oculare – in presenza di altri due uomini sul balcone.

Il film ha il grande torto di ignorare la fine, ma restituisce un interessante affresco politico e umano del tempo. Sadat in un angolo, con l’Urss che non vuole imbarcarsi in avventure senza sbocco e gli Usa che parteggiano per Israele. Ha perso nella guerra dei Sei giorni il Sinai, come la Siria ha perso le alture del Golan. Il grande Nasser, al quale il popolo egiziano perdonava tutto o quasi, non era più là a far da parafulmine, un colpo di Stato sembrava dietro l’angolo.

L’unica opzione, tra mille intrighi di palazzo, per Sadat è riconquistare il Sinai, ma l’effetto sorpresa dell’attacco congiunto con la Siria si perde grazie alle dritte dell’Angelo e l’offensiva si conclude con un nulla di fatto. Il Sinai lo riavrà, ma andando a Gerusalemme a firmare un accordo di pace che ne sancirà la morte non solo politica.

E’ interessante il film per il suo contesto, all’interno del quale si muove un uomo senza qualità o con tantissimo ingegno, a seconda dei punti di vista. Ma di sicuro, tra Guerra Fredda e geopolitica, sono tanti gli uomini senza qualità che diventano decisivi di destini più grandi di loro.

Una delle ultime foto di Ashraf Marwan

In fondo la sua patetica figura fa comodo a tutti: Israele ne emerge come un attore di intelligence unico al mondo per efficacia, una narrazione del Mossad che nega decenni fatti anche di fallimenti, ma che funziona molto all’estero, mentre l’Egitto può di base scaricare su Marwan il fallimento di un esercito impreparato e corrotto.

Volando da quel balcone, mentre si dice lavorasse alle sue memorie, Marwan ha portato con se molte altre informazioni, ma in fondo una delle spie con la storia più audace del mondo, infiltrato fin nella famiglia del potere, non poteva finire in un ospizio senza lasciare dietro di sé un alone di mistero che questo film non risolve, ma tiene vivo, nella memoria del ferito Medio Oriente delle spie e degli uomini senza qualità.