Intro

 

di Christian Elia

Dieci anni, in fondo, sono un soffio. Quelle che sono state chiamate rivolte arabe, non tenendo conto che il mosaico di popolazioni del Nord Africa e del Medio Oriente è molto più complesso di così, non saranno diventate estate, ma non sono neanche solo inverno.

In fondo la primavera è quella stagione di passaggio che milioni di giovani, dal Marocco al Golfo Persico, hanno esploso come un urlo collettivo, un ruggito da disperati, una prova di esistenza in vita.

Al quel 2011 si arrivò in modi differenti, che però sono importanti. Le riforme economiche, in tanti dei paesi che furono poi interessati dalle rivolte, avevano – in senso liberista – reso ancora più misera la vita di milioni di persone.

Allo scontento della gente comune, che in fondo si rivolge spesso solo alla politica del pane e della benzina a prezzo calmierato, in una sorta di patto sociale con dittatori troppo potenti e amici dei governi occidentali, si aggiunse la rabbia dei giovani, più politica, più istintiva.

Perché una parte di mondo sembrava destinata, nelle narrazioni occidentali, a una sorta di destino: o con i dittatori o nel caos. Perché? Di base questa è stata sempre una narrazione comoda per chi quelle situazioni non aveva alcuna voglia di affrontarle.

Dopo il 2001 la ‘guerra al terrorismo’ aveva squassato la regione: il collasso degli stati, Iraq su tutti, si era aggregato a un percepibile aumento delle repressioni dei diritti umani e civili in tanti stati che – d’improvviso – diventavano campioni della ‘lotta al terrorismo’.

Nessuno, dopo anni, è riuscito meglio di Samir Kassir, nel suo libro L’infelicità araba, a raccontare quella sensazione di claustrofobia: generazioni che – come una tara – si trasmettevano il senso d’impotenza verso il potere, la paura, la censura, la brutale repressione. E questo malinconico andare, con la memoria e il racconto, all’età dell’oro del mondo arabo, era una prigione anche quella.

Intanto, però, mentre si stringeva il cappio attorno a qualsiasi forma di dissenso, una generazione di giovani bolliva. E quando a loro si unirono larghi strati delle società impoverite, dalla Siria alla Tunisia, dall’Egitto allo Yemen, la miscela si fece esplosiva.

La vittoria elettorale, nel 2008, di Barack Obama come presidente degli Stati Uniti d’America segnò un nuovo corso – almeno nelle dichiarazioni – sancito dal suo discorso all’università al-Azhar del Cairo: “Basta con le guerre, la democrazia non si esporta con le armi. Giovani arabi, prendete in mano il vostro destino.”

E per le primavere arabe un esempio arriva da chi arabo non è, ma condivide la stessa rabbia: l’Iran esplode. Una battaglia feroce, un prezzo altissimo, ma per la prima volta accade quello che nessuno avrebbe mai immaginato. E non sarà l’ultima.

In Avenue Bourghiba a Tunisi, in piazza Tahrir al Cairo, non sono poche le volte che mi sono sentito ripetere che quelle parole erano state importanti, per molte persone.

A dicembre 2010, un venditore ambulante subisce l’ennesima umiliazione in Tunisia. Reagisce come vorrebbe – a volte – reagire un popolo, un mondo intero, quando l’impotenza è troppo feroce: s’immola. E’ stato molto dibattuto quanto questo gesto sia stata una reale scintilla e quanto no, ma la verità è che da anni, in molti luoghi della regione, si combattevano battaglie di dignità.

La concatenazione degli eventi, con la caduta e la fuga di Ben Alì prima e le dimissioni di Mubarak poi in Egitto, tra gennaio e febbraio 2011, sono stati un processo complesso, che non si può liquidare in un’unica dimensione.

Non sono stati solo i social network, non sono state solo alcune potenze straniere, non son stati solo i Fratelli Musulmani e al-Jazeera: le rivolte sono tali perché mille interessi e mille fattori si intersecano, in un dato periodo, in un dato luogo.

Ancora oggi si è in perenne equilibrio tra improbabili bilanci, nefaste campane a morto e dietrologie imbarazzanti. Nessuno di questi fattori è esaustivo, nessun bilancio ‘finale’ è possibile.

Il processo è in atto. Molti di quei ragazzi sono morti, molti sono in carcere, molti si sono arresi. Ma il processo, quello che per la prima volta ha dimostrato che ribellarsi era possibile, e anche giusto, è vivo.

E’ vivo in Siria, in Libia e in molti altri luoghi. Giudicare oggi come morto un processo che all’epoca è stato magari sopravvalutato nei risultati immediati, finisce per essere un nuovo errore.

Questo speciale nasce per tenere assieme una selezione dei racconti sul campo di quei giorni, passando per analisi di medio e lungo periodo, passando per un autoracconto che, mai come dopo quei giorni, ha rivoluzionato anche il giornalismo.

Quella generazione, tra le tante legittime richieste, aveva anche quella di diventare finalmente soggetto del racconto, non più solo oggetto di milioni di reportage pieni di stereotipi, di orientalismi, che in quei giorni – se possibile – peggiorarano ancora, con tanti che si sono improvvisati in una zona calda e complessa come il Nord Africa e il Medio Oriente perché ‘vendeva’.

Quelle vite, però, non sono in vendita. Quelle rivolte vanno rispettate e aspettate, perché hanno seminato straordinarie speranze che fioriranno, prima o poi. Perché se c’è una certezza è che la libertà è una sbronza, non è facile da gestire, quando vieni da decenni di repressione e propaganda. Una generazione ha ucciso il ‘padre’, l’idea stessa di uno Stato padre-padrone. L’idea che si può fare è più forte della rivoluzione stessa e nessuno la può fermare.

Diadiche
Voci dal Medio Oriente e dal Nord Africa in rivolta

Relativo a una coppia o diade: in logica matematica, si dice di relazione binaria, in semiotica, un segno che vede in gioco due elementi, nelle discipline psicologiche, indica un rapporto o relazione fra due persone o una interazione tra due aspetti psicologici e/o culturali. A cura di Christian Elia, una serie di interviste, voci dalle piazze in rivolta, di Medio Oriente, Nord Africa e dintorni.

Tra il mare e il deserto
La resistenza del popolo saharawi

Egitto, tra coloro che sono sospesi
Una voce da piazza Tahrir, dieci anni dopo

L’Algeria ai tempi dell’Hirak
Il movimento di protesta ha ottenuto che Bouteflika non si ricandidasse, ma non è più disposto ad accontentarsi

Iran, il potere e la società
Le voci della società civile che, tra mille difficoltà, non molla

Iraq, riprendersi il futuro
Intervista a una delle attiviste che ha preso parte al movimento di protesta che ha sfidato una brutale repressione in piazza

Dall'articolo "La resistenza del popolo saharawi"
Arabpop
Arte e letteratura in rivolta nei Paesi Arabi

Questo sangue scorre con gioia
Per purificarmi dall’odio
Credimi, bastonate dopo bastonate
Il sogno si fa più grande dentro di me
Ed è la tua prigione a restringersi, non la mia

I versi di Idrabni (Picchiami) appartengono a una canzone di Ramy Essam. Arrestato il 9 marzo 2011, durante un rastrellamento al Cairo, venne trattenuto e torturato nel Museo Egizio della capitale egiziana. Ramy era uno dei tanti ragazzi scesi in piazza a febbraio di quell’anno unico e, forse, irripetibile. Ramy è uno dei ragazzi di piazza Tahrir al Cairo. E questa è la sua storia.

La recensione di Christian Elia di ArabPop – Arte e Letteratura in rivolta nei paesi arabi, a cura di Silvia Moresi e Chiara Comito

"Noi siamo la rivoluzione. E la rivoluzione continua" - Alaa Satir e la rivolta sudanese
Ricordando Mohamed Bouazizi
L'uomo che fece scoppiare la Primavera Araba

In questo giorno, dieci anni fa un fruttivendolo tunisino si diede fuoco nella città Sidi Bouzid, facendo scoppiare la Primavera Araba. Il cugino, Ali, in un articolo recentemente pubblicato da Aljazeera ripensa a quel giorno e ai giorni che sono seguiti.

“Il 17 dicembre sarebbe stato un giorno come tutti gli altri se la stampa e le persone non fossero state lì” racconta Ali Bouazizi. “Il fatto che abbiano deciso di smettere di essere spaventati dal governo ha cambiato tutto”.

Il racconto completo in questo articolo di Aljazeera.

Ali Bouazizi davanti al suo supermercato. Un'immagine tratta dall'articolo di Aljazeera che Ali Bouazizi
Rivoluzioni violate
Cinque anni dopo: attivismo e diritti umani in Medio Oriente e Nord Africa

Rivoluzioni violate è il risultato di uno sforzo collettivo che riflette sullo stato delle rivoluzioni nordafricane e mediorientali a cinque anni dalle stesse, mettendo in luce come le forze della contro-rivoluzione abbiano avuto successo nell’eliminare, addomesticare, reprimere coloro che, dal basso, si sono agitati in Nord Africa e Medio Oriente chiedendo giustizia sociale, dignità e libertà.

Ecco l’articolo completo dal nostro archivio, la recensione di Paola Rivetti

Dall'archivio di Q Code Magazine
Warning to all tyrants: The Arab Spring lives on
Mentre alcuni ritengono che le rivolte del 2010-11 siano state un fallimento, la ferocia della controrivoluzione suggerisce il contrario

Dieci anni fa, un giovane tunisino, Mohamed Bouazizi, si è dato fuoco per protestare contro le sue condizioni economiche e sociali, scatenando una serie di rivolte e rivoluzioni arabe. In seguito è diventata nota come la primavera araba e ha portato alla caduta dei dittatori arabi in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen.

Mentre alcuni ritengono che la primavera araba non sia riuscita a raggiungere i suoi obiettivi, in particolare l’instaurazione di governi liberi e democratici, ci sono stati molti vantaggi, tra cui la destituzione dei capi di quattro potenti regimi autoritari: Zine El Abidine Ben Ali in Tunisia, Hosni Mubarak in Egitto, Muammar Gheddafi in Libia e Ali Abdullah Saleh in Yemen.

Gli eventi dell’ultimo decennio hanno rivelato che i costi dell’autoritarismo e del rifiuto del cambiamento politico sono molto alti, ma i regimi che bloccano le riforme sono disposti a pagare un prezzo pesante per rimanere al potere.

Leggi l’articolo completo di Khalil al-Anani su MiddleEastEye

Lebanon revolution 2020 - dal sito di Middle East Eye
Dentro una rivoluzione
Un reportage da un decennio fa

Il reportage di Christian Elia pubblicato nell’aprile del 2011, vincitore del Premio Baldoni e del Premio Giornalisti del Mediterraneo, per la rivista E – il mensile

Clicca qui per leggere il reportage

 

foto di Alfredo D'Amato
Tra guerra e rivoluzione
Il ruolo delle agenzie umanitarie nelle rivolte tunisine - Il campo profughi di Choucha

 

di Luca Manunza

Prima forma di controcondotta:

l’affermazione di un’escatologia

in cui la società civile prevarrà sullo stato.

  1. Foucault -Corso al Collège de France (1977-1978)-

 

Ti viene dato da mangiare, perché gli stati

devono mantenere una maschera di bella

gente[1]”.

 

 

E’ il 17 di febbraio 2011 e, i “bollettini di guerra” battuti dalle agenzie stampa internazionali, si aprono annunciando l’ennesimo versante “rivoluzionario” del Maghreb, la Libia[2]. Il 17 febbraio “la giornata della collera”[3] ha segnato quella che molti operatori dell’informazione hanno definito come l’inizio della rivoluzione libica[4] contro il regime del colonnello Gheddafi. E’ in questo scenario che le truppe lealiste di Gheddafi iniziano una pesante offensiva contro la “Coalizione dei Volenterosi”[5]. Le cronache, in una storia costruita per fasi ci portano al 17 marzo 2011, esattamente un mese dopo, quando una risoluzione ONU chiede alla Libia un immediato cessate il fuoco e, l’istituzione immediata di una no fly zone su tutto il territorio. Due giorni dopo, il 19 marzo 2011, inizia L’odissey Dawn[6], che vede in primis Stati Uniti, Francia, Inghilterra, (successivamente anche l’Italia) impegnati nei raid aerei contro il rais, e -come spesso già accaduto in passate situazioni- contro i civili libici e i migranti presenti sul territorio[7]. Queste sono le linee esemplificative e generali del clima che circonda la “primavera araba” Tunisina, paese in fase di ipotetica stabilizzazione con ai suoi confini l’inizio di un nuovo conflitto. L’antefatto è utile per contestualizzare e narrare alcune storie che da mesi sono nate nel sud ovest della Tunisia, trampolino di lancio delle moderne rivolte o di una cosiddetta “seconda indipendenza democratica”[1]. Molte delle storie raccolte sono quelle dei civili fuggiti in Tunisia dalla Libia all’alba del conflitto e, accanto ad esse ho tentato di incrociare un ragionamento in merito ai meccanismi di funzionamento dell’intervento umanitario in aree di conflitto che, apre proprio in quel periodo a cavallo tra il febbraio e il marzo 2011 uno dei più grandi campi profughi del Maghreb, nella provincia tunisina di Ben Gardane.

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NOTE

[1] I dati  ricavati dalle tabelle fornite dall’Istituto nazionale di Statistica della Tunisia. Vedi sito internet: http://www.ins.nat.tn/fr.

[1] Estratto d’intervista realizzata nel campo profughi di Choucha a Slim nel mese di Marzo 2011.

[2] Il NY Times inserisce in prima pagina la notizia: http://topics.nytimes.com/top/news/international/countriesandterritories/libya/index.htm.

[3] Come “giornata della collera” s’intende la data in cui la cittadinanza decide di convocare manifestazioni sit-in di protesta e occupazioni su tutto il territorio nazionale libico. Successive esperienze simili si sono avute nei mesi successivi in Arabia Saudita e Bahrain ad esempio. Cfr. sito internet: http://www.asianews.it/notizie-it/Ryadh-blindata,-la-%E2%80%9Cgiornata-della-collera%E2%80%9D-saudita-soffocata-dai-controlli-21006.html.

[4] Sin da subito il concetto di rivoluzione è stato interamente condiviso e adottato dagli organi di informazione, la politica e l’opinione pubblica, per definire ciò che stava accadendo in Libia.

[5] La “Coalizione dei Volenterosi” libica è formata dalle milizie create dal “governo libico provvisorio” nella zona est del paese. Di formazione molto variegata, al suo interno si possono trovare numerosi cittadini di diverse classi sociali di appartenenza, molte della quale per la prima volta riunite all’interno di un’organizzazione politica militare.

[6] Denominazione che la sezione Africana del Pentagono ha dato alla missione in Libia.

[7] Questo tipo di missioni militari, inevitabilmente porteranno al sacrificio di un numero indeterminato di civili, vedi l’esperienza afgana e irachena. Non essendoci più “regole di reciprocità tra le forze belligeranti” il nemico è una figura molto generica, che si confonde con i civili. I costi umani di questo tipo di operazioni sono altissimi. È una delle tante forme di guerra asimmetrica, dove direttamente o indirettamente i civili sono in campo. Cfr. A. Dal Lago, Le nostre guerre, Manifestolibri, Roma, 2010.

foto di Giulio Piscitelli
Come sono state le vostre rivoluzioni?
Diario di Samira al-Khalil. Parole dall’assedio

di Silvia Moresi

Come sono state le vostre rivoluzioni? Che il mondo sviluppato ci spieghi come sono state le loro rivoluzioni”.

Salire in cattedra e insegnare agli “altri” come, quando e perché “scendere in piazza” è una pratica dura a morire, e che appartiene a diversi analisti e giornalisti occidentali; l’ultimo esempio è quello di Roberto Saviano che ha voluto spiegare alla comunità afroamericana degli Stati Uniti, che manifestava a seguito dell’uccisione di George Floyd, il bon ton del buon manifestante.

Lo stesso atteggiamento superficiale e pressapochista è stato spesso utilizzato dall’Occidente per raccontare le rivoluzioni arabe del 2011, senza conoscere coloro che scendevano in piazza e le loro ragioni.

Le parole qui riportare appartengono all’attivista e giornalista Samira al-Khalil, e sono state raccolte da suo marito, l’intellettuale Yassin al-Haj Saleh, in un libro oggi tradotto in italiano: Diario di Samira al-Khalil. Parole dall’assedio (MR Editori 2019, traduzione a cura di G. de Luca e S. Haddad).

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Still recording
La guerra in Siria al tempo dell'autoracconto

di Christian Elia

Raccontare la guerra, da tempo, è diventato un mestiere complesso. Non che sia mai stato facile, ma il 2011 – con le rivolte arabe – ha segnato un punto di svolta, un concretizzarsi di una serie di dinamiche che si sono evolute nel tempo.

L’indebolimento sempre più forte del rapporto tra l’oggetto del racconto e chi se ne faceva mediatore è un processo rapido e doloroso. Tanti gli errori commessi, troppa la propaganda in campo, a partire dall’arruolamento politico – culturale seguito alla dichiarazione della global war on terror.

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Les Amoureux des Bancs Publics
Un documentario sulla street art in Tunisia

Dalle contestazioni del dicembre 2010 un genere estetico e politico, la street-art, si è impossessato delle strade e dello spazio pubblico tunisino, trasformandolo in un luogo in cui le creazioni artistiche e culturali prendono forma e veicolano un messaggio che arriva in maniera diretta ai cittadini.

Collettivi di writers, compagnie di danza, di teatro e di cinema hanno trasformato le piazze, le Medine e i souk di Tunisi e della Tunisia in un nuovo palcoscenico fruibile da tutti, per sensibilizzare la società civile all’arte, intesa come dovere cittadino.
Seguendo il lavoro di gruppi come Zwewla, Ghar-Boys, Break Art Studio, Brotha from Another Motha Company, Danseurs-Citoyens, Art Solution e altri, il documentario indaga su una nuova modalità di cittadinanza attiva nella Tunisia post-rivoluzionaria e sull’impatto che questa può avere, nell’attuale contesto instabile, sulla società tunisina, ed in particolare sulle giovani generazioni, diffondendo una cultura alternativa alle istanze più radicali del paese.

Un documentario di Gaia Vianello e Juan Martin Baigorria

Tales From The Arab Spring
Tre podcast della BBC

Tre podcast, tre paesi, tre fasi di questi dieci anni.

 

1] Revolution (Egypt)

2] Counter Revolution (Lybia)

3] Whose Tomorrow (Syria)

 

Qui il link per ascoltare i podcast

Le voci delle primavere arabe dieci anni dopo

Di Marta Bellingreri e Costanza Spocci

Un longform, con podcast, che raccoglie alcune voci dei protagonisti dei giorni d’insurrezione del 2011, che diventa anche un radio documentario per Radio Svizzera Italiana.

 

Leggi il longform su Internazionale

 

Ascolta il radio documentario su Radio Svizzera Italiana

Manifestanti a piazza Tahrir al Cairo, Egitto, il 3 febbraio 2012. (Nathalie Bardou, Ap/Lapresse)
How the Arab Spring changed cinema
Come i registi hanno raccontato gli eventi

Un decennio dopo le rivoluzioni, Joseph Fahim racconta come i registi hanno reagito agli eventi e si chiede se la vera storia delle rivolte sia ancora da raccontare

 

Leggi lo speciale di BBC