La grammatica degli abbracci – 37

di

20 Aprile 2020

Convinti, quando le cose vanno bene e quando le cose vanno male, che ciascuno deve fare il suo lavoro, ci troviamo come redazione di fronte a un evento globale, che concorre a mettere a nudo quelle paure che saranno l’argomento del terzo numero del nostro semestrale cartaceo.

Partendo dal testo di Angelo Miotto, abbiamo deciso – nostra vecchia passione – di lanciare un Decameron online, nella vecchia tradizione, di fronte alle paure, di riunirsi attorno al fuoco (della passione narrativa) e di raccontarsi storie.

Mandateci il vostro racconto di questi giorni di Corona virus, tra allarmismi, improvvisati esperti, legittime paure e doverose cautele. Va bene, al solito, qualsiasi linguaggio: audio, testo, video, foto. Inedito o citando altri. Scrivete a redazione@qcodemag.it e noi vi pubblicheremo.

Il contagio delle storie – 37

La grammatica degli abbracci – Dani

 

Questa esperienza di quarantena mi sfida giornalmente ad affrontare e a ricordarmi vecchi contrasti, vecchie guerre interiori e difficoltà.

Una di queste riguarda il semplice e complesso gesto dell’abbracciarsi, ora purtroppo vietato per contrastare il diffondersi del virus.

Anni fa realizzai che avevo una certa repulsione all’ idea di un abbraccio, con chiunque, ma soprattutto con i miei familiari.

Me lo fece notare un ragazzo sorridente e sconosciuto incrociato  in un angolo di Danimarca, dove ero andata a lavorare appena finita l’università.

Quel ragazzo, mio collega nel lavoro dei campi, una volta, a fine giornata,  mi propose di festeggiare e, siccome ero felicissima all’idea di una festa, mi abbracciò, ma non poteva immaginare la mia reazione.

Fredda e gelida, braccia ferme, distese e abbandonate lungo i miei fianchi.
Quel giorno mi accorsi che non riuscivo ad abbracciare, proprio no.
Ci pensai e ripensai.. perché faticavo così tanto ad avvicinarmi fisicamente alle persone?

Mi interrogai per giorni… questo elemento della mia personalità mi metteva in crisi, in quanto in totale contrasto con il mio modo d’essere solare e accogliente.
Poi finalmente, accoccolata mentalmente nella mia tazza di caffè bollente, lo capii.

L’ abbraccio per me aveva una valenza negativa, in quanto mio padre, quando io e le mie sorelle eravamo piccine, ci veniva ad abbracciare prima d’andar via di casa in preda alla depressione, vomitandoci addosso parole angoscianti.

Purtroppo mio padre in passato aveva sofferto di questa malattia che si fatica sempre a nominare. La depressione porta le persone a perdere obiettività e lucidità, chi è attorno alle persone che soffrono di questo disturbo è come se ne respirassero tutto, compresa la perdita di obiettività e lucidità.

Le crisi di mio padre si ripetevano puntualmente ogni 3-4 mesi, dopo una consueta fase di apparente contenimento emotivo. Durante le festività la depressione raggiungeva i livelli peggiori, sfociando addirittura in minacce di suicidio.
Eccolo lì il mio bagaglio, rimasto sepolto per anni.

Eccomi lì, giovane donna in terra straniera.

Eccolo lì quell’abbraccio che non riuscivo a dare.

Il nodo era sciolto, o almeno aveva un nome. Ricordo il mio stupore per quella sorpresa inaspettata. Che poi le sorprese sono così, altrimenti che sorprese sono?
E quindi cosa fare? Mi chiesi.

Goffamente cercai una soluzione. Dovevo separare i gesti e le memorie.
Andai alla festa, a cui ero stata invitata, e corsi ad abbracciare calorosamente il giovano sconosciuto.

Il calore dell’abbraccio, quello me lo ricordo me e mi ricordo la promessa che feci a me stessa: non te lo dimenticare quello che succede dentro ad un abbraccio, quello che succede sulle pieghe dei vestiti, la vibrazione, il per sempre.

Stacco. Interno giorno. Quarantena.

Eccola qui un’altra sorpresa, quelle che proprio non ti aspetti.

Isolata, spaventata, privata delle pieghe dell’abbraccio.

Il fuori mi spaventa, lo disinfetto per paura della morte.

E mi ritrovo qui, con una nuova memoria da mettere da parte.

Un altro male oscuro che bussa a tutte le porte.

E me lo ripeto, anche quando tutti dicono che non lo vogliono più leggere che tutto andrà bene, ma io lo penso, questa è una fase e poi tutto andrà bene.

Si, accidenti, tutto deve andare bene.
Abbracciamoci tutti, col pensiero, ma abbracciamoci.