Il manifesto è il frutto di ragionamento e informazioni che abbiamo condiviso durante il workshop di Baobab di giugno 2025 a Milano. Le tre relatrici che hanno contribuito con le loro relazioni alla discussione sono Valeria Barbi, Caterina Orsenigo e Anna Toniolo. Il manifesto è un’opera collettiva e aperta.
Il primo dato che vogliamo dare per scontato riguarda il giornalismo in sé: attenzioni alle fonti, alla verifica dei dati, alla precisione e bellezza della scrittura o del linguaggio mediatico prescelto.
Ecco altri punti ritenuti necessari per un buon giornalismo ambientale.
1. Offrire visione di insieme: unire i puntini
L’ambiente non è un a sezione, è intersezionale. Non è un macrotema, ma interessa tutti gli aspetti del vivere quotidiano e della politica.
2. Conoscere il proprio pubblico
Sforzarsi di scrivere in maniera precisa per il proprio pubblico, a seconda della segmentazione per età e censo.
3. Porsi le domande giuste, quando scrivo e quando leggo
Informare presuppone essere informati. Prosi le domande giuste di fronte ai temi ambientali è doveroso, perché lo sfruttamento intensivo del Pianeta risponde a interessi economici e finanziari estrattivisti.
4. Precisione del linguaggio
Soprattutto nel giornalismo ambientale essere precisi aiuta nella comprensione, anche senza avere paura della ripetizione. Usare sinonimi laddove il termine esatto non ne prevede può rispondere alla grammatica, ma diventa rischioso per i significanti differenti.
5. Riconoscere e denunciare l’incertezza del dato se necessario
Ci sono fatti che vengono monitorati con fatica, o che hanno bisogno di finestre temporali che non permettono report sempre aggiornati. Nel dubbio, utilizziamo sempre i dati citando fonte e data.
6. Citare sempre chi sono i responsabili, fare i nomi
Al di là di fenomeni di greenwashing, ci sono responsabilità evidenti che meritano di essere citate: non omettere mai le responsabilità delle azioni inquinanti o di negazionismo che sorgono per scopi diversi.
7. Umanizzazione della narrazione
Se vogliamo far comprendere gli effetti che il collasso climatico ha sulla nostra vita, abbiamo bisogno di umanizzare la narrazione, con esempi e storie che siano in grado si dare informazione corretta e scatenare empatia sull’argomento.
8. Avere la lente della giustizia climatica
La descrizione del fatto e la contestualizzazione dentro una teoria di avvenimenti non basta: il nostro occhio sia vigile sugli effetti sociali e umanitari. Transizione climatica, transizione giusta.
9. Le questioni ambientali non sono neutre, sono politiche.
10. Raccontare anche nei posti scomodi.
Avere sempre in mente l’impatto della disseminazione. Laddove si manifesti una barriera per scarsa cultura, propaganda o semplicemente disinteresse è lì che si deve concentrare l’azione del giornalista ambientale
11. Studiare da vicino il proprio nemico.
Al di là del lessico bellico, ironico, questo punto significa essere sempre attenti nel valutare le politiche e le mosse delle grandi realtà che detengono il potere di inquinare o di esercitare un forte lavoro di lobby sul legislatore, nazionale e non.
12. Ascoltare le voci e le comunità locali, anche quando non sono d’accordo
13. Valorizzare la diversità e la diversificazione delle tecniche narrative
14. Avere un approccio non estrattivo delle persone, delle comunità e degli altri giornalisti. Decolonizzare lo sguardo, evitare il paternalismo
15. Avere sempre contezza del contesto normativo e legislativo. Non essere antropocentrici nell’approccio di cosa significhi natura e ambiente.
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BAOBAB è un progetto di Q Code Mag in collaborazione con Spore Scuola di campagna, sostenuto da #NOPLANETB, co-finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma DEAR, da Fondazione Cariplo e implementato da Fondazione Punto Sud.