Introduzione

di Christian Elia

A Potsdam, in Germania, c’è il Zentrum für Zeithistorische Forschung (ZFF), un centro di ricerca sulla storia contemporanea. Dai loro studi risultano essere 137 le vittime dirette del muro di Berlino. A queste, giustamente, se ne sommano altre 251, vittime indirette della stessa barriera.

Quel muro è durato poco meno di 30 anni: 1961 – 1989. Oggi, nel 2019, si celebra il 30° anniversario dell’abbattimento di quel muro, ma non c’è nulla da festeggiare.

Secondo uno studio del Transnational Institute, dal 1989 a oggi, solo in Europa sono state costruite circa mille chilometri di barriere e recinzioni, che equivalgono a sei nuovi “muri di Berlino”. Viene specificato che la maggior parte dei muri è stata costruita negli ultimi anni, a partire dal 2015, quando la guerra civile siriana e la crisi dei migranti erano al loro apice.

I muri, al mondo, non sono mai stati così tanti. Secondo uno studio dell’Università del Quebec-Montreal, se si vuol capire quante barriere ci sono oggi al mondo, bisogna emanciparsi dall’immaginario di quello di Berlino. Cemento, certo, ma anche reti e filo spinato, e mille altri innovativi e costosi materiali. E allora sono circa settanta le barriere nate con l’idea di dividere, per sempre magari, o di rendere la vita un inferno ai migranti. E non finisce qui, perché si arriva fino al mare. D’acqua, come il Mediterraneo, che è il muro più infame della terra, o di sabbia, come il Sahara, dove non c’è scampo.

Questa Q Stories nasce dall’idea di creare un nuovo, immateriale, memoriale. Nasce dall’idea che alcune – simboliche – storie raccolte lungo i muri, con le illustrazioni struggenti di Enrico Natoli, diventino pietre d’inciampo e memoria per tutte le migliaia di vittime che ogni anno muoiono di muri, mentre il mondo celebra quello che non c’è più.

Una celebrazione che, bene ricordarlo, non nasceva dalla fine di una guerra feroce come quelle in Afghanistan, Iraq e Siria, o dalle violenze terribili di regimi come l’Egitto, gli arresti di massa in Turchia, o le condizioni di schiavitù di paesi come il Bangladesh, oppure dall’inferno dei diritti del Corno d’Africa, fino ai cambiamenti climatici che rendono inabitabili pezzi di mondo sempre più grandi.

Nasceva da un unico desiderio: la libertà. Che all’epoca era riconosciuta come legittima ambizione, che faceva dei saltatori di quel muro degli eroi. Eppure i saltatori di oggi, per la narrazione, sono solo clandestini.

Questa Q Stories vuole essere una narrazione alternativa per tutti i saltatori di muri, che oggi non hanno neanche diritto a un nome.

*illustrazione della copertina di Enrico Natoli

Mediateca

ZZF

Il Centro per la Storia Contemporanea di Potsdam

The Business of Building Walls

Il rapporto del Transnational Institute

Borders, Fences and Walls: State of Insecurity?

Il lavoro di Elizabeth Vallet, direttrice del Center for Geopolitical Studies alla University of Quebec-Montreal
Tahmina
confine Slovenia - Croazia

Il suo nome non lo conosce nessuno. Le autorità croate l’hanno classificata come vittima sconosciuta. E allora, nel caso di questa giovane donna afgana, un nome lo diamo noi. Sarà Tahmina, come l’attivista afgana che da tempo si batte con l’hashtag #WhereIsMyName per l’usanza delle zone rurali afgane di non chiamare per nome le donne, ma di rivolgersi a loro come se fossero oggetti o animali. La mia ‘cosa’.

Ecco, questa giovane donna scappava. Dalla guerra, dalla povertà, dalla vita drammatica che faceva. Chi lo sa. Di sicuro la sua vita non era cambiata, nonostante la guerra iniziata nel 2001, che a detta delle classi dirigenti dei Paesi della coalizione militare che ha attaccato e invaso l’Afghanistan, l’avrebbe liberata.

Un’altra promessa non mantenuta, anzi, negata, visto che adesso, per l’Unione Europea, l’Afghanistan è un Paese ‘sicuro’ verso il quale rimpatriare gli afgani. Anche lei era scappata, ma il suo lungo viaggio è finito nelle acque gelide del fiume Kupa, il 25 agosto scorso.

Viaggiava in un furgone, nascosta dietro un carico di cassette di frutta, con un caldo opprimente, stipata con altre undici persone. Secondo la ricostruzione della polizia croata, il furgoncino, nei pressi del villaggio di Slatina Pokupska, ha forzato un posto di blocco. Sempre secondo la ricostruzione della polizia – nessun giornalista ha potuto incontrare i superstiti – il furgoncino ha accelerato furiosamente e, dopo una curva a gomito, presa a grande velocità, è caduto nel fiume.

Erano le tre di notte, tutto era buio, le persone intrappolate sono riuscite a fuggire alla morte rompendo a calci i finestrini del furgone, prima che fosse troppo tardi. All’arrivo della polizia, infatti, l’autista si era dileguato. Gli agenti hanno provato a recuperare le persone dal fiume, ma per Tahmina non c’è stato scampo. L’hanno tirata fuori, respirava ancora. È morta poco dopo in ospedale. Era incastrata in fondo al furgone, non aveva mai nuotato nella sua vita, avrà pensato che non era giusto finire così, dopo tutta la fatica fatta per arrivare fin là. Avrà pensato ai suoi figli, avrà pensato al suo passato. Avrà pensato a tutti quelli che non hanno mai pensato, neanche una volta, a lei.

Secondo quanto hanno raccontato gli agenti, la donna faceva parte di una famiglia di sei persone che viaggiavano insieme: coniugi e quattro figli di età compresa tra tre e nove anni. Le autorità hanno confermato che erano tutti cittadini afgani passati da un campo profughi in Bosnia-Erzegovina prima di continuare il loro viaggio. Doveva esser sembrato loro un buon affare: pagare quel che avevano per un passaggio sicuro, invece di affrontarlo a piedi, attraversando luoghi sconosciuti. Prima, però, l’amara scoperta delle condizioni del viaggio: caldo soffocante durante il giorno, nessuna sosta per non dare nell’occhio, neanche lo spazio per sedersi un attimo e stendere le gambe. Ore senza bere, senza poter fare i bisogni, con l’acqua da centellinare. Tutto, però, è meglio dell’Afghanistan, dove il 2018 è stato l’anno con il più alto numero di vittime civili.

I controlli, tuttavia, si sono intensificati anche lungo le strade e il confine tra la Slovenia e la Croazia, proprio lungo il fiume Kupa, è stato recintato e chiuso. Lo scorso anno sono state undici le vittime annegate nel fiume Kupa/Kolpa, secondo il rapporto Desperate Journeys, dell’Unhcr. Molti di loro non hanno neanche il diritto a essere ricordati con il loro nome.

illustrazione di Enrico Natoli

Mediateca

Desperate Journeys

Il rapporto dell'Unhcr
Omar
Ceuta e Melilla

Aprile 2018. Esterno giorno. I volontari li avevano notati subito, con quel sesto senso che sviluppano quelli che sono abituati a star dietro all’umanità che si muove ai margini. Un bimbo, con la faccia la smorfia da duro, che non gli riesce bene. Due camionisti, grandi e grossi, lo strattonano, lo insultano in spagnolo.

Cercano di avvicinarsi, ma il gruppetto si disperde. La Guardia Civil si avvicina, chiede ai volontari – e non a tutti gli altri – cosa stanno facendo là. Nonostante le pettorine, nonostante i badge identificativi, sembrano che siano loro il problema.

Intanto il camion ha acceso il motore, altre urla, altri ragazzetti che strillano. Sembrano tutti uguali, ma non lo sono. Sembrano tutti in fuga, e lo sono.

Omar è uno di loro, ha 16 anni. Come gli altri veste ciabatte sgangherate, indossa un’imitazione della maglietta del Milan, un paio di jeans luridi. Occhi neri, grandi. Capelli neri, ricci.

L’ultima cosa che Omar dice prima di morire è “aiuto!”, in arabo. I volontari e gli altri ragazzi la sentono, distintamente. Corrono tutti, anche quelli della Guardia Civil, perché il tonfo del camion si è sentito bene. Il camion guidato dai due spagnoli che è passato sul corpo di Omar. Uccidendolo.

La polizia spagnola arresta il conducente, che si difenderà dicendo che lui e il suo collega hanno sorpreso il ragazzino mentre cercava di rubare nel camion. Tutti gli altri testimoni sono concordi, invece, nel dire che Omar – come tutti gli altri – stava solo cercando di infilarsi nel cassone, per passare nascosto in traghetto e arrivare in Spagna, da Ceuta.

Omar era marocchino. Il conducente, che la polizia arresta, è spagnolo. Si chiama Jaime ed è stato condannato per omicidio volontario.

A Ceuta, come a Melilla, invece restano migliaia di persone, nascoste nei boschetti attorno alle enclavi spagnole in Marocco, cintate da tre cerchi di barriere di filo spinato che arrivano fino a tre metri di altezza. La costruzione, a spese dell’Unione Europea, è costata circa 30 milioni di euro ed è lunga 8 chilometri a Ceuta e 12 chilometri a Melilla.

Ciclicamente, organizzandosi in gruppi, per rendere più difficile fermarli, gruppi di disperati si lanciano sulle reti, bastonati dalla polizia. Quasi 20mila persone, via nave, sono arrivate in Spagna lo scorso anno. Omar no, non andrà più da nessuna parte.

illustrazione di Enrico Natoli

Mediateca

Con el mundo a cuestas

Documentario sul confine tra Ceuta e Melilla e il Marocco