Introduzione- di Angelo Miotto e Christian Elia
L'anno che cambiò tutto, ma non il modo di raccontare il mondo

Raccontare rivoluzioni può essere una mistificazione. Perché le rivoluzioni si devono, o dovrebbero, vivere. E pensare, sempre, ogni giorno. O come l’orizzonte di Galeano, quello dell’utopia, che si sposta ogni passo più in là, o come l’esercizio quotidiano di una rivolta interiore contro l’indifferenza.

Il 1968, quest’anno, ha vissuto una nuova giovinezza. Come ogni anniversario, però, si è ammalato di retorica. Ed ecco che la rivoluzione di quella generazione, dai campus degli Stati Uniti d’America fino alla Sorbona di Parigi, passando per la Statale di Milano, ha finito per essere una sterile lotta tra reducismo e strabismo.

Coloro che rivendicano la loro rivoluzione come fosse un format, applicabile sempre e ovunque, o peggio, come unità di misura delle rivoluzioni mancate degli altri. E poi quelli che giudicano un movimento che non hanno vissuto, ignorando il contesto del tempo e riducendolo a mero bilancio da ragionieri con gli occhiali dell’oggi.

Ogni tempo ha le sue rivoluzioni, che hanno un senso e una storia in quel contesto, umano, politico, economico e culturale.

Nel caso del movimento del ’68, da sempre, questo orizzonte è stato eurocentrico e wasp (white anglosaxon person), tra la Gran Bretagna e gli Usa, tra la Francia e l’Italia. Ed è stato ricordato con quelle coordinate.

Q Code Mag, con una delle narrazioni collettive che predilige, ha tentato di allargare quello sguardo, raccontando il ’68 – e il suo oggettivo portato iconico e filosofico –  con gli occhi degli altri, di chi guardava e di chi elaborava, nei contesti che viveva, quel che accadeva nel mondo.

Abbiamo voluto raccontare l’altra Europa, quelle dei regimi totalitari che imperavano in Grecia, Portogallo e Spagna. Abbiamo voluto raccontare il resto del mondo, dall’India alla Cina alla Jugoslavia non allineata, fino al blocco socialista, che aveva molte più sfumature di quante si vogliano raccontare. E se non troverete Praga, che ha un suo racconto già di massa, troverete invece Belgrado, Budapest e Mosca.

Perché solo allargando lo sguardo, ci pare, si può smettere di mettersi al centro di un racconto che immaginiamo globale e che, così facendo, si ammala di provincialismo.

Pubblicheremo, per oltre un mese, differenti racconti su differenti paesi, che abbiamo chiesto a compagni di strada che quei contesti camminano e abitano da tempo.

Non mancate di farci avere* i vostri, di racconti, perché le narrazioni collettive vivono di tanti sguardi.

Buona lettura

immagine di copertina di Enrico Natoli

*redazione@qcodemag.it

Portogallo - di Marcello Sacco
Dall'insurrezione delle colonie al tramonto di Salazar

Neanche le dittature più granitiche sono monolitiche. La società, malgrado tutti gli sforzi repressivi, brulica di dissenso.

A volte succede che quel dissenso venga in malafede usato dai posteri negazionisti per negare appunto che quella dittatura sia mai esistita e che la libertà sia mai stata negata.

Il ’68 portoghese è l’anno in cui Salazar compiva quarant’anni di politica al vertice, dove era giunto quando nel ’28 fu chiamato al governo da una giunta militare golpista, che lo voleva come ministro delle Finanze per ripianare il debito pubblico e raggiungere l’agognato pareggio di bilancio senza ricorrere all’aiuto finanziaro internazionale. Ora ha 79 anni e il suo impero vacilla, ma non cade.

Eppure quello è il decennio in cui nelle colonie africane sono comparsi i movimenti di liberazione, scatenando guerre lunghe e dure che lasceranno il segno su intere generazioni.

Fra gli studenti nascono forme di contestazione che mirano a spaginare la convivenza tra legalità moderata e militanza clandestina, e tendono a scavalcare a sinistra lo stesso Partito comunista.

I soliti complottisti diranno che li finanziava la CIA proprio per minare le basi e il prestigio del partito filosovietico, ma intanto questi studenti devono fingere di guardare all’America e di importare mode esterofile, quando invece manifestano un’urgenza tutta personale.

Per protestare contro la loro guerra, quella che li vede partire per l’Africa e forse non tornare a casa tutti interi o non tornare affatto, fanno come i coetanei di mezzo mondo al suono della chitarra di Joan Baez: manifestano contro la guerra in Vietnam. Il ’68 portoghese comincia proprio così, con i cortei di gennaio davanti all’Ambasciata USA, che si concludono con cariche e arresti.

Non che negli altri ’68 siano mancate le manganellate, ma il Portogallo è pur sempre il Paese in cui non esistono né i partiti politici né l’habeas corpus, ed è piuttosto ampio il concetto di pratica sovversiva attentatrice delle gerarchie statali e della sicurezza nazionale.

D’altronde circolano di nascosto non solo i libri di Marx ed Engels, ma anche quelli di Malraux, Sartre, Beauvoir e perfino gli opuscoli dei Testimoni di Geova. Insomma sono lontane sia Parigi che la provincia americana.

E a proposito di Francia e di America, il 6 giugno il coreografo Maurice Bejart porta un suo spettacolo a Lisbona. Ne approfitta per chiedere al pubblico un minuto di silenzio in memoria di Robert Kennedy, assassinato proprio quel giorno, e contro la violenza di tutti i fascismi, aggiunge. Salazar non gradisce e in Consiglio dei ministri chiede l’espulsione dell’artista. Approvata.

Il giorno dopo il Consiglio dei ministri torna a riunirsi. Ci sono misure urgenti da discutere, la nazione attende, ma il presidente chiede di nuovo l’espulsione di Bejart.

I suoi collaboratori si guardano in faccia: alcuni stupiti, altri, più addentro, solo imbarazzati. Non l’avevamo espulso ieri? Il fatto è che il dott. Salazar già da tempo dà segni di scarsa lucidità.

Ed ecco che il ’68 portoghese, all’interno della mitologia su quell’anno fatidico, diventa il simbolo più eloquente della decrepitezza del potere incapace di rigenerarsi.

Meno di due mesi dopo, durante un soggiorno estivo fuori Lisbona, Salazar cadrà da una sedia. L’impero vacilla, ma regge. L’imperatore cade, per non rialzarsi più.

A sostituirlo viene un suo ex delfino, Marcelo Caetano. All’inizio sembra voler aprire a quel dissenso brulicante, tanto da far parlare di “primavera marcelista”.

Dice una canzone di quegli anni, scritta dal poeta Ary dos Santos, che con versi allusivi provava a bucare le maglie della censura e arrivare ai festival pop della TV: “Con banderiglie di speranza/mettiamo in fuga la fiera./Siamo in Piazza della Primavera”.

Ma il regime si richiuderà nel Palazzo fino alla rivoluzione del ’74.

Per Salazar, morto il 27 luglio 1970, gli ultimi due anni sono segnati dalla demenza senile. Nessuno dell’entourage avrà il coraggio di dirgli che è stato destituito e li vivrà nella residenza ufficiale, dove gli organizzeranno persino interviste e comunicati radio alla nazione.

Una farsa in cui la colpa maggiore del Portogallo è il non aver dato i natali a un Risi o un Monicelli capaci di darci almeno il piacere postumo della rivalsa comica.

Italia - di Gaetano Siracusa
Il '68 da una terrazza di Agrigento

Ad Agrigento tutto arrivava in ritardo, gli autobus, le novità discografiche, le mode, la storia. Anche la gestazione del ’68 ad Agrigento avvenne con qualche mese di ritardo.

Nell’estate di quell’anno sulla terrazza dell’unico stabilimento balneare di san Leone, la marina della città, una ventina di amici, quasi tutti iscritti al primo anno di università, si incontravano di pomeriggio e discutevano.

Parlavano della notte passata che li aveva dispersi e dell’invasione di Praga, dei due tedeschi che erano spariti e del Vietnam.

Discutevano della teologia della liberazione, della rivoluzione culturale in Cina e del riformismo del PCI, delle occupazioni a Pisa e Palermo dove la maggior parte di loro avevano frequentato.
Degli scontri coi celerini, dei compagni arrestati, di Lenin e don Milani. Poi la sera qualcuno si ubriacava di vino cattivo declamando Rimbaud, altri intrecciavano amori su quella stessa terrazza, un paio andavano a studiare Hegel.

Rispetto ai ragazzi che si erano licenziati dal liceo un anno prima – azzimati, eleganti – erano tutti molto cambiati:  capelli lunghi, barbe arruffate, e tutti ad annusare l’arrivo anche sul quell’estremo lembo meridionale delle province italiane del vento che soffiava da nord, da Torino, Milano, Parigi, Berlino, che attraversava le capitali europee e sembrava travolgere le città e il mondo apparecchiati dai genitori.

La terrazza dello stabilimento si affacciava sul mare. Alle loro spalle, su in collina, sorgeva la ‘città dei templi’ , quella ereditata dai genitori, dove due anni prima un intero quartiere era stato travolto da una grande frana provocata da una urbanizzazione dissennata, che aveva sfigurato irreparabilmente in un decennio l’intero profilo meridionale della città.

Quella quinta di palazzoni, un gigantesco diaframma di cemento, dalla terrazza dello stabilimento si poteva vedere benissimo, bastava girare le spalle al mare e guardare la collina. Ma durante quella estate del ’68 i ragazzi rimasero a discutere guardando il mare, le spalle alla città.

Cercavano di mettere a fuoco i cancelli delle fabbriche metalmeccaniche fra le nebbie torinesi, le risaie dei vietcong e i campanili di Santa Clara, le facce dei rivoltosi di Praga, i protagonisti lontani della rivoluzione in atto.

Alle loro spalle, sulla città dove erano cresciuti – i cortili, le viuzze, la grande medina del centro storico con i suoi asini e le capre, le grida degli ambulanti e l’acciottolato sconnesso – si allungavano le ombre dei nuovi palazzoni, mentre l’intera città si inoltrava vociante e stravolta fra gli scenari di una modernità di scarto, ispirata ad un insensato americanismo.

A quelle verticali dei palazzi sarebbero state presto affiancate dismisure anche orizzontali da un PRG che avrebbe disegnato una città di periferie attorno a un centro storico in disuso, con distanze da metropoli e senza un’idea di trasporto pubblico.

Ma tutto questo non era e non sarebbe stato visto da quella terrazza. La città era come invisibile. La presbiopia corrispondeva alla voglia di distanziarla, di tornare al più presto nelle sedi universitarie. Poi di restarci.

Ma forse durante l’estate del ’68 quei ventenni guardavano il mare anche perché sapevano che prima o poi lo avrebbero attraversato, che avrebbero viaggiato.

Non verso le città italiane o europee dove si arrivava in autostop e si trovavano ovunque i compagni, anche quelli che ospitavano, ma verso i paesi di cui si leggeva sulle pagine di Camus, di Marquez, di Hesse. Le terre oltre il mare, l’ Africa, l’America Latina, l’India: qualcuno di loro vi si era già avventurato, altri lo avrebbero fatto, qualcuno vi si sarebbe perso.

Quel vento viaggiava e faceva viaggiare, e come spesso accade viaggiando il tempo rallentava, si dilatava, lo spazio alterava le distanze, e ieri era lontano come un miraggio di luci in fondo alla pista nel deserto ed era vicino l’orizzonte sobbalzante oltre il parabrezza e la nuvola di polvere rossa. Appena dietro le palpebre chiuse, la rivoluzione sembrava vicina. Come la Cina di Bellocchio.
Poi, fra stragi e colpi di Stato, in Italia e nel mondo, quel vento e quel viaggiare sono passati.

L’immaginazione era stata al potere, ma solo nell’immaginazione, alla fine quella di una banda di terroristi allucinati: agli ultimi visionari lo aveva mostrato l’assassinio di Moro, mentre il binocolo si rovesciava e dileguava la distorsione ideologica e visiva. Craxi era al governo e a trenta anni molti si guardavano attorno spaesati.

Nei primi anni ’80 i pochi che erano tornati ad Agrigento dopo la laurea guardavano stupiti attorno a loro, come dopo una lunga assenza,  il paradigma di un rovinoso oltraggio ambientale, un paesaggio urbano plasmato da un paradossale autolesionismo collettivo, una città scempiata dai suoi abitanti, dove si continuava a costruire abusivamente in piena valle dei templi.

Assieme alla critica astratta del consumismo, il ’68 aveva ispirato una generica e problematica sensibilità ambientalista, che cominciava a interrogare i testi canonici sui limiti dello sviluppo, sul senso della ‘umanizzazione della natura’ auspicata dal giovane Marx.

Qualcuno di quelli che erano sulla terrazza quindici anni prima scrisse e fece affiggere un manifesto che denunciava l’edificazione di un insediamento di villini abusivi in zona A, in piena zona archeologica, di cui nessuno mostrava di accorgersi. Poco dopo veniva aperto un circolo di Lega per l’Ambiente.

Ad Agrigento i suoi frutti più maturi il ’68 li ha dati forse venti anni dopo, quando un gruppo di giovani ambientalisti e qualche quarantenne memore di una terrazza sul mare e di una città invisibile, nei primi anni ’90 spaccarono la città sulla questione dell’abusivismo, rompendo  omertosi e  pluridecennali tabù.
Il loro candidato a sindaco non venne eletto per una manciata di voti.