Di bassi salari, migrazioni e altri rimedi

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11 luglio 2018

La settima puntata del Glossario del Capitalista Moderno ragiona brevemente sugli strumenti a disposizione di economie prive di controllo sulla loro moneta

Oggi, viceversa, con la politica del cambio esterno stabile, specialmente nei confronti delle valute europee, l’atteggiamento degli imprenditori verso l’inflazione si è capovolto. Oggi l’aumento dei prezzi interni non può più essere trasferito prontamente in una svalutazione della lira e, quindi, si riflette immediatamente in una perdita di competitività sui mercati. La grande industria italiana ha immediatamente registrato questo capovolgimento della situazione e oggi il primo caposaldo della battaglia della grande industria è contrastare l’aumento dei salari monetari; e, quindi, abbiamo assistito all’attacco alla scala mobile, e a tutte le altre battaglie che ruotano intorno alla riduzione del costo del lavoro.

CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE, Una spregiudicata analisi
della politica economica del nostro Paese. Augusto Graziani, tratto da AZIMUT n° 19 – settembre-ottobre 1985

 

Un’auto vecchia torna
da Scilla a Torino

dentro ci sono dieci occhi
ed uno stesso destino
Un’auto targata Torino, Lucio Dalla

Nella puntata precedente abbiamo discusso di come la svalutazione non sia sempre e necessariamente una strategia “miracolosa” per la crescita di un Paese. Tuttavia, il tasso di cambio rimane un importante strumento di politica economica e in assenza di questa leva, come nel caso dell’euro, occorre trovare altre vie per supplire alla perdita di competitività o rispondere a una crisi economica, congiunturale o strutturale che sia.

Vediamo brevemente queste alternative, limitando la discussione al caso europeo e a quello italiano nel suo rapporto tra Nord e Sud, intesi come due macroregioni con significative differenze in termini di competitività e prospettive di crescita.

Imitazione e approfondimento del modello tedesco. Se io perdo competitività perché da te, in Germania, i salari reali crescono molto più lentamente della produttività (fenomeno sul quale nelle scorse puntate abbiamo fornito molti dati e riferimenti), allora faccio anche io la stessa cosa. Dirò ai lavoratori che purtroppo non c’è altra strada, il debito estero accumulato va ripagato e la sola forma per poterlo fare, in un sistema a moneta unica che ha eliminato l’arma della svalutazione, è guadagnare competitività attraverso il rallentamento della dinamica salariale. Una storia che dovrebbe suonarvi familiare.

Si chiama “svalutazione interna”. Essa è naturalmente molto costosa sul piano della coesione sociale e delle condizioni di vita della popolazione… ma se avete voluto la Mercedes, adesso la dovete pagare, così dicono.

Oltre che costosa, una simile opzione rischia naturalmente di essere inefficace e mutualmente distruttiva: se tutti cerchiamo di guadagnare competitività peggiorando le condizioni dei lavoratori più di quanto facciano i vicini, allora la competitività per definizione non la guadagna nessuno (la competitività essendo un concetto relativo) e il solo risultato sarà un generalizzato peggioramento della distribuzione dei redditi.

Emigrazione di forza lavoro. I soldi con cui comperarsi la Mercedes non ce li facciamo prestare ma, visto che qui da noi la crisi è dura e le nostre imprese chiudono, andiamo a guadagnarceli all’estero, in Germania. Andiamo a produrre noi stessi le Mercedes, e magari una parte del salario la mandiamo a casa.

Si tratterebbe, per citare un solo esempio, del meccanismo di aggiustamento che noi italiani abbiamo conosciuto a lungo – le rimesse verso il Mezzogiorno dei redditi che i migranti meridionali andavano a sudarsi nelle fabbriche del Nord, di Genova, Milano e Torino (l’ex “triangolo industriale”). Ma in fondo si tratta anche dello stesso meccanismo che, per esempio, ha spinto e spinge italiani, greci e altri a emigrare all’estero. E si potrebbe andare avanti e trattare dei più recenti fenomeni migratori verso l’Europa, ma questa è, in parte, un’altra storia ancora.

 

Immigrato sardo di fronte al grattacielo Pirelli di Milano, Uliano Lucas, 1968.

 

Unione politica e fiscale. Noi italiani abbiamo conosciuto anche un altro meccanismo di aggiustamento, la Cassa per il Mezzogiorno. Lasciamo da parte moralismi e (fondate) considerazioni sui risultati della Cassa e analizziamola per il principio sotteso alla sua creazione: le aree più ricche e i centri di produzione dell’unione monetaria (il Nord Italia, nell’esempio) trasferivano per via fiscale verso le regioni più povere e depresse (il Mezzogiorno) i fondi con cui queste potevano finanziare il loro deficit commerciale.

Il valore delle merci che il Sud Italia vendeva al Nord Italia era infatti nettamente inferiore al valore delle merci prodotte dal Nord e “importate” dal Sud, e i fondi della Cassa per il Mezzogiorno servivano in buona sostanza a pagare la differenza.

Valgono qui due considerazioni.

La prima è più banale: i trasferimenti verso il Mezzogiorno facevano comodo anche ai capitalisti del Nord, dal momento che una buona parte dell’onere fiscale a essi associato non ricadeva su di loro e che, grazie ad essi, riuscivano a vendere automobili e frigoriferi al Sud.

La seconda considerazione è più sottile e politicamente delicata. Si dice: ma i quattrini della Cassa non sarebbero dovuti servire all’industrializzazione del Mezzogiorno? A finanziare investimenti invece di consumi? Non sarebbe stato preferibile utilizzarli come leva per ampliare la base produttiva del Mezzogiorno? Certo, in termini di sviluppo economico non c’è il minimo dubbio sul fatto che i trasferimenti fiscali verso le regioni depresse debbano anzitutto ambire a questo, all’ampliamento delle capacità produttive di beni e servizi utili.

In termini macroeconomici, tuttavia, che si tratti di finanziare consumi oppure investimenti, il dato rilevante è un altro: i trasferimenti fiscali servono a permettere a una regione depressa o relativamente meno sviluppata, per un certo tempo, di spendere più di quel che produce senza doversi indebitare. Con ogni evidenza, un patto eminentemente politico.

Il punto analitico dovrebbe essere chiaro: una moneta comune – in questo ultimo esempio la lira condivisa da Lombardia e Calabria – regge nel tempo se sono concretamente realizzabili e politicamente immaginabili trasferimenti a fondo perduto di capitale (risorse, quattrini) dalle regioni ricche verso quelle relativamente più povere e trasferimenti di lavoro da quelle relativamente più povere a quelle ricche.

Il discorso sulla sovranità monetaria – dentro o fuori dall’euro – va dunque davvero molto al di là della possibilità di utilizzare la svalutazione del cambio come strumento di riequilibrio dei commerci.

Esso, lo vedremo in maggior dettaglio, investe la possibilità stessa di definire il tipo di società in cui vogliamo vivere. Un’unione politica e fiscale è una questione estremamente controversa e politicamente delicata. Necessarie considerazioni le saranno dedicate nelle prossime puntate.

L’immagine di copertina è di Uliano Lucas, Operaio delle Officine Ansaldo