L’elisir (non miracoloso) della svalutazione

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9 Giugno 2018

La sesta puntata del Glossario del Capitalista Moderno esplora funzionamento e implicazioni delle politiche di svalutazione

Elisir di sì perfetta, di sì rara qualità, ne sapessi la ricetta, conoscessi chi ti fa!
Elisir d’amore, Atto Primo, Gaetano Doninzetti

“Ignorare gli effetti regressivi della svalutazione significa ignorare gli effetti sul reddito […]”
Paul Krugman e Lance Taylor, Contractionary Effects of Devaluation, 1976

Se nella puntata precedente molto abbiamo discusso di indebitamento estero, questa volta ci interrogheremo sulla questione degli squilibri commerciali. Si tratta di due temi intimamente connessi e di grande attualità in questi giorni di grandi dibattiti su euro, sovranità monetaria e competitività.

Come fanno alcuni paesi come ad esempio la Germania ad essere permanente in surplus commerciale? E altri in deficit commerciale? Surplus e deficit non dovrebbero durare per molto tempo: in linea di principio, infatti, in seguito a tali squilibri le valute dei paesi in surplus dovrebbero spontaneamente apprezzarsi e, corrispondentemente, le valute dei paesi in deficit si dovrebbero deprezzare (se, per dire, tutti vogliamo merci svizzere, allora dobbiamo domandare franchi svizzeri e, a fronte di questo incremento di domanda, il franco si “apprezzerà”, ossia aumenterà di valore rispetto alle altre valute).

Questi aggiustamenti nel tasso di cambio a loro volta aiuterebbero a riequilibrare i conti, dal momento che nei paesi in deficit il deprezzamento della valuta genererebbe un guadagno di competitività che permette di esportare di più ed importare di meno (le importazioni diventerebbero infatti più care e verrebbero sostituite da produzioni interne), e che nei paesi in surplus accadrebbe l’esatto contrario.

In linea di massima, dunque, una certa flessibilità dei tassi di cambio costituisce di per sé un meccanismo di riassorbimento degli squilibri nei conti con l’estero. Non sempre e non necessariamente, però. Come sempre, tutto dipende dalle circostanze concrete.

Se i beni importati da un paese fossero estremamente necessari (petrolio, per esempio) e non sostituibili da produzione interna, la svalutazione del tasso di cambio rischierebbe di peggiorare i conti con l’estero a meno che le esportazioni non rispondano molto vigorosamente alla medesima svalutazione, più che compensando il maggior costo delle importazioni.

O, ancora, se un paese fosse fortemente indebitato verso l’estero, il deprezzamento del cambio renderebbe quel debito ancora più oneroso al punto che, a meno che il saldo commerciale (esportazioni – importazioni) non migliori molto in seguito alla svalutazione, esso potrebbe dar luogo ad un aggravamento degli squilibri invece che ad un loro progressivo riassorbimento.

Infine, quand’anche la svalutazione del cambio si rivelasse efficace come strumento di riequilibrio nei conti con l’estero, essa potrebbe condurre ad un peggioramento nella distribuzione dei redditi e, per questa via, ad una riduzione della produzione nazionale.

 

Coda per prelevare euro alla Banca del Pireo nell'estate del 2015 a seguito dei timori sulla Grexit. Simon Dawson/Bloomberg

 

Facciamo un esempio molto semplice per chiarire. Considerate un’impresa nazionale di automobili. È bensì vero che, a parità di ogni altra circostanza, la svalutazione del cambio rende le automobili più competitive sui mercati esteri, ma è su quel “a parità di ogni altra circostanza” che c’è molto da dire.

La svalutazione del cambio, infatti, aumenta i costi delle materie prime importate necessarie a produrre l’automobile (in primis energia, ovvero petrolio), ciò che di per sé costringerebbe il nostro produttore nazionale ad aumentare il prezzo delle automobili, col rischio di vanificare il vantaggio competitivo che sui mercati esteri la svalutazione stessa di per sé produce.

Per evitarlo, per sfruttare appieno cioè quel potenziale vantaggio competitivo, al nostro produttore non restano che due strade: o riduce i propri margini di profitto, o riesce a ridurre i salari reali pagati ai lavoratori (o a farli crescere più lentamente della loro produttività). Se le imprese sono sufficientemente forti, è verosimile che riescano a mettere in pratica la seconda soluzione. Oppure si riducono un po’ sia gli uni che gli altri, i salari reali e i margini di profitto.

La diminuzione dei salari reali, per le ragioni a lungo illustrate nelle puntate precedenti, può ridurre la domanda interna e la produzione.

Invece di produrre 100 automobili ed esportarne 20, la svalutazione può dar luogo ad una situazione nella quale se ne producono 90 e se ne esportano 30. I conti con l’estero si sono aggiustati, ma i lavoratori stanno peggio e la domanda interna (scesa da 80 a 60 automobili) langue.

In definitiva, la svalutazione del cambio è uno strumento che può certamente aiutare a sistemare i conti con l’estero ma, appunto, non sempre e non necessariamente. Costituisce, a giudizio di chi scrive, un utile strumento di flessibilità, ma affidarsi solo ad esso sarebbe illusorio e le possibili circostanze concrete che noi abbiamo soltanto esemplificato vanno studiate caso per caso e nel dettaglio. Un punto non banale quando si riflette di sovranità monetaria, commercio e crescita, specialmente in un mondo globalizzato.

Fatto sta che tale strumento, dentro all’area euro, non esiste più. E certamente nel caso tedesco un ruolo fondamentale è stato giocato proprio dall’euro. Come abbiamo visto nelle puntate precedenti, l’avanzo commerciale tedesco è soprattutto nei confronti di altri paesi dell’area euro e, inoltre, si è generato soprattutto a partire dall’introduzione dell’euro.

Se la differenza tra tasso di crescita della produttività e dei salari reali in Germania è superiore alla medesima differenza in Grecia, è inevitabile che le merci tedesche diventino vieppiù competitive rispetto a quelle greche, generando così un surplus commerciale tedesco (deficit commerciale greco) nei confronti della Grecia (Germania).

In Grecia, tuttavia, non si può avere né uno spontaneo deprezzamento, né una deliberata svalutazione della “valuta locale”, dal momento che Germania e Grecia condividono la medesima moneta, l’euro. Da questo punto di vista, la creazione della moneta unica, ben lungi dal creare meccanismi di “convergenza”, ha semmai prodotto divergenza: il surplus nel Paese più forte e il deficit di quello più debole, anziché ridursi e potenzialmente annullarsi grazie agli aggiustamenti nei tassi di cambio (fatti salvi i caveat di cui sopra), perdurano nel tempo e – così dicono i fatti – possono persino aumentare.

Tanto più che, in un regime di moneta unica, i risparmiatori e le banche dei paesi in surplus sono molto meno restii a concedere prestiti ai paesi in deficit, dal momento che non esiste più il “rischio di cambio”, ovvero il rischio di vedersi restituire i prestiti erogati in una moneta svalutata. In sostanza: ti vendo le mie Mercedes e ti presto i quattrini con cui comperartele.

Venuto meno lo strumento della svalutazione del tasso di cambio (“svalutazione esterna”, come spesso viene definita), alla Grecia (che qui assumiamo soltanto come esempio per un discorso essenzialmente divulgativo e pedagogico) restano soltanto tre strade: l’imitazione e l’approfondimento del modello tedesco, l’emigrazione di forza lavoro o, infine, il beneficio derivante da una unione politica (fiscale). Proveremo a spiegare il funzionamento di queste tre opzioni e le loro implicazioni nella prossima puntata.