Coast to coast in comics: Blood of the virgin, di Sammy Harkham

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9 settembre 2018

Cinema, eccessi, L.A. e Hollywood protagonisti in “Blood of the virgin” (Oblomov), di Sammy Harkham

Los Angeles. Città-mondo, spiagge caos traffico bella vita, al centro o ai margini dell’industria culturale più potente del pianeta. Terra di sogni, a volte realizzati a volte infranti. Ma più spesso messi da parte, come cantano gli Editors.

In quello spazio sottile tra l’abbandono dei sogni e il difficile esercizio di rimanerci aggrappati nonostante tutto è ambientato Blood of the virgin.

Il graphic novel di Sammy Harkham è pubblicato in Italia da Oblomov Edizioni, casa editrice fondata lo scorso anno da Igort.

Siamo nella Los Angeles di inzio anni ’70, dove Seymour si è trasferito insieme alla moglie Ida e al figlio neonato Junior per lavorare nell’industria del cinema.

Il nostro protagonista sogna di dirigere un film tutto suo, ma deve accontentarsi del ruolo montatore per una casa produttrice di B-movies. La frustrazione lavorativa si somma alle difficoltà della vita familiare, messa a dura prova dalle notti rese insonni dal pianto continuo di Junior.

La fatica di Seymour nell’affrontare giornate piene di traffico, stanchezza e risentimento sembra ripagata quando il copione che ha da sempre nel cassetto viene finalmente scelto per diventare un film.

Ma la grande occasione non si presenta come Seymour l’aveva immaginata: a dirigere il film sarà l’odiato Oswald, con il rischio che il risultato finale si allontani drasticamente dalle aspettive del protagonista.

Per uno di quegli strani casi della vita, incomprensioni e contrasti tra i due sembrano lasciare spazio a un accenno di apprezzamento reciproco proprio quando la produzione decide di licenziare Oswald, affidando il film a Seymour.

Ancora una volta, però, le condizioni materiali in cui è costretto a lavorare sottraggono al protagonista ogni possibilità di soddisfazione, inquinando la piena realizzazione del suo sogno con compromessi al ribasso di ogni genere.

L’insoddisfazione è il sentimento chiave di Blood of the virgin.

Come scrive l’editore nella presentazione dell’opera, il graphic novel di Harkham «è un racconto lucido, teso a scandagliare la ricerca di gratificazioni che la società americana contemporanea raramente può offrire».

Senza le pretese di un apologo o di un’operetta morale – visto tra l’altro che la storia comincia in medias res e finisce a metà, prima parte di due – la vicenda di Seymour presenta la nuda realtà di un’esistenza condotta nella perenne insoddisfazione delle aspirazioni esistenziali e delle pulsioni materiali.

Il divario tra nobili obiettivi e frustrazione quotidiana si fa via via talmente ampio, il contrasto talmente stridente da condurre Seymour a scegliere scorciatoie sempre più semplici verso la gratificazione immediata, disponibili a piene mani nel folle(ggiante) clima dell’opulenza hollywoodiana.

Se in Diario di Ney York, primo tempo di questo coast to coast a fumetti, Peter Kuper aveva reso umana una città, cercando di raffigurare visivamente lo spirito cosmopolita della Grande Mela, in Blood of the virgin Los Angeles sembra entrare nelle vene di Seymour fino a raggiungere la sua anima.

Il titolo stesso del graphic novel, che è quello del film ideato dal protagonista, richiama in modo evidente il sacrificio dell’innocenza e la disillusione che riempiono le pagine di Sammy Harkham.

Che con il suo sguardo da autore indipendente si sottrae ai racconti stereotipati sulle epopee individuali a Hollywood, strizza l’occhio al David Lynch di Mulholland Drive e ci regala una lettura ansiogena, conturbante e caotica come le strade di L.A.