Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a fumetti secondo Giacomo Bendotti

57 giorni. Nel ristrettissimo arco di tempo che separa la strage di Capaci da quella di via d’Amelio si muove Paolo Borsellino. L’agenda rossa, opera con cui Giacomo Bendotti nel 2012 ha ricostruito a fumetti gli ultimi due mesi di vita del magistrato siciliano.

Un lavoro di graphic journalism che si pone in continuità diretta, non solo ideale, con Giovanni Falcone, volume pubblicato un anno prima sempre dall’editore Becco Giallo ad opera dello stesso Bendotti e dedicato al percorso umano e professionale di Falcone dal maxiprocesso alla sua morte.

Anche in questo caso, dunque, un dispiegamento temporale relativamente limitato, che consente all’autore di sganciarsi dagli obblighi della biografia per concentrarsi sui momenti decisivi della lotta a Cosa Nostra dei due grandi magistrati palermitani, in grado di cambiare per sempre le sorti dell’antimafia.

Non per questo le opere – ripubblicate nel 2022 in volume unico – si soffermano esclusivamente sugli aspetti lavorativi della vita di Falcone e Borsellino: al contrario, offrendo lo spaccato di un periodo in cui l’impegno professionale arrivò a condizionare pesantemente la vita di entrambi, i due fumetti consentono di cogliere preziosi momenti di intimità con familiari, amici e collaboratori.

Il quadro che ne emerge ritrae due persone circondate dai propri affetti anche nei momenti più difficili: affetti che i due magistrati hanno provato a proteggere fino al tragico epilogo, che nel caso di Falcone coinvolse anche la moglie Francesca Morvillo.

Ma se entrambi trovavano in famiglia tutto il sostegno necessario a portare avanti la battaglia del diritto contro Cosa Nostra, lo stesso non si può dire delle istituzioni e dell’opinione pubblica italiane, che li marginalizzarono sempre più consegnando alla storia l’immagine sconfortante – che emerge perfettamente dalle pagine di Bendotti – di due uomini profondamente soli.

“In Sicilia la mafia colpisce quei servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere” disse Giovanni Falcone, con il pensiero probabilmente rivolto a compagni suoi e di Borsellino caduti per mano mafiosa come Rocco Chinnici, Emanuele Basile e Ninni Cassarà, oppure semplicemente con la premonizione di chi sapeva quale sarebbe stato, con buona probabilità, il proprio destino.

Ancora più lapidario, Paolo Borsellino ebbe a dire che “è un errore, come fa qualcuno, dire che lo Stato si è arreso nella lotta alla mafia. In realtà non si è arreso, perché questa battaglia non l’ha mai combattuta”. Queste parole, a oltre trent’anni di distanza dalla loro morte, dovrebbero scuotere come un terremoto un Paese che troppo spesso, invece, ha preferito seppellirli una seconda volta sotto tonnellate di retorica.

La rabbia per le tante vite ingiustamente troncate, l’amarezza per quanto di più le istituzioni avrebbero dovuto fare e non hanno fatto, la disillusione nei confronti di un sistema-Paese forse ormai irrecuperabile sono riportate a galla con forza e lucidità dal racconto di Bendotti, che tuttavia rifugge ogni sensazionalismo, ogni effetto artificioso in favore di una narrazione accurata e lineare.

Il bianco e nero temperato dai mezzi toni dell’acquerello conferisce ai due fumetti un’aura atemporale, come se fossero due atti di un’unica tragedia che potrebbe svolgersi in ogni epoca storia, nonostante le vicende narrate siano profondamente legate al contesto storico e geografico in cui si svolgono: l’Italia degli anni ’80 e ’90.

Un’Italia che per tanti aspetti si rese conto troppo tardi dell’importanza del lavoro che quei due giudici palermitani stavano svolgendo, per non parlare della manifesta ostilità alla quale entrambi andarono incontro, specialmente negli ultimi anni delle rispettive carriere: da parte di colleghi e superiori, di tanti giornalisti e intellettuali, di una politica superficiale quando non direttamente collusa col potere mafioso.

Cosa rimane oggi all’Italia dell’eredità di due grandi uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? Un movimento antimafia ormai autenticamente popolare, cresciuto nei numeri e nella forza d’urto. Strumenti nuovi e più efficaci per combattere la criminalità organizzata, nati grazie al loro impegno e alle battaglie di altri – come Pio La Torre – che nello scontro ci hanno rimesso la vita.

Ma resta anche il vuoto pneumatico di tante parole di circostanza nei giorni degli anniversari di Capaci e via D’Amelio, insieme soprattutto all’amara consapevolezza, come ha detto il giornalista Giovanni La Licata a Giacomo Bendotti, che “uomini così rappresentano un ‘lusso’ che nessun Paese dovrebbe lasciarsi sfuggire”.

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