Zahra’s Paradise e i figli perduti dell’Iran

Sono passati più di quindici anni dall’uscita di Zahra’s Paradise. I figli perduti dell’Iran, ma l’attualità del graphic novel di Amir e Khalil sulle sofferenze del popolo iraniano conserva ancora tutta la sua attualità, pur in un contesto sociale e politico profondamente mutato sia all’interno che all’esterno del Paese.

Nei giorni in cui le bombe statunitensi e israeliane piovono su Teheran nel tentativo di rovesciare il regime degli ayatollah, il racconto a fumetti nato come webcomic nel 2009 conserva la forza d’urto e la ricchezza informativa dimostrate all’epoca della sua pubblicazione.

Erano i giorni successivi alla rielezione di Mahmud Ahmadinejad alla presidenza, accompagnati da poderose proteste di piazza duramente represse dal governo di Teheran attraverso l’arresto e la sparizione di tanti giovani manifestanti.

Attraverso un blog aggiornato tra il giugno e l’agosto del 2009, i due autori – che per ragioni di sicurezza scelsero di utilizzare pseudonimi per non essere identificati – raccontarono la storia di una famiglia alle prese con la scomparsa di un giovane nel buco nero della macchina repressiva.

Nel suo insieme il fumetto non ripercorre la storia di una famiglia realmente esistita, ma come ci tengono a precisare i due autori – pur ritenendo inadeguata l’etichetta di graphic journalism – si ispira agli innumerevoli casi reali di conoscenti e amici scomparsi nel nulla dopo le proteste.

L’opera nasce infatti dall’urgenza non tanto di raccontare una storia specifica, quanto di far comprendere – specialmente a chi si trova al di fuori dell’Iran – la situazione soffocante e paradossale che sono costretti a fronteggiare i familiari delle persone inghiottite nelle maglie del regime.

L’inizio del volume, simbolicamente e concretamente brutale, prefigura in modo inequivocabile lo svolgimento del racconto, che segue la disperata ricerca del diciannovenne Mehdi da parte del fratello maggiore Hassan e della madre Zahra.

Dopo la sua scomparsa durante una manifestazione, i familiari cercano il ragazzo – il cui volto non verrà mai mostrato dagli autori – negli ospedali, negli obitori e nelle carceri, scontrandosi con il muro di gomma di un regime che alterna risposte taglienti alla più paludata indifferenza.

I versi dei grandi poeti nazionali e del Corano riecheggiano lungo tutto il racconto, tracciando il perimetro di una contesa tra il popolo e il regime che non è solo politica, ma coinvolge l’autenticità della fede islamica e della tradizione culturale persiana di cui gli ayatollah si fanno interpreti.

Il bianco e nero delle tavole, deciso e frenetico quasi a segnare l’urgenza del racconto, più che all’immancabile riferimento di Marjane Satrapi sembra debitore al Craig Thompson di Carnet di viaggio e in anticipo di qualche anno su Habibi.

Amir e Khalil tratteggiano un racconto dalle caratteristiche universali, che dall’Iran si potrebbe estendere a tutti i regimi che nel mondo si arrogano la facoltà di sottrarre ai propri cittadini le libertà fondamentali fino a cancellare il diritto alla vita.

Dopo la rilettura di Persepolis e la recensione di Donna vita libertà, con queste righe si chiude un’ideale trilogia dedicata all’Iran, sperando che la guerra in corso non azzeri – insieme al regime – quel che resta di un popolo fiero, ricco di storia e cultura come quello iraniano.

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