Understatement

di

23 luglio 2018

“Ti amo ogni giorno di più”

l’occhio gli cadde ironicamente su quel post it che lei gli aveva lasciato sul tavolo qualche mese prima, in quel tempo di una relazione in cui non ti accontenti nemmeno delle parole che hai appena finito di dire e senti il bisogno, sacrosanto – aveva sempre pensato – di fissarle in qualche modo e regalarle a un tempo successivo.
Ironicamente, perché le parole, a distanza di tempo, si erano trasformate in veleno urticante la sera prima quando erano uscite con violenza dopo l’ennesima discussione.
Maria era brutale quando litigava.
Non si era mai sentito dire, in passato, cose come quelle che riusciva a esprimere Maria in quelle circostanze, quando sputava una rabbia cieca come fosse una pallottola e gliela depositava direttamente in fronte. Solitamente non reagiva a quegli attacchi scomposti. Incassava incredulo, giurando a sé stesso che non avrebbe perdonato quelle cattiverie. Invece, non solo le perdonava, ma le comprendeva.
Lei la considerava una forma di ignavia, lui di estrema protezione. Considerava una sua responsabilità proteggerla dalle ferite che possono lasciare le parole dietro la rabbia, quando si è adulti. Lo aveva sperimentato su altre persone e si era ripromesso di non farlo più.

Si ripromise di riparlarne con calma la sera, quando probabilmente sarebbe riuscito a farsi capire e avrebbe ricomposto la situazione. Ne era certo.
Infilò gli auricolari nelle orecchie e si diresse verso la metropolitana.

“Certo che può sembrare inutile, una stazione a chi non parte mai…”
Doveva essere la giornata delle coincidenze dato che quella vecchia canzone gli evocò immediatamente il fatto che stava per iniziare una di quelle riunioni fiume di cui spesso non riusciva a capirne l’utilità.

“Vedi che non me l’ero sognata? L’ho trovata la mail!”. La sua collega gli mostrò la prova che nella discussione con quel professionista, fosse dalla parte della ragione. – “le ho mandato questa risposta”.
Lesse quelle righe appassionate in cui la collega difendeva le sue ragioni e riparava a un torto subito.
Sorrise e si complimentò per la risposta.
La riunione fu meno impegnativa del previsto, si parlò di ordinaria amministrazione, il progetto di cui si occupava stava andando bene e i risultati erano confortanti. Ebbe il tempo di pensare a cosa avrebbe detto una volta tornato a casa, a come rimediare alla lite della sera prima. Maria era fatta così, si muoveva nel mondo con urgenza, un’urgenza che non andava frustrata, piuttosto assecondata, sostenuta, anche a rischio di restarne travolti.

Si ripromise di tenerlo sempre presente in futuro, anche nel pieno di una discussione violenta.

Decise di pranzare da solo, in un bar all’aperto. La stagione lo permetteva. Era il momento dell’anno che amava di più. Sapeva di non essere originale: l’apparire del caldo, le giornate che si allungano. Era una banalità ma tutto sommato c’era un motivo se l’inizio della primavera era un momento di rinascita per tutti. “La natura fa le cose sempre per bene – pensò, – visto che siamo dentro i luoghi comuni, tanto vale percorrerli fino in fondo”

Si godette quel momento di pace ma ne approfittò per esplorare la propria timeline di Facebook.

Rise di qualche battuta, apprezzò diverse foto di amici e lesse un paio di articoli interessanti mentre terminava la sua insalata, che per qualche motivo negli anni aveva accresciuto il proprio rango per assurgere al grado di “insalatona”, indipendentemente dalla grandezza della scodella o dal numero degli ingredienti.

Rientrò in ufficio dove si sincerò che i documenti per la rendicontazione del progetto che seguiva in quel periodo fossero pronti. Andavano consegnati per quel pomeriggio.
I cicli del suo lavoro si ripetevano uguali negli anni, senza soluzione di continuità: la progettazione di azioni che potessero trovare finanziamenti pubblici o privati, l’attesa per l’esito dei bandi, la realizzazione pratica di quanto progettato, mai come progettato a dire il vero, la soffocante burocrazia per dimostrare quanto fatto e poi di nuovo da capo. Non l’aveva scelto, 25 anni prima. Ci si trovò per caso. Poi probabilmente era diventato bravo in quello che faceva ma non era mai stato qualcosa di cui preoccuparsi ferocemente

“Vuoi che li faccia portare da un corriere?”. La sua giovane collega lo destò con il suo consueto tono, tipico di un’allegria naturale, mai artefatta. Aveva un vestitino leggero fiorato, aderente e con un’ampia scollatura. Pensò che avesse un bel seno. Si chiese come sarebbe stato toccarlo. Si chiese come sarebbe stato sedurla. Si chiese se lei avesse fatto mai pensieri del genere su di lui.

Ma sorprendentemente, subito dopo, si domandò se lei fosse, nei momenti di crisi, una persona da silenzi dolorosi o da parole indicibili e urticanti.

“No, li porto io personalmente”

Entrò nell’ufficio con circospezione, come soleva fare nei posti dove non era stato in precedenza.
Vide un volto conosciuto ma non riuscì a collegarlo a un nome.
“Devo consegnare i documenti per la rendicontazione”
“Ehi, ciao! Come stai?”
Improvvisamente si ricordò di quel giovane operatore con cui anni prima aveva provato a scrivere un bel progetto rivolto a giovani residenti in un quartiere periferico della città. Non andò in porto ma fu una bella collaborazione. Non ricordava il nome ma ricordava che fosse preparato ed entusiasta.
“Bene, da quanto lavori qui?”. Gli raccontò che era entrato in quel team da qualche mese e quella nuova avventura lo entusiasmava. “E tu? Sei sempre lì?”
“Sì. Ma stiamo facendo delle cose molto belle, è davvero un bel progetto quello di cui mi occupo”

“Bene”. Lo disse sorridendo ma ne colse l’aria di leggera circostanza. Si salutarono con un abbraccio sincero e con la promessa di rivedersi a breve in qualche occasione lavorativa.
Uscì dal palazzo e si diresse deciso verso la metropolitana. Era metà pomeriggio e tutto sommato poteva permettersi di finire così la propria giornata lavorativa.

Ricevette un messaggio sul cellulare. “Questa sera è meglio che io stia a casa. Preferisco così”.

Represse quell’impercettibile ma reale senso di panico, pensò che Maria nonostante la giovane età delle volte fosse più lucida di lui e digitò la risposta: “ok, credo anche io che sia meglio dormirci su” – faccina con il bacio. Decise infine di dirigersi verso a casa a piedi. Nonostante non fosse vicino. Pensò che una lunga camminata con quella leggera brezza di primavera, non avrebbe potuto che fargli bene.

E mentre passeggiava, in quel pomeriggio regalato ai nuovi palazzi e allo stucchevole compiacimento della città, progressista, scintillante e, ormai, inutile al mondo, ebbe finalmente la propria personale epifania.

Gli occhi, le voci, i passi svelti, “le suggestioni iconiche”, le biciclette, i distretti, lo street food, i cortili aperti, Cosmo, il Ramen, Spotify, Childish Gambino, la rigenerazione urbana, I corpi sudati, seduti, accasciati.
I corpi soprattutto.
Tutti i corpi che vide con la loro potenza, con la loro presenza, gli fecero capire, non senza provocargli una fitta profonda di disperazione, quanto il suo tempo fosse incontrovertibilmente e irrimediabilmente

finito