La rabbia di Sarajevo

Sarajevo, in piazza contro la burocrazia claustrofobica degli Accordi di Dayton che tengono la Bosnia – Erzegovina prigioniera delle agende politiche dei partiti, contrapposte anche rispetto agli aspetti più importanti della vita quotidiana dei cittadini

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/06/Schermata-2013-06-15-alle-20.39.17.png[/author_image] [author_info]di Francesca Rolandi. Storica, ha portato a termine un dottorato in Slavistica e si occupa di studi sulla Jugoslavia socialista. Ha vissuto a Belgrado, Sarajevo, Zagabria e Lubiana e ha provato a raccontarle per PeaceReporter, Osservatorio Balcani Caucaso, Cafebabel e Profili dell’Est[/author_info] [/author]

In questo inizio di giugno, mentre l’attenzione di tutto il mondo si focalizzava sulle proteste che hanno infiammato Istanbul, qualcosa si muoveva anche più a nord della penisola balcanica, nella piccola Bosnia Erzegovina. Ma le similitudini finiscono qui. In Turchia la protesta, nata in difesa di Gezi Park, minacciato dalla speculazione edilizia, si è presto allargata contro le politiche conservatrici messe in atto dal premier Erdogan, le cui ultime mosse sono state percepite come un tentativo di imporre norme etico-morali che cozzerebbero con il laicismo turco. In Bosnia si protesta contro la stagnazione del sistema di governo ormai bloccato su quelle linee etniche stabilite dall’accordo di Dayton del 1995, di cui tutti i partiti politici attualmente al governo si nutrono. La Turchia, pur con un certo rallentamento negli ultimi anni, è stata caratterizzata da un decennio di crescita economica, la Bosnia è piagata da una situazione economica disastrosa, alla quale contribuiscono il malgoverno e l’irresponsabilità della sua classe politica.

Bosnian women and their babies protest in front of the parliament in Sarajevo

A far traboccare il vaso in Bosnia è stata la vicenda di Belmina Ibrisevic, tre mesi, una malattia rara e grave, incurabile negli ospedali bosniaci. Belmina sarebbe dovuta partire il prima possibile per la Germania per un trapianto di midollo, ma non aveva un passaporto valido, come tutti i bambini nati in Bosnia Erzegovina negli ultimi cinque mesi, a causa di una querelle che divide i politici delle due entità. Una decisione della corte costituzionale bosniaca ha messo fuori legge la precedente legge riguardante i numeri identificativi contenuti nei documenti, ma non si è ancora arrivati a un accordo definitivo per la sua modifica.

L’immagine di Belmina, la neonata attaccata alle flebo, è così rimbalzata sui social network e ha suscitato un crescendo di indignazione popolare, diventando il simbolo del futuro negato degli abitanti della Bosnia Erzegovina, prigionieri di un sistema politico bloccato. Un ciuccio sovrastato da un pugno chiuso è di conseguenza diventato il simbolo delle proteste. Così giovedì 6 giugno, grazie a un tam tam mediatico, i cittadini di Sarajevo, insieme ad altri provenienti da altre città della Federazione e della Repubblica Serba, le due entità che compongono la Bosnia Erzegovina, si sono dati appuntamento davanti al Parlamento federale.

Tra le loro richieste, il raggiungimento di un accordo per sbloccare la questione dei numeri identificativi e il taglio degli stipendi di parlamentari, la cui somma dovrebbe andare a confluire in un fondo per  i malati bisognosi di cure all’estero. Diecimila persone, un numero significativo per la Bosnia Erzegovina, ha bloccato l’entrata del Parlamento, impedendo l’uscita ai politici di entrambe le entità che sono rimasti, insieme a qualche centinaio di ospiti stranieri, all’interno della struttura per tutta la notte. La situazione si è risolta, dopo qualche improbabile tentativo di fuga dalle finestre, verso l’alba, quando tutti i delegati hanno potuto raggiungere le proprie case.

La pressione popolare e l’attenzione internazionale hanno fatto sì che venisse trovata una soluzione provvisoria e la piccola Belmina, protagonista involontaria della “rivoluzione sarajevese”, ricevesse un passaporto e potesse volare in Germania. Una soluzione definitiva della questione dei numeri identificativi però è lungi dall’essere in vista e le proteste continuano per chiedere una soluzione definitiva entro il 30 giugno. Intanto i politici di entrambe le entità hanno cercato di girare a proprio favore la situazione. Da Sarajevo cercando di attribuirsi il merito del salvataggio della piccola Belmina e minimizzando le proteste. Da Banjaluka giocando la carta della divisione nazionale e presentando il blocco del parlamento come un’azione intrapresa contro i parlamentari serbi, per i quali la sicurezza non sarebbe più garantita nella città di Sarajevo.

Già nella primavera del 2008 un fatto contingente – un’inedita ondata di violenze a Sarajevo – aveva portato a proteste diffuse e alla messa in discussione del sistema di potere che governa la Bosnia. La primavera del 2013, ora, volge al termine e inizia l’estate. Le questioni sul tavolo sono rimaste le stesse e la sfida della società civile sta nel tenere alte le pressioni sulla classe politica e nell’incanalare l’indignazione che ha caratterizzato le mobilitazioni di questi giorni nella creazione di una massa critica. “Silenzio, il Parlamento radi” recita ironicamente un bambino in uno dei manifesti prodotti dagli attivisti. E chissà che i più piccoli, seppur indirettamente, riescano dove i grandi hanno fallito.



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