Non chiamatemi stadio

Il Maracanà, stadio di Rio de Janeiro, si racconta, tra nostalgia e futuro, approdo tra un calcio che non esiste più e un gioco che non smette di appassionare miliardi di persone

di Christian Elia

Il mio nome è Maracanà. All’anagrafe, in realtà, mi hanno registrato come Estádio Journalista Mário Filho, ma chi se lo ricorda sto nome? In Brasile, tutti, sono un’immagine, un colore, una strada. Il soprannome, come forma d’arte. Ecco, io sono subito stato il Maracanà, come il quartiere di Rio de Janeiro dove sono nato nel 1948.

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La finale del campionato del mondo del 1950 a Rio de Janeiro

Ti direbbero il 1950, se chiedessi a quelli che sanno tutto. Ma io, come tutti i brasiliani, con quell’anno ho un rapporto doloroso. I primi vagiti, da idea a cantiere, iniziano subito dopo la Seconda Guerra mondiale. Quanta strada è stata fatta fino a questa Confederations Cup. E’ un po’ un casino, in realtà, dicono che sono le prove generali dei campionati mondiali. Ma una coppa la vincono anche questi. Certo, il geometra Pirlo che che festeggia 100 partite in nazionale qui con me, mi onora. Perché io, anche se ho ospitato eventi di ogni genere, mi sento la casa del calcio. Non ci posso fare nulla.

A volte divago, scusatemi, come una squadra che si compiace di tenere palla, senza verticalizzare. Ecco, noi brasiliani siamo così, innamorati del bello. A volte penso che di mondiali ne avremmo vinti il doppio, ma non ne voglio neanche una in più di coppa se si vince come nel 1994, giocando male, negli Stati Uniti dove le palle sono a spicchi o ovali. L’importante, però, è non perderne mai più come nel 1950.

Ero giovane, allora. Appena nato. Ma quel silenzio, il momento in cui il mondo si è fermato, non lo dimenticherò mai. Se qualcuno avesse potuto volare fino in cielo, avrebbe visto i fiumi e il mare fermarsi, gli animali immobili, le piante che smettevano di respirare. Non mi credete? Immagino, ma voi quel silenzio non lo avete sentito. Dopo la guerra il Brasile ospita il primo campionato di calcio post-bellico. Campione in carica l’Italia, nel 1938, prima della sospensione per la guerra. Quella generazione, però, non esisteva più e l’Italia si era vista rubare dal destino una squadra immensa, il Grande Torino, precipitato nel 1949 sul colle di Superga.

Per colpa di quella tragedia, non avevamo rivali. Il mondiale a casa nostra, il gioco del calcio che ritrova la madre, voltando le spalle al patrigno inglese, per sciogliersi nell’abbraccio di chi ha dato a questo gioco un senso estetico, un’armonia, un ritmo, contro chi gli aveva dato solo regole. Jules Rimet, gentiluomo francese che organizzava il torneo, lo ha ammesso a suo tempo: “Avevamo previsto tutto, tranne che non vincesse il Brasile”.

Invece è accaduto. Il cammino verso la finale un’onda verdeoro irresistibile. Il bomber Ademir, il poeta Jair, l’immenso Zizinho, che lo stesso Pelé riconobbe come maestro. Sette reti alla Svezia, sei alla Spagna…tutto come fosse solo una grande fretta, una festa, un preliminare estenuante prima che la donna della tua vita si conceda. Io, pieno di vita, come tutti i bambini, che non conoscono la malinconia.

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Il giorno, quel maledetto giorno, è arrivato. il 15 luglio 1950. Che se ci penso ancora oggi, dopo 63 anni, fa male come allora. Abbraccio in un solo colpo 210mila persone, anche se il numero vero non si saprà mai. Quel giorno, capienza e misure di sicurezza, erano ancora concetti lontani, ignoti. Tutti dovevano esserci il giorno che il calcio tornava a casa. Segna Friaca, bomber astuto, ma quasi non se ne accorge nessuno. Era come se la coppa la dovessimo prendere a prescindere. Solo che l’Uruguay non molla. Pareggia Schiaffino, con l’intelligenza dei freddi, quella tagliente. Un momento di sconforto, di fastidio, come per uno sciocco contrattempo che ti rallenta. E invece no. Segna Ghiggia, e il mondo si ferma. In quel momento ho perso l’infanzia, ho scoperto la morte, che spesso è un triplice fischio finale. L’Uruguay è campione del mondo, io sono ancor qua. Ma non dimentico. Quel dolore lo chiamano Maracanazo, come un archetipo dello strazio dell’anima.

Da allora sono accadute molte cose, ma le ho guardate con distacco, perché ho smesso di credere alla gioia perfetta. Mi sono goduto il goal numero mille di Pelè, le magie di Zico che è l’uomo che ha segnato più di tutti da me, negli anni Sessanta è nato mio fratello a Belgrado, chiamato come me in mio onore, da quelli che sono i più simili ai brasiliani quando giocano al pallone. Per niente per tutto il resto. Ma restavo fermo, meditabondo, come assonnato.

Poi, anni fa, si decide che nel 2014 i mondiali tornano in Brasile. Non lo nego, mi ha fatto effetto. Come un déjà vu, che ti fa male ogni volta. Mi sono rifatto il trucco, in molti si sono arrabbiati, anche per tutti quei soldi che si potevano spendere in altro modo. Io resto qui, indifferente, e aspetto il momento. Questa Confederations Cup passerà, come un altro inverno. E io sarò qui, ad aspettare di sapere se l’Uruguay è qualificato. Ad aspettare di scoprire che, se è vero che si muore, a volte la felicità torna a trovarti prima di dirti addio.



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