[note color=”000000″]In questo blog si parlerà di confini che scorrono tra paesi, individui, generi, ideologie, in quello spazio che si trova a est di Milano e finisce prima di andare troppo lontano[/note]
[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/06/Schermata-2013-06-15-alle-20.39.17.png[/author_image] [author_info]di Francesca Rolandi. Storica, ha portato a termine un dottorato in Slavistica e si occupa di studi sulla Jugoslavia socialista. Ha vissuto a Belgrado, Sarajevo, Zagabria e Lubiana e ha provato a raccontarle per PeaceReporter, Osservatorio Balcani Caucaso, Cafebabel e Profili dell’Est[/author_info] [/author]
”La nuova frontiera non sarà una muraglia cinese”, aveva detto il presidente croato Ivo Josipovic a una delegazione bosniaca qualche tempo prima dell’entrata del paese nell’Unione Europea, il 1 luglio 2013. La muraglia effettivamente non è stata eretta, ma soprattutto perché la Croazia, pur diventata il ventottesimo membro Ue, non è ancora entrata a far parte dello spazio Schengen, all’interno del quale vige la libera circolazione di uomini e merci, due termini spesso quasi equiparati.
Le frontiere con i paesi confinanti sono quindi rimaste al loro posto, con qualche semplificazione nei controlli. Tuttavia i confini dell’Unione Europea sono arrivati a toccare la Bosnia-Erzegovina, che nel cammino verso l’Europa unita è ancora in alto mare, e hanno modificato equilibri precedenti che regolavano zone intimamente interconnesse. In particolare alcuni dei valichi che in precedenza erano classificati come internazionali sono stati retrocessi a locali, attraversabili cioè esclusivamente da coloro che risiedono in un raggio di cinque chilometri dalla frontiera.
I nuovi permessi tardano, le file al confine si allungano e sembra di rivedere immagini già viste tra Slovenia e Croazia e ancora prima tra Italia e Slovenia e Jugoslavia e Italia. Le storie si ripetono, uomini e donne per i quali recarsi al lavoro diventa improvvisamente più difficile, vecchine costrette e peripezie per portare fiori sulla tomba del loro caro estinto, bambini per i quali le distanze con la scuola aumentano.
E linee nette che vengono tracciate sul terreno, ma partendo da una carta, senza che il terreno lo si conosca proprio. Nel 1955, grazie agli accordi di Udine, i cittadini italiani e jugoslavi ottennero il diritto a un lasciapassare che permetteva loro di varcare la frontiera quattro volte al mese. Se ciò da una parte fu il primo passo verso l’apertura di un confine fino ad allora poco permeabile, portò anche con sé una nuova barriera, tra coloro che abitavano in un fascia di dieci chilometri dal confine e quelli che ne stavano fuori. Per gli aventi diritto il permesso rappresentò una boccata d’aria e aprì una serie di possibilità per un’economia allora stagnante come quella istriana, i cui legami con Trieste erano stati recisi: con il lasciapassare si poteva acquistare in Italia, fare un po’ di contrabbando, anche emigrare in modo non rocambolesco diventava possibile. E così iniziarono le pressioni di chi stava fuori per avere la residenze nelle zone confinarie.
Nell’ultimo decennio si è parlato spesso nei circoli accademici di balcanismo, una versione dell’orientalismo applicata ai Balcani, che diventerebbe evidente man mano che ci si sposta verso est, con gradualità, quando si tende a considerare il proprio vicino orientale portatore delle caratteristiche negative dalle quali ci si vuole distanziare: povertà, primitivismo, corruzione. Siccome non sono i popoli a costruire le frontiere ma le frontiere a costruire i popoli, i nuovi confini dell’Europa sono i maggiori responsabili di questa deformazione di una regione che nonostante le molte somiglianze è portata a insistere sulle sue diversità.
E l’idea di uno spazio comune all’interno dell’Unione Europea che si allarga trova il suo contrappeso nell’esclusione di quei paesi che nell’Unione europea e nello spazio Schengen non ci riescono a entrare. Attualmente in questa parte di mondo i cittadini kosovari sono rimasti gli ultimi tra gli ultimi a necessitare di visti anche per brevi soggiorni turistici.
Ma per fortuna le barriere sono anche fatte per essere eluse e le pratiche messe in atto dai cittadini per varcare la soglia e arrivare dall’altra parte sono spesso testarde, disperate, alle volte fantasiose e bonariamente sovversive. Come quando i triestini andavano a far spesa in Jugo, in Jugoslavia ovviamente.
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