Gli anni dei due vituperati governi socialisti, cui viene addebitata l’attuale situazione economica, furono caratterizzati da epocali riforme sociali
[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/06/Schermata-2013-06-20-alle-18.34.04.png[/author_image] [author_info]di Marcello Sacco, da Lisbona.Nato a Lecce, vive da anni a Lisbona, dove lavora come professore, traduttore e giornalista freelance[/author_info] [/author]
Ai tempi di Salazar e del mitico Eusébio, il Portogallo diventò tristemente noto come il Paese delle tre “f”: Fatima, fado e football. Oggi non è cambiata poi tanto quell’immagine, con la Madonna che fermò la pallottola diretta al papa, Mourinho e le melodie tristi cantate in ristoranti semibui. Si è solo aggiunta la crisi del debito. Eppure negli anni dei due vituperati governi del primo ministro socialista Sócrates (2005/2011), quelli che (ultimi, in ordine di tempo, ma non soli) portarono il Paese sull’orlo della bancarotta, furono anni di riforme sociali epocali. Due leggi fortemente simboliche e praticamente rivoluzionarie vennero approvate da un Parlamento a maggioranza di sinistra, ma in cui anche parte della destra seppe muoversi con il necessario buonsenso.
L’11 febbraio 2007 i portoghesi furono chiamati alle urne per un referendum in cui si chiedeva la depenalizzazione dell’aborto. Solo dal 1984 era possibile abortire, ma solo in casi particolarmente gravi (malformazioni del feto, seri pericoli per la madre, stupri…). Già nel ‘98 la sinistra aveva provato a cambiare la legge con un referendum. Ma, a sorpresa, il premier di allora, il socialista cattolico António Guterres, si era schierato per il NO e il NO aveva vinto, anche se il vero vincitore si era rivelato il partito delle astensioni. Nel 2007 le cose erano molto diverse: a capo dell’esecutivo c’era un giovane leader laico, la maggioranza parlamentare spettava chiaramente ai vari gruppi della sinistra (incluso il più recente e agguerrito Bloco de Esquerda) e perfino parte della destra aveva lasciato libertà di voto ai militanti. Eppure anche in questo caso, in una di quelle domeniche di febbraio che in Portogallo spesso annunciano la primavera, la maggioranza se n’era andata a fare un picnic. Però, tra i votanti, il SÌ prevalse nettamente e il Parlamento legiferò. Dall’aprile di quell’anno le donne portoghesi potevano smettere di andare dalle mammane o nelle cliniche spagnole.
Meno di tre anni dopo, fu la volta della legge sui cosiddetti matrimoni gay. Alle elezioni del 2009, in corsa per il secondo mandato consecutivo, il partito Socialista lo aveva inserito nel programma elettorale senza mezzi termini: “Abbattimento delle barriere giuridiche alla realizzazione del matrimonio civile fra persone dello stesso sesso”. A gennaio del 2010 la legge veniva approvata in Parlamento. C’è però un nuovo presidente della Repubblica, Cavaco Silva, che ha dei dubbi. È un conservatore culturalmente affine a tante anime del nostrano PDL (se è possible fare certi paragoni) e rinvia la legge alla Corte Costituzionale. La Corte però approva e il presidente firma. Come a Oslo e Stoccolma, anche a Fatima gli omosessuali si sposano. Certo, non possono ancora adottare. Per ottenere una maggioranza più sicura, l’adozione è stata stralciata. Anche perché in Portogallo l’adozione è permessa ai single e quindi qualcuno adotta uno stratagemma: il genitore ufficiale lo fa uno, l’altro aspetta. Poi, pian piano, si fa strada anche il disegno di legge sulla “coadozione”. Lo hanno preparato i socialisti, ma viene approvato il maggio scorso, da un Parlamento a maggioranza di centrodestra. La vittoria è stata di misura (99 voti contro 94) e la legge non ha del tutto completato il suo iter. Ma basta, per ora, a rendere l’idea.
E l’idea è semplice. In Portogallo, soprattutto l’alto astensionismo al referendum sull’aborto (quasi al 60%, se si contano le schede bianche) non fa certo onore al senso civico della popolazione. La differenza tra salazarismo e fascismo, lo dicono gli studiosi, fu che il primo non si basò mai tanto sulle coreogafie di massa, sotto al balcone del capo. Fu un governo di pochi, spietato con gli oppositori e ammiccante con l’ “uomo qualunque”, il cittadino che si fa i fatti suoi. Lo stesso elitismo politico, in un contesto istituzionale ben diverso, ha introdotto misure quasi alle spalle di una non piccola parte dell’opinione pubblica, che oggi ha libertà di parola e di voto, ma spesso ne fa a meno. Insomma l’italiano che vive in Portogallo da anni, forse stupidamente nostalgico o semplicemente miope, non se la sente di dire che la società civile portoghese è davvero più tollerante di quella italiana.
Anche qui si è visto di tutto: dall’opinion maker che distingueva sofisticamente fra la libertà di praticare aborti e la possibilità di farlo in ospedali statali, ai soliti movimenti “per la vita” che spiattellavano dappertutto foto di feti vivi e sorridenti col pollicino in bocca. E quando Zapatero fece approvare in Spagna i matrimoni omosessuali, di certo non mancarono i portoghesi che per strada lanciavano battutine. Ma come, oltre che per abortire, adesso le loro figlie potevano andare a Badajoz a sposare la vecchia compagna di banco?! Eppure se, come dimostra questa notizia, oggi si sposano perfino gli agenti GNR (che è come dire i carabinieri più aneddotici), quelle misure stanno lentamente diventando costume; sangue e ossigeno della convivenza civile la cui irreversibilità potrà essere contraddetta solo da reazioni estremamente violente, che nessuno si auspica.
Viene dunque il sospetto che in questi anni si siano rivelate diverse le élite politiche. I parlamentari, in Portogallo, non dovendosi occupare dei guai giudiziari di uno di loro, nel bene e nel male hanno fatto i parlamentari. In Italia un po’ meno. Ma allora forse è un po’ troppo pretendere che i pastai (pur essendo élite economica di altissimo livello) assumano la leadership politico-culturale del Paese. Le famiglie omosessuali non si vedono neanche negli spot pubblicitari portoghesi (per quello gli americani sono ancora forti), ma basta bussare alla porta accanto se avete la pasta sul fuoco e vi si è finita la cipolla.
