Belgrado senza (Gay) Pride

Nessun diritto per la comunità LGBT in Serbia, gli estremisti minacciano e il governo annulla la manifestazione

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/08/IMG_4409.jpg[/author_image] [author_info]di Samuel Bregolin, da Belgrado. Diplomato come perito agrario, ha seguito letteratura contemporanea a Bologna. Si occupa di agricoltura biologica, reportage, poesia, giornalismo e viaggio. Ha viaggiato in Francia, Italia, Inghilterra, Spagna, Ex-Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Turchia, Tunisia e Marocco. Ama raccogliere e raccontare storie dal basso e dalla strada. Ha collaborato con Il Reporter, Colonnarotta, Lindro e Turisti non a Caso. Collabora con Viaggiare i Balcani, OggiViaggi, Il circolo del Manifesto di Bologna, Articolo3, Il Reportage, Qcode Mag. [/author_info] [/author]

30 settembre 2013. Alla fine la parata del Gay Pride a Belgrado è stata annullata. Sabato scorso, al mattino, nei pressi di Manjez Park, dove la manifestazione avrebbe dovuto svolgersi, c’erano solo migliaia di poliziotti. Non c’erano i sostenitori pacifici del movimento LGBT, non c’erano gli ultranazionalisti delle organizzazioni Obraz e Nasie 1389, che con le loro minacce di violenza hanno fatto desistere il governo di Belgrado dall’autorizzare la manifestazione.

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Non c’era il movimento conservatore Drevi, sostenitore della chiesa ortodossa, con il suo seguito di pope ortodossi e fedeli a fare il segno della croce contro chi – secondo loro – vorrebbe distruggere il loro modello di famiglia. Non c’era la manifestazione degli ecologisti, una manifestazione di copertura, che avrebbe dovuto svolgersi contemporaneamente e a poche centinaia di metri dal Gay Pride. La manifestazione ecologista aveva ufficialmente avuto l’autorizzazione dalla polizia per sfilare contro lo sfruttamento delle risorse naturali serbe portando con sé campioni naturali quali sassi, pietre e pezzi di legno.

La piazza belgradese, infiammata dalle polemiche, ha fatto fare marcia indietro all’esecutivo guidato da Ivica Dačić, che nel tardo pomeriggio di venerdì cerca di salvare in calcio d’angolo la debolezza del governo: “Se qualcuno fosse morto durante gli scontri sarebbe stato peggio per tutti”. Si ripete, dunque, lo scenario di 2011 e 2012, con il Gay Pride annullato a poche ore dal suo inizio. L’ultimo che ha sfilato risale al 2010, quando forti scontri tra forze dell’ordine e hooligans ultra-nazionalisti hanno portato a 200 arresti e 144 feriti, 127 dei quali tra gli agenti di polizia.

Quest’anno, per proteggere la manifestazione, il governo serbo aveva previsto il dispiegamento di 6500 agenti in assetto antisommossa e accessi controllati attorno a Manjez Park, dove il corteo avrebbe dovuto svolgersi, tramite appositi ingressi accessibili solo prima dell’inizio del corteo, che avrebbero dovuto garantire un vero e proprio filtro protettivo.

Dopo le dichiarazioni pubbliche del primo ministro serbo Ivica Dačić e dell’ufficio di coordinamento della sicurezza pubblica di voler annullare il Gay Pride, due cortei non ufficiali si sono svolti nella serata di venerdì lungo le strade di Belgrado.

Qualche centinaio di sostenitori del movimento LGBT hanno deciso di scendere per strada per un improvvisato Mini Pride. Hanno sfilato davanti al parlamento serbo, protetti dalle forze di polizia e con striscioni che dicevano: “Questo è Pride!”, senza che avvenisse alcun incidente o episodio violento. Non molto lontano, lungo le vie del centro cittadino, sfilavano anche i gruppi estremisti per festeggiare il riuscito annullamento della manifestazione.

Il Gay Pride aveva scatenato in settimana il dibattito tra movimenti politici, governo serbo e autorità europee. Vladan Glisic, leader del movimento Dveri, conservatore e sostenitore della chiesa ortodossa, aveva dichiarato in settimana di essere contro la discriminazione e l’omofobia, ma che le orientazioni sessuali dovrebbero rimanere cosa privata, e non riguardare la vita pubblica.

Poco lontane dal suo punto di vista anche le dichiarazioni del primo ministro serbo Ivica Dačić, che in questi giorni aveva affermato: “L’omosessualità non è una cosa naturale. Sono una minoranza della popolazione e un’eccezione, e per questo dovrebbero fare attenzione a non offendere la maggioranza”.

Sono lontane invece le opinioni e le dichiarazioni dei rappresentanti dell’Unione Europea in Serbia, che dell’annullamento del Gay Pride non sono affatto soddisfatte. Il relatore della Comunità Europea in Serbia, Jelko Kacin, ha dichiarato durante la conferenza stampa di sabato che: “La decisione del governo serbo è sbagliata e non aiuta le trattative per l’integrazione europea, di cui le riforme a beneficio dell’economia e dei cittadini sono dei punti essenziali. La comunità europea ha sempre sostenuto in Serbia il rispetto dei diritti umani come una condizione essenziale per la futura candidatura serba – ha concluso Kacin – In questa maniera il governo serbo ha dimostrato di non far bene il proprio lavoro e ha perso l’occasione di essere il referente per i Balcani occidentali dei diritti umani”.



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