Pugni chiusi

Nel carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino, un gruppo di detenuti ha potuto formare una squadra di boxe

testo di Stefania Culurgioni
fotografie di Leonardo Brogioni

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boxe carcere torino

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[blockquote align=”right”]Da quando quegli uomini rinchiusi hanno cominciato a prendersi a botte tra loro, ma di botte artistiche, di botte ballate in punta di scarpette, di botte sfiorate sul muso, velate e innocue, e non affondate nei denti per non fare davvero male, tutto si è calmato.[/blockquote]All’inizio avevano paura. Paura di essere ammazzati di botte, di essere presi in contropiede da una rivolta a mani nude, e che un’ondata di rabbia e adrenalina si riversasse su di loro, che sono disarmati, e soprattutto pochi. Perché si sa, uno che è grande e grosso può cadere come un sacco se non sa usare bene le mani, ma uno che le mani impara a usarle su un ring, e ti sa studiare, e aspettare, e cogliere di sorpresa con un mancino, beh quella è tutta un’altra questione. Questo temevano gli agenti penitenziari. Di essere assaliti e picchiati. E invece non è stato così. Anzi, da quando la direzione ha concesso ai detenuti di fare la boxe tre volte alla settimana, si sono placate tutte le tensioni. Quelle che fanno picchiare le forchette contro le sbarre, facendo impazzire gli agenti. Quelle che ti fanno accapponare la pelle quando lo sguardo di due detenuti che se la intendono taglia l’aria, perché stanno organizzando qualcosa. Niente di tutto questo. Da quando quegli uomini rinchiusi hanno cominciato a prendersi a botte tra loro, ma di botte artistiche, di botte ballate in punta di scarpette, di botte sfiorate sul muso, velate e innocue, e non affondate nei denti per non fare davvero male, tutto si è calmato. Il sudore cola sul collo, impregna le magliette, lava via la frustrazione dell’aria che manca e l’amarezza di tutto il tempo perso. E calma la testa di chi sta chiuso in gabbia, consolandolo grazie a quello sfogo del corpo, un corpo che torna libero per un istante, per la durata di un match, e si sente ancora vivo, pulsante, potenziale, buono a qualcosa.

Torino, casa circondariale Lorusso e Cotugno. Uno dei pochi carceri in Italia dove, grazie all’avventura di questo corso di boxe (a proporlo è stato un detenuto stesso, Viorel Ouarza, ex pugile professionista ora in carcere per tentato omicidio), il tempo dei reclusi è impegnato in qualcosa di utile. Un istituto dove i detenuti possono davvero sfruttare quel buco nero di tempo in prigione come un’occasione per “rieducarsi”, per fare un percorso di coscienza, per agire con il proprio spirito anche e soprattutto attraverso delle attività.

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[blockquote align=”left”]C’è un tifo che li aspetta laggiù alla palestra, un intero carcere che vuole la loro vittoria, che ci crede, che ha polmoni per fargli coraggio. E soprattutto, c’è un direttore che si è messo nell’angolo per osservare che cosa succederà. Perché suo padre era un boxeur, gli ha insegnato che certi pugni sono arte[/blockquote]È l’alba e nelle celle c’è fermento, e non perché si sta architettando un’insurrezione. Due ore ancora, e superati quattro cancelli, scese le scale, c’è il ring della palestra al piano di sotto. È lì che si terrà la sfida finale. Una squadra di boxeur venuti da fuori è pronta a mangiarsi i ragazzi del carcere, e loro sono pronti a far vedere che sì, sono in galera, ma non per questo sono dei buoni a nulla. Si sono allenati tutto l’anno, hanno imparato l’inclinazione della testa, le parole mute del corpo, il gioco di spalle e avanbracci per sorprendere l’avversario, il tip tap sulle punte per saltellare davanti al suo sguardo, felinamente, imprevedibilmente. C’è un tifo che li aspetta laggiù alla palestra, un intero carcere che vuole la loro vittoria, che ci crede, che ha polmoni per fargli coraggio. E soprattutto, c’è un direttore che si è messo nell’angolo per osservare che cosa succederà. Perché suo padre era un boxeur, gli ha insegnato che certi pugni sono arte, e lui ha deciso di usarli per aiutare i detenuti a riscattarsi, tirandoli fuori dall’apatia di una carcerazione che, se non è attivata, non serve assolutamente a nulla. “Questa iniziativa non è una attività filantropica, una concessione, è semplicemente quello che esprime lo spirito della norma – spiega Pietro Buffa, direttore della casa circondariale – La carcerazione, la detenzione, non sono un punto vuoto, bensì devono essere un esperimento per riportare le persone in grado di vivere all’esterno. Ma per fare questo è necessario impegnarle su delle attività che abbiano un senso, che siano serie. Perché questo significa il termine rieducazione: responsabilizzare le persone, dargli fiducia. E la boxe è perfetta. Passa per essere uno sport violento, e invece è proprio la violenza dei pugni che deve essere canalizzata dentro a delle regole, al rispetto, a dei valori. E infatti con i detenuti non c’è mai stato nessun tipo di problema o di screzio, assolutamente, ed è la conferma che dando della responsabilità alle persone le persone poi se l’assumono e migliorano”

Viorel, Ciprian, Ameljan e i loro compagni, hanno fasciato le nocche con delle garze spesse e poi si sono infilati i guantoni. C’è un arbitro federale a righe bianche e nere, una commissione ufficiale con il campanello di inizio e fine match, ci sono le sputacchiere agli angoli per buttare saliva dopo ogni ripresa. Le salviette per la fronte, gli incitamenti dell’allenatore Antonio Montecalvo, ci sono persino gli agenti penitenziari che sono scesi a vederli combattere. Non importa più che cosa hai fatto, se hai ucciso, se hai spacciato droga, se hai puntato una pistola per una rapina. Importa che sei un uomo, e che un gesto solo non fa di te un corrotto per sempre, e che puoi avere un’altra possibilità, e quella possibilità comincia incredibilmente dal primo pugno che tirerai su questo quadrato.

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