Los Heroes del Silencio – 4

El Paraiso, Honduras. Casa protetta Giovanni Paolo II. Queste storie sono eroiche e nascono dal silenzio, quando il silenzio è così prepotente da tirar fuori la voce

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/08/1167912_10151469485300834_1133935201_n.jpg[/author_image] [author_info]di Gabriella Ballarini, da El Paraiso (Honduras). Laureata in scienze dell’educazione nel 2003, negli anni ha svolto attività di volontariato internazionale in Kosovo, Argentina, Irlanda del Nord e Scozia. Collabora con Educatori senza Frontiere dal 2006 dove si occupa di formazione in Italia, Africa, Asia e America Latina. Ha pubblicato: Educatori Senza Frontiere. Diari di esperienze erranti, Erickson 2013, Il mondo e l’infradito, San Paolo 2011, Camminammo camminando: le strade che portano altrove, Monti, 2009.[/author_info] [/author]

“Ci sono domande che pensi non ti faranno mai, una di queste è: raccontami la tua storia” Antonio.

Queste storie nascono da una domanda fatta per la prima volta, da un silenzio che avvolge e protegge nella casa intitolata a Giovanni Paolo II. Siamo a El Paraiso, cittadina hondureña situata sulla Panamerican,a al confine con il Nicaragua. Strada infinita dagli Stati Uniti all’America del Sud, strada drogata dal commercio mesoamericano, strada che si cammina a piedi ogni mattina.

Queste storie sono eroiche e nascono dal silenzio, quando il silenzio è così prepotente da tirar fuori la voce.

***

 

5 gennaio 2014 – La stanza è silenziosa e in casa non c’è nessuno, uno seduto sulla poltrona, l’altra sul divano.

Io e il Chino ci conosciamo già da tre anni ed oggi abbiamo deciso di regalare voce alla sua storia. “Mi chiamo Henry” ma tutti lo chiamano El Chino, ma non ha mai voluto raccontarmi il perché “Gabi, è una storia troppo lunga!” mi dice sempre.

“La persona più importante della mia vita sono io, perché se io non penso a me stesso, nessuno lo farà mai, sono io che devo essere una buona persona per la società, sono io quello che si distruggeva”.

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“Il giorno peggiore della mia vita è stato quando sono tornato a casa e la porta era chiusa”; Henry parla di un passato vicino e lontano, la voce timorosa, gli occhi che brillano e mi guardano. “Mi sentivo abbandonato, la signora che spacciava, mi dava da mangiare e da dormire, ero un corriere, ma in galera ci sono stato solo 24 ore, una volta”.

Anche io guardo Henry, ogni parola è una pietra in faccia, la preghiera che non accada più.

“Mi innamorai così, all’improvviso, lei mi portò un pezzo di torta ed io le dissi ‘Beh, allora è fatta!’ e le sorrisi, lei torno, con un altro pezzo di torta, solo per me. Da lì, era fatta”.

Perdere la sua fidanzata è stato un colpo duro. “Il destino ci ha separati” ma c’entra poco il destino nella storia di Henry “lei mi raccontò di uno stupro, io non l’avrei mai lasciata, dopo un dolore così grande. Ma era solo un tradimento. Io non l’avrei mai tradita per nessuna altra donna” Si spezza tutto, l’amore si trasforma e si scioglie in lacrime. “Non me lo meritavo, non me lo meritavo, non ho potuto perdonare, non me lo meritavo”.

“Mi piacerebbe un giorno fare quello che fai tu” guarda in basso e pesa le parole “vedo bambini in strada, persi, abbandonati dai genitori”.

Henry, grandi ideali che quasi stonano con il paesaggio.

“Ho iniziato a 10 anni a drogarmi, vorrei stare vicino a loro, non mi importa quanto tempo ci vorrà per imparare”.

“I ragazzi della casa sono i miei migliori amici, per questo ho deciso di fermarmi un anno in più, questa è l’unica cosa che ha senso, io da qui non me ne voglio andare”.

La strada che fa paura e la ricerca di senso. Ritrovare la famiglia e parlarne come di un tesoro. “Quando vado a messa la domenica, parliamo sempre io e le mie sorelle. Non avevamo parlato mai”.

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“Alla mia mamma, ripeto in continuazione di dire ai miei fratelli più piccoli ‘Ti voglio Bene’, perché io in questa casa non li voglio vedere, lei deve chieder loro che cosa fanno, come stanno”.

Henry che diventa qualcuno da ascoltare. “In strada non sei nessuno”.

La voce si rompe all’improvviso.

“Mia madre e mio padre li ho sempre chiamati: il signore e la signora”.

Sorridiamo e usciamo dalla stanza.



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