Sfida al Dragone

Hong Kong, migliaia di persone in piazza: prove di società civile

di Lorenzo Bagnoli

14 gennaio 2014. Migliaia di persone scendono in piazza a Central, cuore finanziario di Hong Kong. Ci sono gli animalisti, i difensori dei diritti civili, gli operatori che cercano di salvare dal marciapiede le schiave del sesso. I numeri sono lontanissimi dai 130 mila che nel 2013 hanno invaso la stessa piazza per la Marcia del nuovo anno. Ma la posta in palio quest’anno è più alta. Tra tre anni si rinnova il LegCo (Legislative council), una specie di parlamentino di Hong Kong, al cui vertice si siede il Chief executive, il supersindaco, il primo ministro del “porto fragrante”. Ma le regole con cui eleggerlo si decidono oggi.

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Il barocco sistema politico di Hong Kong è frutto di una partita a scacchi con cui Gran Bretagna e Cina, nel 1997, hanno trasformato la città in un luna park ipercapitalista, un paradiso della finanza che fa comodo sia al Partito comunista che a Sua maestà.

Qui tutto deve apparire occidentale, multipartitico, svincolato dai dettami comunisti. Dev’essere il teatro degli affari internazionali, la piazza che richiama capitali esteri da investire in società off shore. Ma questa condizione si paga: chi governa deve rispondere alla Mainland, a Pechino. Da allora Hong Kong vive in equilibrio sul motto “Un Paese, due sistemi”, formulato da Deng Xiaoping, fu leader della Repubblica popolare, alla fine delle trattative per la Basic law. Nella Cina in procinto di fare il suo ingresso nei Duemila avrebbero convissuto capitalismo e comunismo – Hong Kong e Pechino – sotto un’unica bandiera.

La Basic law prevede un complesso sistema di voto per ancorare le élite finanziarie di Hong Kong alla burocrazia cinese, senza che questo sia palese. Com’è possibile? Il voto si costruisce con un sistema “indiretto”: non c’è suffragio universale. Su una platea potenziale di 3,5 milioni di votanti, decidono, nei fatti, in 1.200, i membri dell’Election committe, il Comitato elettorale che sceglie i candidati tra cui il LegCo deve scegliere. 900 tra questi eletti provengono dalle élite commerciali e professionali, dal mondo dell’impresa, della finanza, dall’avvocatura e dalle congregazioni religiose. Gli altri 300 se li spartiscono il Congresso nazionale del Popolo della Repubblica popolare cinese, i Consigli distrettuali e il LegCo.

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Tra i membri del LegCo, una parte è votata in collegi elettorali a base distrettuale dove possono votare 3,5 milioni di votanti su un totale di 8 milioni. I candidati vanno scelti tra due partiti: uno pan democratico (opposizione) e l’altro pro Governo (vicino a Pechino).

Dal 2007, secondo la Basic law, di questo sistema politico si poteva fare carta straccia. La Costituzione prevede la possibilità di passare a un sistema con il suffragio universale, dove il candidato a Chief executive è scelto dalla cittadinanza. E invece no. Pechino ha sempre rimandato questa concessione sostenendo che non c’erano i tempi tecnici per rivedere la Basic law. Hong Kong ha fallito il suo appuntamento con la storia due volte: nel 2007 e nel 2012. Il prossimo, appunto, è il 2017. E l’anno decisivo, quello in cui iniziano le consultazioni e la battaglia per modificare il testo fondamentale di Hong Kong, comincia adesso.

Occupy Central è un movimento pro-democrazia nato nel 2012, sotto la guida del professore della Hong Kong university Benny Tai. Il professore ha chiamato gli hongkongesi in piazza il 1 luglio, festa dell'”indipendenza” dalla Union Jack britannica, per chiedere la piena applicazione della Basic law. “Altrimenti faremo azioni di disobbedienza civile”, afferma. “Pazzia pura, questi vogliono solo bloccare la città”, replica Robert Chow Yung, giornalista in pensione, oggi uno dei sei leader di Silent majority, il contromovimento pro governo nato con lo scopo di bloccare Occupy Central. Q code magazine vi proporrà una doppia uscita dei due leader, coloro che si stanno giocando a scacchi il futuro del “porto fragrante” (il significato di Hong Kong in cantonese) e del suo rapporto con la Cina.

La prima fase dell’offensiva dei pro-democrats è stata proprio il primo gennaio. Billy Tai e i suoi hanno chiesto agli hongkongesi di votare ad una simulazione di referendum.

Hanno votato in 62 mila e il 94% ha chiesto che la popolazione possa decidere chi sono i candidati alle elezioni a Chief executive del 2017, invece di sottostare a quanto decidono le élites del Comitato elettorale. Non che le operazioni di voto – via smartphone o attraverso la cabina elettorale di Victoria Park – siano andate via lisce.

Il sito dell’università di Hong Kong, su cui poggiava il sistema di voto telematico, ha subito decine di attacchi informatici e non ha retto la mole di informazioni che l’hanno bersagliato. Ma c’è del mistero attorno a quanto accaduto: l’università di Hong Kong non ha nemmeno voluto confermare che l’azienda a cui è stata affidata la gestione del sito per il voto fosse Csl insieme a Citic Telecom International, come ha scritto il South China Morning Post, uno dei più prestigiosi quotidiani locali.



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