PEPERONI: QUALCUNO DIVENTÒ PAZZO

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Sono passati almeno 10 anni dall’uscita di ognuno dei film che rivisiteremo in questo spazio, eppure, nel bene o nel male, nulla pare essere cambiato. Pare che le tematiche siano più attuali del previsto. Dunque, si ripropongono, proprio come i peperoni. Speriamo solo di digerirli il prima possibile. [/note]

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/07/Schermata-2013-07-12-alle-14.20.02.png[/author_image] [author_info]Alice Bellini. Scrittrice, si laurea in cinematografia tra Londra e New York. Non è una critica di nulla, ma le piace dire la sua, sapendo che, comunque, la risposta a tutto è inevitabilmente 42.[/author_info] [/author]

15 gennaio 2014 – Non l’ho mai capito se Randle McMurphy fosse pazzo o no. Non ho mai capito neanche se Grande Capo Bromden lo fosse o meno. Di tutti gli altri forse un’idea me la sono fatta, ma alla fin fine l’infermiera Mildred Ratched mi è sempre paradossalmente sembrata quella più matta di tutti. Bisogna avere un qualche particolare tipo di perversa psicosi per frustrare a quel modo un gruppo di persone, per portarle al limite della sopportazione psico-fisica. Per umiliarle. Per lobotomizzarle.

1975, regia di Miloš Forman, ventotto premi totali all’attivo, di cui 5 Oscar, Qualcuno volò sul nido del cuculo è uno di quei peperoni che ci vuole un bel po’ a digerirli, non solo da un punto di vista tematico, ma proprio per un discorso di sensibilità umana.

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È un film che lascia colmi fino all’orlo, ma in maniera confusa, sottile e delicata, districandosi e rivelandosi poco alla volta, sedimentando giorno dopo giorno. All’inizio, le sensazioni sono tutte lì, ma non sono nitide, immediate e impattanti. S’intrecciano piuttosto l’una con l’altra in una miscela densa, che va analizzata con cura, per rimettere ogni ingrediente al proprio posto e finalmente elaborare il tutto. Tra tristezza, sconforto, rabbia, incredulità, sdegno, commozione e tante altre piccole, ma forti sensazioni, la pellicola continua a macerare dentro la testa e l’animo dello spettatore per molto tempo a seguire, lasciando non tanto un marchio di fuoco, quanto una scia persistente e corposa, che penetra i pori lentamente, per poi non lasciarli più.

E quand’anche ogni sentimento trovi eventualmente il suo posto e ogni sensazione sia stata elaborata, il coinvolgimento umano non basta. Qualcuno volò sul nido del cuculo non invita, bensì pretende un’elaborazione più profonda, etica e morale, nel nome e nel rispetto di chi il supplizio raccontato nella pellicola lo subisce ogni giorno.

Partiamo dal titolo. La versione originale è intitolata One flew over the cuckoo’s nest, che letteralmente si traduce, appunto, Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma una traduzione più profonda e di significato la vedrebbe diventare: “qualcuno diventò pazzo”. E ho sempre trovato interessante questo verbo in divenire, la chiave di lettura completamente diversa che offre, rendendolo improvvisamente un titolo illuminante.

Perché qualcuno non era pazzo, qualcuno ci è diventato. Magari la base di partenza era buona, magari qualche percezione alterata esisteva davvero, ma chiunque diventerebbe pazzo in un ospedale psichiatrico. Chiunque diventerebbe pazzo se privato della propria libertà, della propria felicità, del proprio divertimento, della propria umanità e sessualità. Chiunque diventerebbe pazzo se maltrattato e torturato. Chiunque lo diventerebbe a forza di essere trattato come un maniaco violento, pericoloso e assolutamente stupido, incapace di intendere e volere il proprio bene e il rispetto per se stesso e per gli altri.

Così, mi sono sempre chiesta se fossero più pazzi i pazienti che volevano vedere la partita in TV e andarsi a prendere una birra al pub, o i medici che glielo negavano. Se fosse folle voler vivere una vita normale, avere degli amici e una donna. Se fosse fuori di testa lottare per i propri diritti. O se fosse più malata la perversione di opprimere, frustrare e umiliare. Di privare. Di condannare. Torturare.

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Qualcuno diventò pazzo pretende, giustamente, che si segnino nuove linee di demarcazione in merito a cosa voglia davvero dire essere matti. A cosa significhi avere un disturbo mentale. Il dubbio è grande, se non una certezza, che anche questa definizione non faccia parte ormai da secoli del grande gioco dei paradossi che riempie ogni angolo di questo nostro mondo.

Per l’ennesima volta, si tratta solo di punti di vista e di scelte morali. Di valori, di pesi e misure. Del significato che si dà non solo alle parole, ma ai gesti e alle condizioni umane. La pazzia esiste, sarebbe altrettanto umiliante negarlo. Ma a volte mi chiedo se, per supportarla e curarla, non si finisca per usare pratiche ancora più folli.

Ps. A proposito di questo argomento, vi consiglio la visione di questo foto-documentario di qualche tempo fa.



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