Le donne della Domiziana

Sette donne, sette storie, una strada che e conduce tutte verso un futuro diverso, partendo dalla complessità di una terra difficile e unica, dove l’impegno diventa iniziativa e determinazione. Campania: cronache di Castel Volturno e dintorni

Di Marilù Musto, Il mattino di Napoli, edizione di Caserta: “I numeri parlano chiaro: 14mila euro di debiti con la Banca Etica rischiano di far chiudere i battenti all’Associazione Jerry Masslo, che cura gratis gli immigrati: donne, uomini e bambini del Litorale Domitio e di tutto dell’agro Aversano. In più, il presidente dell’associazione che si occupa di volontariato da oltre 20 anni a Casal di Principe e dintorni, Renato Natale, ha pagato di tasca sua settemila euro di debiti dell’associazione che non gli sono stati mai restituiti. Bollette, manutenzione alla casa confiscata a Pupetta Maresca data in gestione alla Masslo e altre spese sono state pagate dai volontari”.

L’associazione Masslo non deve chiudere. Ecco perché

di Christian Elia, tratto da Galatea

24 gennaio 2014 – 18 settembre 2008. L’estate langue in un rosso tramonto, le giornate sono ancora calde anche nel declino. Kwame, Affun, Christopher ghanesi, Samuel ed El Hadji togolesi, Jeemes liberiano, migranti, sembrano tutti uguali. È la fine di un giorno di lavoro precario e sottopagato, prendono l’alito di fresco della sera nella sartoria di un amico, la ‘Ob Ob Exotic Fashions’, a Varcaturo, nei pressi di Castel Volturno, lungo l’antica Domiziana, che collega Mondragone e Pozzuoli. Domiziana, dall’imperatore Domiziano che ne ordinò la costruzione nel 95 dopo Cristo. Un gruppo di uomini armati arriva e spara. Li uccide tutti, tranne Joseph il ghanese, che si finge morto e se la cava, inchioderà i killer al processo. I migranti si riversano in piazza in una specie di rivolta. Dei disperati. I media accendono i fari su questa sartoria, su queste campagne e sulla piccola rivolta. Chiacchiere, luoghi comuni, spengono i fari e se ne vanno. Finito il lutto, finito il clamore della strage e della jacquerie. Si parla di regolamento di conti, di strage razzista, di camorra contro mafia nigeriana. Si parla di spaccio, prostituzione, camorra, rifiuti tossici. Finisce così.

Anna

La Domiziana è una strada dritta come un binario ferroviario, interrotta ogni tanto da una rotonda. Resti e ruderi. Ai lati giovani donne vendono il loro corpo, tra vecchi hotel costruiti immaginando un futuro Miami&Dubai e chiese evangeliche autocostituite, dove il pastore mette il suo telefono cellulare sull’insegna. Fermarsi, fare inversione di marcia, andar via. Restare, parlare con quelli che in questa terra sono inchiodati. In pochi chilometri differenze enormi e complesse. Dal lusso del centro tecnico dove si allena il Napoli calcio, con le ville dei calciatori, ai ruderi di Parco Saraceno, ex alloggio dei militari Usa di stanza a Napoli, abbandonate e abitate da un’umanità varia. Castel Volturno e i suoi dintorni sono un condensato di trincee sociali per una lotta di classe in atto, multiculturalismo, speculazione edilizia, organizzazioni criminali. Luogo in continuo mutamento, animato da un fermento costante. Un flusso di vita al femminile. Castel Volturno non solo violenza – che fa notizia – ma un mondo che lotta ogni giorno per cambiare le cose, anche le più piccole. Lotte che sono sole, lo Stato un’idea lontana. Anna Cecere ha tatuate sulla spalla sinistra una frase di Che Guevara e una di Gesù. I capelli neri legati dietro la nuca, due occhi grandi e scuri, profondi. Un sorriso luminoso. Aspetta nella sede della cooperativa ‘Jerry Masslo’, una villa che è appartenuta a Pupetta Maresca, capofamiglia di camorra, oggi in carcere. Anna, con due donne ghanesi, anima ‘Made in Castel Volturno’, sartoria di abiti femminili di stile africano. «La camorra non ci tocca, ci ignora» risponde Anna «i problemi li abbiamo con lo Stato. Dopo tutti questi anni di lavoro, ci stavano togliendo la villa, perché non era a posto il giardino! Facciamo moda: vestiti, borse, accessori. A mano, con i tessuti africani, vivi, colorati. Un’opportunità per queste donne. Ci mischiamo ogni giorno, sempre di più. Da ragazza ero anche razzista, se si intende per razzismo l’ignoranza», spiega Anna, mentre osserva Kawi e Atta che tagliano e cuciono «a un certo punto, però, non mi sentivo a posto, per niente. Era il 1998, ho cercato un prete, gli ho detto che volevo partire, andare in Africa, dare un senso alla mia vita. Lui c’era stato. Mi ha guardato e mi ha detto che l’Africa è qui. Se volevo, potevo rendermi utile a Castel Volturno. Da allora non ho più smesso. Lavorare con loro, per me, è stato come rinascere». Attraversa la ‘galleria della memoria’, un gazebo dove sono esposte le foto dei migranti assassinati in questa zona. «Faccio l’agente di commercio per vivere, il tempo libero lo dedico ai vestiti. Anche all’amore» esclama sorridendo, mentre un poliziotto esce dalla villa. Stanno insieme, Anna e il poliziotto, si sono conosciuti durante una retata. «Le ragazze mi hanno chiamato chiedendo aiuto, non parlavano una parola di italiano. Sono arrivata per difenderle e mi stavo facendo arrestare…La sartoria funziona da due anni. Adesso prepariamo due sfilate, nel cuore di Napoli!» abbraccia e bacia Kawi. Kawi che ha perso la figlia di quattro anni, uccisa dal suo ex compagno – non era il padre della piccola – durante una lite.

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foto di Gianluca Cecere

Claudia, Caterina

Claudia davanti al bar, in piazza. Il Villaggio Coppola porta il nome della famiglia di costruttori che l’ha immaginato e costruito come buen retiro della borghesia napoletana, negli anni Sessanta. Sognavamo Miami. Chilometri di calcestruzzo, sulla spiaggia. Il mare sta divorando le case. A seguire, in un’unica vicenda di cementificazione selvaggia, il Parco Saraceno. Nato come residence di lusso, con case rifinite vista mare, per anni è stato abitato dalle famiglie dei militari statunitensi di stanza in Campania. Poi sono andati via e il residence, negli anni Ottanta, viene utilizzato come rifugio temporaneo delle famiglie degli sfollati del terremoto. A poco a poco sono arrivati anche i migranti dentro questo crogiuolo di cemento e ferro, cadente e pericoloso. Claudia, 35 anni, vive qui, con le sue due figlie. «Con l’illegalità le cose andavano bene, è da quando mi sono messa a posto che è difficile», racconta con ironia, muovendosi bella e viva in mezzo a catapecchie in rovina. «Quando hanno arrestato il mio compagno non sapevo che fare, dove sbattere la testa. Ho fatto tutto quello che ho potuto, ma non avevo più soldi e sono venuta a prendermi una casa qui». Casa ben tenuta, con amore. Dentro c’è un’amica che lei ospita. «È in difficoltà, ci sono passata pure io, come faccio a lasciarla fuori?». Claudia ha provato a scappare, a Milano prima, a Verona poi. Ha sognato Londra, Parigi. «Ma non ce la faccio, anche per le figlie. Devo cavarmela qui. Ma senza commettere più errori. Ora aiuto in casa d’altri, riesco a guadagnare anche 20 euro l’ora, in maniera corretta. È dura, ci vorrebbe una mano, per ricominciare con dignità. Vengono qui a parlare del degrado, dello spaccio. Nessuno nega i problemi, ma come si può venirne fuori? Vogliono abbattere tutto, sgomberare. Ma dove andiamo?». Claudia tutti la salutano. Caterina di anni ne avrà il doppio dei suoi, anche di figli ne ha il doppio dei suoi. Il marito lo ha perso anche lei, un figlio in galera. Caterina che si dedica ai suoi due cani come se fossero l’umanità intera. «Qui ci aiutiamo, tra donne in particolare, perché tutte abbiamo la stessa storia» racconta. Ha battuto la strada, ha spacciato droga, ha fatto il carcere. «Qui passa lo smistamento di enormi quantità, si guadagna facile. Non ne potevo più, ho detto basta, lasciatemi perdere. Meglio stringere i denti, ma non vivere più in quei giri». Alle loro spalle la scritta ‘La dignità non crolla’, ricordo del ‘festival dell’illegalità’, organizzato dai residenti, come provocazione per le autorità che non ci sono.

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foto di Gianluca Cecere

La viceprefetto

Per trovare lo Stato bisogna andare nella piazza centrale di Castel Volturno, pochi chilometri da Parco Saraceno. Un altro pianeta. Una cartolina per turisti. Il fiume Volturno scorre placido sullo sfondo, bar con i vecchietti che parlano del Napoli-calcio, il municipio con le aiuole. Il comune è stato commissariato per infiltrazioni camorristiche nell’aprile 2012. Da allora è governato da tre commissari prefettizi, Anna Manganelli è una dei tre. «Non mi sento speciale perché donna. Sono un funzionario pubblico, come gli altri. Un servitore dello Stato, un vice prefetto» foulard elegante, caschetto biondo, la voce dolce ma ferma. «Il mandato che abbiamo ricevuto per Castel Volturno è di diciotto mesi, ne mancano tre. Abbiamo lavorato per ripristinare la macchina comunale, se non funziona quella non si va da nessuna parte. Partendo dai regolamenti, assenti. Bisogna sapere cosa e come si può fare, con paletti precisi. Nostro obbiettivo è portare Castel Volturno alla normalità. Quando mi hanno nominata ho accettato con entusiasmo. Dopo 25 anni di carriera, mi sento di dare di più, in un territorio difficile, faticoso, impegnativo, ma appassionante. Quando mi sono affacciata per la prima volta dal balcone che da sulla piazza, era una desolazione. Tutto spoglio, anche il mio ufficio. Le vede queste bandiere? Sono nuove. Gesti piccolissimi, ma da questo si inizia. Mettere cura. Con 7mila euro abbiamo rifatto i bagni nelle scuole elementari. I soldi c’erano anche prima, solo che venivano spesi in progetti assurdi, come un bando da un milione e 200mila euro per le numerazioni civiche delle vie. Per pagarlo è stato contratto un mutuo, che ancora pesa sulle casse municipali. Qui tutti hanno preso. Sono entrata e ho trovato questa stanza vuota, un simbolo della spoliazione che ha subíto questo territorio. Prima di arrivare mi sono documentata e a coloro che mi dicevano che i traffici illeciti erano nascosti ho sempre risposto che i rifiuti e le altre economie dell’illegalità agivano alla luce del sole. Ho detto ‘hanno ucciso il vostro territorio sotto i vostri occhi’. L’anno scorso abbiamo coperto le buche delle strade, abbiamo riaperto una scuola elementare. Questo è un territorio che definire difficile è un eufemismo. Sulla tradizionale comunità castellana si sono stratificate, nel tempo, una serie di comunità ‘espulse’ dalle grandi metropoli, con un bagaglio di disagio molto forte. I castellani dicono “noi siamo mille, gli altri sono tutti forestieri”. Nella vita quotidiana, però, c’è molta più integrazione che a parole. Abbiamo novanta etnie differenti iscritte all’anagrafe comunale. Con tutti i problemi che potevano insorgere con la prima generazione, il futuro è meticcio».

 

Paola

Paola Castelli informatica.  Nel 2011 si è stancata di stare a guardare lo scempio del suo territorio, con altri volontari ha fondato l’associazione ‘Le Sentinelle’ e ha adottato l’Oasi faunistica dei Variconi, una meraviglia ornitologica nei pressi di Castel Volturno. «Il sabato veniamo qui, con pale e sacchi della spazzatura. Puliamo tutto, sia l’estuario del Volturno che l’Oasi. Il sabato dopo è di nuovo un disastro». Il paio di occhiali da sole non nascondono il sorriso luminoso. Maglietta bianca e jeans, tra rifiuti di ogni tipo. «Troviamo di tutto, anche rifiuti di origine sanitaria, molto pericolosi. Ma ci siamo stancati di aspettare che qualcuno faccia il bene di questo territorio. È casa nostra, ci pensiamo da soli. Combattiamo per i Variconi e contro una mentalità che aspetta sempre aiuti dall’alto. Parliamo di mobilitazione civica, di associazionismo indipendente e non politicizzato, di volontariato. Risanare, recuperare i ruderi e i resti di ciò che resta del paese. È stata dura, ma sono tornati i fenicotteri, gli aironi e le garzette». Mostra orgogliosa le torrette di osservazione in legno, che il vandalismo aveva distrutto. «Un giorno abbiamo trovato un cumulo di ceneri in una torretta. Non sappiamo se sia o meno un avvertimento. Andiamo avanti, capiranno che in un posto bello vivono meglio tutti».

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foto di Gianluca Cecere

Valeria, Daniela

Traffico di droga, prostituzione, sfruttamento dei braccianti nei campi. Popoli in cammino che in transumanza passano per queste terre, tappa intermedia tra Lampedusa e l’Europa del Nord. Vivono dove e come possono. A Destra Volturno, una delle frazioni, all’improvviso tra le case diroccate occupate dai migranti, un bus rosso. Sulla fiancata ‘La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Art. 32 della Costituzione’.

È il polibus di Emergency attrezzato a pronto soccorso. «Mi chiamo Valeria, faccio l’infermiera, vengo dalla provincia di Venezia. Ho già lavorato con Emergency in Sudan, per un anno. Sono volontaria e mi fermo per le mie ferie». Prepara il lettino per le prime visite mediche. Fuori si avvicinano i primi migranti. «Non serve andare tanto lontano per trovare situazioni critiche. Sono qua da pochi giorni e mi sembra un’altra Italia. La situazione è davvero dura. Non me l’aspettavo. Arrivano soprattutto stranieri, in maggioranza dal Nord Africa e dall’Africa centrale. Anche italiani però, differenti per patologie, ma tutti disorientati. Persone che non sono in grado di gestire da sole i passaggi per accedere alle cure mediche o che non possono permettersele. Ci occupiamo di loro sia da un punto di vista sanitario che da un punto di vista orientativo, accompagnandoli a livello burocratico. A me e a un’altra infermiera, oltre al medico, si affiancano due mediatori culturali, che svolgono un ruolo non meno importante del nostro. Le patologie sono varie, legate spesso alle condizioni abitative disastrose. Non hanno un tetto per ripararsi, si arrangiano e allora reumatismi, influenze, infezioni polmonari. In altri casi hanno il diabete senza saperlo, come per l’ipertensione. I bambini, condividono gli stessi disagi e ne portano gli stessi segni, spesso senza vaccinazioni». Aspettano nella sala d’attesa, neri silenziosi, timidi, educati. Poche donne però. «Mi piacerebbe molto lavorare con le persone che ruotano attorno al mondo della prostituzione» spiega «purtroppo non si fanno vedere, non si avvicinano al polibus. Venendo qui le osservavo e mi chiedevo quanto di utile si potrebbe fare per loro. Non è facile, lavoriamo sotto gli occhi di tutti, non si può far finta di non vedere. Sono ragazze giovani, giovanissime in alcuni casi. Non si sa nulla di loro, si vedono solo per la strada, poi spariscono. Bisogna insistere».

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CHRONICLES OF CASTEL VOLTURNO

Attrice e regista teatrale, Daniela Cenciotti dice: «Con ‘Titania Teatro’ lavoriamo qui da anni. Dizione, giocoleria, spettacoli. Fino a qualche tempo fa avrei detto che Castel Volturno è una realtà meravigliosa, dove convivono storie e culture, ed è questo uno dei motivi per cui mi piace viverci. Adesso è diverso. Tutto è cambiato, ma le persone sono ferme a un passato che non esiste più. Come se uno volesse tornare ad essere adolescente. La campagna che circonda Castel Volturno, il suo mare, la costa, il fiume rendono questo un posto stupendo. Luogo di ricchezze enormi, ha il problema di quelli che lo abitano. Tutti rivolti verso un passato che è stato di sicuro importante, ma è passato. Intanto, fuori da qui, lo raccontano solo come territorio extraleges, di prostitute, spaccio, extracomunitari». Daniela, tra una sigaretta e l’altra, tormentando un casco di riccioli biondi. «Il vero problema è che in un territorio così grande i vari centri sono separati, non comunicano tra di loro. Qui, a Pineta Mare, rispetto al centro di Castel Volturno, è un altro mondo. Vivo qui, più o meno, da venticinque anni e sono comunque considerata una forestiera. Tutte isole dello stesso arcipelago, ma percepite in modo diverso. Tutto è disgregato e il migrante più del resto. Droga e prostituzione? Castel Volturno non è peggio di tanti altri posti. Ma questo posto si racconta sempre così, a una sola dimensione. Torno a casa, di notte, da sola, e in 25 anni non mi è mai successo niente. Anzi ho trovato più aiuto che problemi, detesto i professionisti della critica a prescindere. Gli abitanti di Castel Volturno sono afflitti dalla sindrome di Groucho Marx: non apparterrei mai a un club che accettasse me come socio. Non siamo un’oasi, un’isola felice, i problemi ci sono eccome, ma bisogna accettarsi, per andare avanti». I ragazzi del laboratorio teatrale di Daniela arrivano uno a uno, con le macchine. «Esiste un bus che collega Castel Volturno a Napoli, ma non una linea che collega un territorio vasto e parcellizzato. Come si crede di costruire una rete di relazioni senza trasporti?» si chiede. «Sfatiamo un altro luogo. “Abiti sulla Domiziana?” dicono “allora scendi di casa e trovi le ‘storie’”. Uno può pensare chissà quante storie, quanto materiale umano. No, non è così, vedi sempre la stessa storia: gli uomini che fanno la spesa, gli uomini che parlano di politica, gli uomini che stanno al bar. Sullo sfondo le donne con tutta una loro rete sommersa, ma sono gli uomini che si muovono sul palcoscenico. Uno dei grandi errori verso i giovani di questo posto è stato immaginare che tutti dovessero essere impegnati nel sociale. Certo, ma serve il divertimento, la leggerezza. Noi viviamo a Castel Volturno una situazione molto articolata: se non si insegna ai bambini a vivere in una forma più complessa, con tutti gli aspetti della vita, non si otterrà mai nulla. Non c’è una biblioteca, solo due cinema di cassetta, idem il teatro. Eppure è attraverso questi linguaggi che si costruiscono i cittadini, non con la retorica. Non ho figli, ma ho avuto tanti ragazzi. Non ho mai voluto creare attori, ma spettatori consapevoli e con strumenti critici. Ma qui si lavora solo sull’emergenza, sul momento, su quello che in politica paga subito. E i neri che si sono ribellati al massacro, sono stati gli unici, da soli. Qui si dissertava sui distinguo – come, perché, potrebbe essere -, ma rimane la strage. E noi? Nulla. Perché questo esercito di clandestini conviene a tutti, a partire da chi li sfrutta per finire con chi ci guadagna, affittandogli le case. Questo è tutto, se non si sfrutta la ricchezza che regala il multiculturalismo, si spreca un’energia decisiva».

Susan

Comune di Castel Volturno, ufficio Anagrafe. Susan Darboe, nera, giovane, bella. «Sono nata ad Aversa, come i miei due fratelli, ho 22 anni. Mia madre è ghanese, mio padre nigeriano. Studio giurisprudenza alla Federico II di Napoli, da quattro anni lavoro con la Cgil, per aiutare i lavoratori immigrati e, da un anno, sono la responsabile dell’ufficio immigrazione. Dopo la firma di un protocollo di intesa tra il comune di Castel Volturno e la Cgil, mi occupo di uno sportello informativo per i migranti di questo Comune» parla e pensa napoletano «sono nata in Campania, ad andar via non ci penso proprio, vorrei continuare a lavorare per il mio territorio anche dopo la laurea. Andar all’esterno men che meno, conosco bene le ferite dei miei genitori, il prezzo della migrazione. Le cicatrici restano sempre. Voglio restare qui, sono italiana e di questa terra, anche se mi costringono a rinnovare il permesso di soggiorno. Ghanese, nigeriana, italiana, a volte ho delle crisi di identità… Castel Volturno la sogno come un’avanguardia della nuova Italia, quella colorata e ricca di diversità, come gli Stati Uniti. In Africa ho tutti i parenti dei miei genitori. Non sono mai stata in Africa, ma conosco a fondo la cultura di mia madre, i racconti dei miei genitori, le loro storie, le favole che ascoltavamo da bambini. Ma sono italiana. Ci andrò in Africa, da turista però» e ancora «Castel Volturno è un laboratorio. Pieno di problemi, ma multietnico, multiculturale. Convivono culture, senza difficoltà, la mescolanza avviene giorno per giorno. Le persone con una mentalità chiusa ci sono, certo, ma grazie al mio lavoro faccio da ponte tra i due mondi. Anche gli stranieri hanno pregiudizi. Ostili loro con gli italiani come il contrario. Lavoro a questo: facilitare l’integrazione, contribuire alla crescita di una società meticcia, che prenda il meglio delle culture che convivono qui e in tutta Italia». Il futuro di Castel Volturno è donna, la riscossa senza padrini, le persone che non sono sudditi spaventati, i nuovi cittadini.



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