Turchia, divisi alla meta

Le elezioni amministrative, che il premier aveva trasformato in una sorta di plebiscito su di lui, rafforzano il governo, ma polarizzano le tensioni nel Paese

di Christian Elia

3 aprile 2014 – Partiamo da un’immagine, prima ancora che dai risultati. Erdogan sul balcone con la sua famiglia. All’esterno, con i due contestati figli (intercettazioni che li riguardano) al suo fianco, sguardo di sfida, a minacciare di vendetta ‘’quelli che hanno tradito la Turchia”.

Appena resi noti i risultati ufficiali delle elezioni amministrative, svoltesi il 30 marzo scorso, in una sorta di election day che eleggeva i sindaci e i consigli comunali e municipali di tutti i comuni del Paese, il primo ministro non ha voluto né abbassare i toni, né tendere una mano alle opposizioni. Anzi.

Il concetto è molto chiaro: ho sfidato tutti, ho vinto. I movimenti nati dopo Gezi, la confraternita dell’ex alleato Gulen e tutte le sue dentellature nella macchina dello stato (e quella del fango che da dicembre in poi travolge il governo ogni giorno), la sinistra o quel che ne resta, l’Unione europea ignorata con misure come lo spegnimento di twitter, il regime di Assad in Siria e i suoi alleati con l’abbattimento di un caccia di Damasco.

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Una stretta forte, soffocante. Erdogan si è giocato tutto, anche nel suo partito, quell’Akp che è meno monolitico di quel che sembra, come sempre quando sono in ballo grandi interessi economici. E’ se non fosse più lui l’uomo giusto per il potere? E se convenisse una figura meno rigida? Ecco, tutti pagati con quel 44 per cento di voti. In crescita, addirittura, rispetto alle amministrative del 2009, quando l’Akp si era fermato al 40 per cento.

I rivali? Poco, molto poco. La stella nascente del Hdp, nata in alcuni collegi dall’accordo tra sinistra e curdi, uno dei risultati più tangibili del movimento di Gezi, con il partito curdo gemello del Bdp, non hanno superato il 5 per cento. In elezioni dall’affluenza record: ha votato il 92 per cento degli aventi diritto.

Che succede adesso? Questo è da vedere e non saranno le accuse di brogli nei confronti dei vincitori a cambiare nulla. Erdogan, come sostengono in molti, potrebbe adesso frenare, razionalizzare, stemperare. Il suo discoro della vittoria non promette questo, ma potrebbe farlo lo stesso. Sarebbe ragionevole, in un Paese che di politica brucia ancora, dove le passioni si infiammano velocemente.

In fondo ha compattato il suo elettorato e il suo partito, ha mostrato alla Turchia e al mondo che la gente è con lui. Potrebbe adesso ripuntare alla sistemazione della sua immagine internazionale, che dopo anni davvero brillanti, ha subito un appannamento dalle rivolte arabe in poi.

Potrebbe, però, anche non farlo. E questo dipende molto dai suoi nemici. Se gli scandali e le indiscrezioni andranno avanti, se i movimenti di protesta (che hanno dimostrato di essere forza di strada, forza sociale, ma non certo elettorale, anche perché in massima parte rifiutano completamente lo stesso meccanismo della democrazia elettiva) forzeranno la piazza, se la comunità internazionale lo attaccherà, Erdogan potrebbe continuare sulla strada del pugno di ferro.

Anche perché il boom economico turco, che ha garantito in questi anni quel supporto del ceto medio in particolare islamista, rallenta in maniera evidente, perché la crisi siriana è un pantano del quale la Turchia paga un peso anche economico per la pressione dei profughi, perché la magistratura sembra andare avanti nel suo attacco all’Akp. Se queste condizioni permangono, Erdogan potrebbe continuare la sua guerra. Che non si sa come può finire, in un Paese sempre più radicale nelle sue divisioni.

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