Yarmouk – Stoccolma

Il viaggio di due profughi palestinesi dal campo di Damasco. Il racconto delle loro vicissitudini per arrivare nella Fortezza Europa

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2014/04/sesana.jpg[/author_image] [author_info]di Ilaria Roberta Sesana. Classe 1981, alle spalle una laurea in Storia Contemporanea e un biennio all’IFG “Carlo de Martino”. Ama scovare storie, pezzetti di vita che permettano di raccontare e capire un po’ meglio la realtà che ci circonda. Collabora con Avvenire, Popoli, Jesus e Altreconomia.[/author_info] [/author]

15 aprile 2014 – La bella notizia è arrivata lunedì mattina con un messaggino su Facebook: «Finalmente sono in Svezia. Grazie a Dio!».
Dopo quasi un anno e mezzo d’inferno, Jasmine e suo padre Hossein sono riusciti a raggiungere la loro meta: «Siamo arrivati in aereo a Copenaghen – dice la ragazza – Poi abbiamo attraversato il ponte per raggiungere Göteborg e da qui Stoccolma».
Poche parole, in un inglese elementare. Jasmine non sa o non vuole aggiungere altri dettagli sull’ultima tappa del suo viaggio. È felice e si capisce: faccine sorridenti e cuoricini suppliscono alla mancanza di parole con cui dare corpo ai suoi sentimenti.

 

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Probabilmente hanno contattato uno smugler affidabile, che ha fornito loro documenti falsi e biglietti aerei. Probabilmente hanno speso un bel po’ di soldi per questa ultima tratta del viaggio. Perché di fronte alle barriere sempre più alte della “Fortezza Europa”, i siriani in fuga dalla guerra possono fare solo una cosa: pagare, per raggiungere un Paese veramente sicuro e accogliente. E pregare, pregare che Dio li assista durante il “viaggio della morte” sulle acque del Mediterraneo.

«Voglio riprendere i miei studi», mi aveva raccontato Jasmine durante il nostro incontro al centro d’accoglienza allestito dal Comune di Milano in via fratelli Zoia. «Ma soprattutto, quando io e mio padre saremo in Svezia potremo chiedere il ricongiungimento per mia madre e i miei fratelli». La famiglia di Jasmine è una delle tante che la guerra in Siria ha frantumato e sparpagliato per l’Europa.

«Siamo scappati da Yarmuk, il campo profughi palestinese di Damasco il 13 ottobre 2012 – spiega Hossein – Ho portato la mia famiglia in Libia perché credevo che lì si potesse costruire una nuova vita. Mi sbagliavo».

Dopo un anno e mezzo, le violenze delle milizie, le aggressioni continue ai danni dei rifugiati siriani, le estorsioni e le rapine convincono Hossein che è nuovamente tempo di ripartire. «Noi chiamiamo il viaggio verso Lampedusa il viaggio della morte. Ma non c’è altra scelta. Nessuno farebbe questo viaggio se non per salvarsi la vita».
Il volto segnato dalle rughe, i capelli quasi bianchi sono segni visibili di quanto siano stati difficili gli ultimi tre anni per quest’uomo. Mostra una vecchia foto scattata con il cellulare, sembra scattata una decina di anni fa e invece risale al febbraio 2012.

Hossein mette mano al portafogli: 1.200 dollari per ciascun membro della sua famiglia. A settembre 2013 partono la moglie e tre figli. Jasmine, che avrebbe dovuto partire con loro, all’ultimo momento si tira indietro. «Ho avuto paura», ammette. La famiglia riesce ad arrivare in Svezia, ma purtroppo vengono identificati in Italia e, in base a quanto previsto dal Regolamento Dublino, non possono chiedere asilo nel Paese scandinavo.

 

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Così tocca a Hossein e Jasmine mettersi in mare. Arrivano a Milano il 22 marzo. In una giornata d’emergenza per il Comune: in poche ore i due centri d’accoglienza allestiti per accogliere i profughi siriani scoppiano. Più di 600 persone da accogliere, rifocillare, vestire, sfamare e curare. Uomini, donne e bambini stremati dopo aver risalito l’intera Penisola.
Si fermano poco, qualche giorno al massimo. Appena il tempo di capire quale strada è meglio percorrere per raggiungere il Nord Europa. «Milano è sola di fronte all’emergenza dei cittadini siriani. In più di cinque mesi non c’è stata nessuna risposta o coordinamento dal Governo, nessun aiuto dalla Provincia di Milano e dalla Regione Lombardia».
Pierfrancesco Majorino, assessore alle politiche sociali del Comune, non si stanca di denunciare la situazione. In cinque mesi sono transitate per Milano circa 2.700 persone. E l’emergenza è destinata a riprendere. «Di fatto si è creato un corridoio umanitario informale che ha avuto come unico supporto la convenzione con la Prefettura per 240 posti letto».

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