NO DIRECTION HOME – 1

Vivere da rifugiati e richiedenti asilo a Brescia – prima puntata

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testo di Christian Elia, foto di Livio Senigalliesi

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REPORTAGE REALIZZATO GRAZIE  AD AMBASCIATA DELLA DEMOCRAZIA LOCALE A ZAVIDOVICI
 WWW.LDA-ZAVIDOVICI.ORG

 

“Non sarà che lei è solo una vittima 

che vende il suo trauma?

Mi ha chiesto una biondina di Harvard

Il cui cervello è valutato mezzo milione.

In inglese non lo sapevo dire.

Si rende conto di avere tutte le ragioni?

Nove morti, il sangue che esce dalla membrana del timpano,

quel dimenarsi tra i proiettili.

Tutto sta nella parola trauma.

E questo, sì, non sapevo dire in inglese,

ho paura,

è l’unica cosa che vale tra quelle che ho”.
tratto da Trauma Market, di Adisa Basic

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22 aprile 2014 – La stazione di Brescia è l’anticamera del mondo. Una hall gigante dove s’incrociano, sfiorandosi appena, decine di paesi del pianeta, lingue e culture, disagi e speranze. Una polaroid della globalizzazione, disegnata sulla pelle di coloro che la realizzano inconsapevolmente, colorata dalla pelle di quelli che la camminano ogni giorno, andando verso il domani, incerto per tutti.

Per qualcuno, però, il presente è un pezzo di carta, dove spesso il futuro è una data di scadenza. Rifugiati, o richiedenti asilo, è il loro titolo, il nome che la burocrazia e il diritto internazionale gli ha assegnato. Sono persone, vite in fuga, in cerca di un riparo dai pericoli che la situazione del paese dove sono nati ha assegnato loro in una cinica lotteria del destino.

Un problema globale, quello della protezione internazionale, del quale l’Italia è un luogo privilegiato di osservazione, per quella posizione di frontiera tra il benessere e la fame, tra la sicurezza e la paura. In Italia, poi, Brescia è un laboratorio. Se si escludono le grandi città, come Roma, Milano e Napoli, nessun capoluogo di provincia ha una presenza di immigrati pari a quasi il 17 per cento. Tra i tanti migranti economici, però, la situazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo è differente, anche se in molti non lo sanno.

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Una lunga storia

Memoria storica della città, per questo argomento, è Franco Valenti, una vita in Cgil e ora presidente della Fondazione Guido Piccini per i diritti dell’uomo.

“Negli Anni Settanta, in Germania e in Svizzera, dove lavoravo, hanno saputo accogliere chi aveva bisogno di protezione, al di là della loro provenienza. Esisteva già all’epoca un sistema di accoglienza e protezione che funzionava. Tornando in Italia, dopo la caduta del Muro di Berlino, avevo scoperto che avevamo la ‘riserva geografica’: escludevamo i richiedenti asilo se non provenivano da paesi comunisti. Questo basta a raccontare l’ipocrisia e la pochezza della storia italiana in merito alla tutela di richiedenti asilo e rifugiati. Una scelta tutta politica, più che di impegno umanitario e di rispetto dei diritti universali, che non ha mai prodotto lo sviluppo di competenze, di sistemi integrati e normativi seri ed efficaci. All’inizio degli anni Novanta partiva la Legge Martelli, che aboliva la ‘riserva geografica’, a causa degli sconvolgimenti storici in atto, più che per merito nostro”.

“I primi richiedenti asilo che ho incontrato a Brescia sono stati gli albanesi, dopo il collasso dello stato, e i somali in fuga dal regime di Siad Barre. Per un periodo anche gli eritrei. Tutte e tre le situazioni avevano in comune un passato coloniale italiano niente affatto glorioso. Un passato che ritrovavi nella comunicazione con loro, molti dei quali parlavano italiano. Allo spaesamento della fuga si univa la totale assenza in Italia di una gestione strutturata del loro arrivo, tranne un minimo per gli albanesi. La richiesta, in genere, era di poter andare verso altri paesi. In seguito, dopo il collasso degli stati orientali, cominciarono ad arrivare anche persone di elevato livello culturale e sociale. Ricordo un primario, russo, che chiese di lavorare a Brescia, ma non ci fu verso di fargli ottenere lo status di rifugiato. Andò in Germania, iniziando a lavorare in una clinica di eccellenza. Tutto questo, all’epoca, poteva essere giustificato dal caos, dalla mancanza di organizzazione. Oggi è inaccettabile. Ma non era solo questo. Ricordo i rom in fuga dalla guerra nella ex-Jugoslavia: nessuno ne riconosceva il dramma, facendoli restare sulle discariche, anche a Brescia. Il comune nel 1993 mi chiese di occuparmene, ricordo la fatica per fargli ottenere i documenti. Non si capiva che erano portatori di diritti. Quello che emergeva era la confusione: istituzionale, normativa, organizzativa. E una grande ignoranza delle nostre rappresentanze all’estero, incapaci di tracciare una chiara lettura dei fatti e delle situazioni internazionali. Elemento decisivo per dare alle commissioni che decidono delle vite degli esseri umani gli strumenti giusti di analisi per comprendere le situazioni di provenienza”.

“Mancava e manca ancora una presa d’atto delle condizioni dei paesi di origine, motivo per cui tanti richiedenti asilo vengono classificati come potenziali profittatori, come dei bugiardi.  Senza un quadro chiaro, senza un sistema razionale, organizzato e informato, capace di agire caso per caso e di capire i motivi della fuga, come possono rifiutare la protezione internazionale? Diventa un caso di coscienza. Basta vedere il tasso delle richieste negate: si fomenta il dubbio che molti di loro mentano. Ed è una situazione assurda, perché l’opinione pubblica si basa su quei numeri e si fa un’idea di profittatori a caccia di sussidi, senza che l’analisi seria dei contesti di provenienza renda la drammaticità dei motivi della fuga. L’Italia non è mai stata capace di darsi strumenti normativi per applicare quelle tutele internazionali alle quali aderisce. Se non fosse intervenuta l’Europa a porre standard minimi di accoglienza, saremmo ancora all’età della pietra. In Germania ci sono tribunali amministrativi che hanno accolto la richiesta di richiedenti asilo transitati dall’Italia, riconoscendo che il nostro non è un paese sicuro per loro. Questo è uno schiaffo che dovrebbe farci riflettere. Almeno quanto le notizie dei ghetti delle grandi città. Gli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) sono un esempio positivo, nella direzione giusta, ma resta un’adesione su base volontaristica, in un sistema talmente precario che non garantisce ancora le basi per una seria politica italiana di accoglienza. Manca la componente politica, che agisca sulla educazione dell’opinione pubblica, che coinvolga tutte le realtà interessate, manca una capacità impositiva del governo che possa creare un sistema Italia di gestione dei richiedenti asilo”.

“Brescia, in materia, è un caso particolare. Non parliamo di una porta di entrata nel paese – spiega Valenti – Qui arriva chi è già passato da altre parti. Solo che questo territorio ha una potenzialità, o aveva, di assorbimento lavorativo che ne faceva una meta comune. Era più che prevedibile che si sarebbe creato un movimento di richiedenti asilo. Lo Sprar è un passo nella direzione giusta, ma quelli che restano fuori? Finiscono in un circuito di disagio, di emarginazione, che non è accettabile. Mancano le risorse sufficienti per rispondere in modo orizzontale ai bisogni di queste persone. Un processo è stato iniziato: accoglienza, sostegno, inserimento nel mondo del lavoro. Solo che da una parte il territorio di Brescia ha risposto al di sotto delle attese, dall’altra quel progetto è stato bruscamente interrotto nel 2008, dal cambio di amministrazione in città. Abbiamo perso cinque anni. Le realtà sul territorio non hanno smesso di lavorare e sono quelle dalle quali ripartire, ma le istituzioni debbono metterci la faccia.  Sono le istituzioni che devono prendere in carico le situazioni, rispondendone e prendendosene la responsabilità. Tutti coloro che restano fuori da questi circuiti, creano una percezione negativa nella gente comune, che non viene adeguatamente informata sugli obblighi internazionali dell’Italia. Una china difficile poi da risalire. Per anni si è inseguita la retorica di una determinata area politica rispetto alla presenza di stranieri in Italia, ma se uno Stato diventa ostaggio di un gruppo politico, cessa di espletare la sua funzione”.

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Le istituzioni

La Prefettura di Brescia è una delle più belle d’Italia. La casa dello Stato, in città, è coinvolta in prima linea rispetto alla questione rifugiati. Il viceprefetto, dottor Salvatore Rosario Pasquariello, racconta: “All’apice della Emergenza Nord Africa (Ena), nel 2011, avevamo più di 400 persone da gestire. Adesso ne sono rimaste otto, quelle più vulnerabili, sistemate in una casa famiglia qui a Brescia. A dicembre 2012 è cessata la competenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal 1 gennaio 2013 la competenza è stata trasferita a tutte le Prefetture, con fondi del ministero dell’ Interno”.

“Con un tavolo settimanale di confronto con gli operatori, ci siamo occupati della gestione delle duecento persone che restavano. Lentamente abbiamo dato vita a percorsi di uscita, con l’aiuto di realtà del privato sociale locale, facendo quel che potevamo, appoggiandoci ad alcune strutture alberghiere. Abbiamo creato un dialogo: verso la fine del 2013 si dava un bonus di circa 500 euro, per un incentivo a iniziare una nuova vita, in attuazione delle direttive ministeriali che prevedevano un percorso di autonomia. Salvo le persone vulnerabili, per le quali si aspetta un inserimento dello Sprar. A settembre si è unito a noi il dottor Sebastiano Cento, che ha preso in carico lo Sportello Unico Immigrazione, con il quale si è deciso di istituzionalizzare questo tavolo, passando dall’Ena a una realtà stabile per i richiedenti asilo, incardinata nel Consiglio Territoriale per l’Immigrazione”.

“Con questo strumento ci prepariamo ad affrontare quei 43mila arrivi su tutto il territorio nazionale nel 2013 dei quali si parla nella circolare del ministero dell’Interno, inviataci a metà gennaio di quest’anno. In tutto, sono più o meno cento i posti previsti per Brescia, che possono arrivare a 130. Numero approvato a fine gennaio 2014. Sono stati rimossi gli alberghi, anche se si sono dati tanto da fare. Non è il loro mestiere, perché all’accoglienza va accompagnata la mediazione linguistica e culturale: e loro non ne hanno gli strumenti. Inoltre, le previsioni di spesa per loro, non erano chiarissime rispetto ai circa 45 euro, poi diventati 35, che ricevevano al giorno per ogni rifugiato. Ci stiamo lavorando con il tavolo, per non trovarci impreparati, chiedendo la disponibilità ai comuni del territorio, in collaborazione con l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani)”.

“Il lavoro della Prefettura non è facile. Un enorme carico di lavoro pende sulla struttura, che nell’ultimo anno e mezzo si è data da fare per smaltire una mole enorme di pratiche, molte delle quali erano rimaste in arretrato”,  spiega il dottor Cento. “Burocrazia fitta, numeri consistenti. Per i rifugiati no: arrivano qui, richiedono asilo, e vengono ascoltati a Milano. Qui ricevono accoglienza e assistenza, la burocrazia è competenza delle commissioni territoriali e delle questure, per fortuna. Sarebbe impossibile”.

Rispetto alla gestione dell’Ena, quali sono state le criticità? Si poteva fare meglio? O almeno fare meglio in futuro?
“Le criticità più grandi le abbiamo riscontrate nelle strutture che, benché attrezzate, hanno dovuto accogliere tante persone”, spiega il dottor Pasquariello. “Allo stesso tempo, abbiamo riscontrato che piccole strutture, diffuse e radicate sul territorio, riuscivano meglio a gestire la situazione. Ecco che lo scarso numero di comuni che si sono lasciati coinvolgere in passato è stato di sicuro un elemento problematico. Mi auguro che questo elemento cambi per il futuro. Francamente, per quello che è accaduto, io posso ritenermi soddisfatto. Si può fare meglio, si deve fare meglio, ma la partecipazione dei soggetti coinvolti al tavolo di dialogo, secondo me, ha innescato un meccanismo virtuoso di confronto sui problemi e sulle possibili soluzioni. Si è creata una rete di rapporti, anche personali, che ha potuto produrre proposte e idee. Ripeto, il passo successivo è l’allargamento dell’adesione dei comuni, per rendere questa rete sempre più vasta e solida. Il tavolo è una risposta che le istituzioni danno, perché renderlo stabile è stato proprio un passo verso le richieste delle realtà coinvolte. Va pensato un sistema che mentre la Questura riceve la richiesta, in attesa della Commissione, possa dare una prima accoglienza. Però alcuni restano fuori. Ci sono fondi del ministero dell’Interno utilizzati per progetti che daranno risposte al problema grazie anche all’impegno dello Stato”.

Aggiunge il dottor Cento: “Difficile gestire: in alcuni di loro c’è un progetto personale di andare via, mentre un altro elemento è il territorio, che oggi non ha più il lavoro di prima, causa crisi. Prima funzionava. Tre progetti per i rifugiati, presentati da associazioni del privato sociale a Brescia, sono stati approvati. Questo è quello che possiamo fare. Il Fondo Europeo per i Rifugiati e quello Europeo per l’Integrazione vanno utilizzati, grazie alla progettualità locale. Si ascolta il territorio, si ascoltano le realtà coinvolte, ma ci vuole tempo e la situazione generale deve migliorare. Ci stiamo lavorando”.

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Pensare, e praticare, soluzioni

Uno dei progetti dei quali parlano in Prefettura è la Ciclofficina Mondo, della cooperativa Gekakè, gestita da rifugiati giunti a Brescia durante l’Ena, nata da un progetto dell’associazione Ambasciata della Democrazia Locale (Adl) di Zavidovici, con fondi Ue e del governo italiano.

In Via Marsala, nel centro di Brescia. Le parole lasciano spazio alla realtà, riflessa in due vetrine che sembrano uno specchio dei desideri. Tre ragazzi, impegnati a lavorare su due bici in riparazione; alle pareti le bici in vendita, nuove fiammanti e usate. Catene, freni, luci, telai. Un odore di nuovo, di lavoro, una meccanica dei sogni. Ibrahim è il responsabile del progetto.

“Vengo dal Mali, dove ho lasciato due figli e tutta la mia famiglia. Sono arrivato a maggio 2011, a Lampedusa, venivo dalla Libia. Stavo bene, facevo il carpentiere per una società di costruzioni. Tutta la Libia era un grande cantiere, un lavoro dopo l’altro. Non mi lamentavo: tanta fatica, ma mi pagavano, progettavo di tornare a casa. Nessuno di noi poteva immaginare quello che sarebbe accaduto. Tutto, di colpo, è come esploso. La guerra, la violenza. A un certo punto il nostro capo ci ha chiamati tutti e, questo voglio dirlo, perché gli sono grato, ha pagato a tutti l’ultimo stipendio”.

“Poi ci ha detto buona fortuna, è scoppiata la guerra, ognuno provi a cavarsela come può, il cantiere chiude. Ho sperato di poter tornare a casa, ma ho trovato un check-point, mi hanno fermato e portato a Zuwara, dove ci hanno sbattuto su un barcone. Non sapevamo neanche dove fosse diretto. Qualcuno ha capito, hanno cominciato a parlare di Italia. Un viaggio da incubo, centinaia di persone. Dopo un paio di giorni a Lampedusa, siamo finiti a Taranto, poi a Monte Campione. Che sensazione assurda…non avevo mai visto un posto così, le montagne, gli animali al pascolo. Ma ho tenuto duro, mi sono impegnato e oggi, con i miei due amici, con cui divido anche una casa in affitto, ho avuto questa possibilità. Voglio imparare ancora meglio l’italiano, lavorare sodo. Perché mi sento fortunato rispetto a tanti altri, che hanno vissuto la mia stessa esperienza e che sono senza casa e lavoro. Mi spiace tanto per loro, io spero che gli affari vadano così bene che si possa assumerli tutti nella cooperativa. Lo spero davvero”.

[continua]

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