Violenza mondiale

A Rio De Janeiro ritorna la rabbia popolare. Il cambio di guardia al municipio ha rotto il sottile equilibrio tra polizia e trafficanti

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2014/05/brecciaroli.jpg[/author_image] [author_info]Di Marcello Brecciaroli. Brasiliano di famiglia, romano di adozione e fondamentalmente marchigiano. Si dedica al videogiornalismo dopo aver sbattuto per sbaglio contro una telecamera in tenera età. Ha lavorato per Current TV, La7 e altre amenità. Ha scritto e diretto documentari e format televisivi. Lavora tra Roma e Rio de Janeiro. Funzioni vitali nella norma, reagisce agli stimoli.[/author_info] [/author]

11 maggio 2014 – Lunedì scorso gli abitanti della favela di Chapadao, nella zona nord di Rio de Janeiro, sono scesi in forze dalla loro collina e hanno appiccato il fuoco a cinque autobus. La loro rabbia è esplosa dopo l’uccisione di un ragazzo di 17 anni della loro comunità in uno scontro a fuoco tra polizia e trafficanti. La settimana scorsa erano state le favelas a ridosso della blasonata Copacabana a sollevarsi, sempre a seguito dell’uccisione di un ragazzo, un noto dj, da parte della polizia.
Il complesso di favelas di Maré, nella zona portuaria, è stato invece occupato dai blindati dell’esercito e della marina e vi si attesteranno 2.500 militari nel corso della settimana.

Un’operazione del genere non si vedeva dal 2010, anno di avvio dell’ambizioso e controverso progetto di “pacificazione” delle favelas di Rio de Janeiro. Lo stesso complesso do Alemao, la cui occupazione nel 2010 divenne il simbolo di questo nuovo corso e seconda favela più grande di Rio, è ininterrottamente al centro di violenti scontri da circa un mese e diversi poliziotti e abitanti sono rimasti uccisi.

 

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In tutte queste occasioni gli abitanti delle favelas e i media hanno tirato in ballo il mondiale di calcio in arrivo come causa principale di una nuova ondata di repressione e quindi di proteste, mettendo gli eventi delle ultime settimane nello stesso calderone delle manifestazioni di massa dello scorso giugno. Ma le cose stanno davvero così?
Dopo la sollevazione popolare del giugno scorso quando, in concomitanza della confederation cup, milioni di brasiliani sono scesi in strada per protestare contro la corruzione dilagante e gli sprechi astronomici che il mondiale implica, Eduardo Paes e Sergio Cabral, rispettivamente sindaco e governatore dello stato di Rio de Janeiro, sembravano aver recepito il messaggio: il rincaro del prezzo del trasporto pubblico, miccia delle proteste, era stato cancellato e le demolizioni brutali nelle favelas messe in atto per far spazio alle opere di abbellimento della città erano state sospese.

La protesta popolare, anche se lontano dai media internazionali, era però continuata. I manifestanti hanno preso coscienza del loro potere e sono tornati spesso in strada per rivendicare i loro diritti, anche se sempre di più si trattava di richieste di singole categorie e non più di un complessivo cambiamento della società. Tra queste ha suscitato grande emozione la vittoria degli spazzini, che dopo oltre una settimana di sciopero riuscirono ad ottenere il raddoppio del loro salario da fame.

La coppa del mondo ha quindi palesato debolezze del sistema e le ha rese insopportabili, dando al contempo un nemico riconoscibile alle masse.
Cori come “Non ci sarà nessuna coppa!”, “Fuori la FIFA”, “Coppa per chi?” e “Fuori cabral!” non hanno più lasciato le strade di Rio e a poco più di un mese dall’inizio del mega evento sportivo ogni volta che qualcuno rimane ucciso negli scontri con la polizia frasi come “un altro morto sul conto del mondiale” diventano virali sui social network.
Ma è davvero così? È davvero il mondiale la causa di questa nuova ondata di violenze?

 

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Ogni volta che arrivo a Rio de Janeiro come prima cosa vado a fare visita ai miei amici del Morro da Providencia, la più antica favela del mondo, che si erge su una collina al centro della città. La Providencia è da sempre territorio del commando Vermelho, la fazione di narcotrafficanti più potente della città. La Providencia è stata anche, in quanto simbolo storico, la prima a essere occupata dalle UPP (Unità di Polizia Pacificatrice) nel 2010. È, insomma, il luogo perfetto per avere il polso della situazione e dei delicati equilibri tra “traffico” e “policia”, il ché è abbastanza importante se si lavora nelle favelas.

La favela ha subìto numerose demolizioni ed espulsioni di abitanti anche molto brutali per far posto alle opere del mondiale e gli abitanti hanno tutti i motivi per odiare la manifestazione calcistica.

Eppure la spiegazione che mi viene data per la tensione che si respira in città è un’altra: il mondiale in arrivo non è che il sottofondo.
Sergio Cabral, il governatore dello stato di Rio de Janeiro, dopo aver resistito per un anno alle masse in rivolta sotto al Palacio Guanabara, il municipio di Rio de Janeiro, con un colpo di scena, si è improvvisamente dimesso a fine marzo.
Non certo per accontentare i suoi oppositori, ma per candidarsi al governo federale di Brasilia e per lasciare il posto al suo vice Luiz Fernando Pezao e dargli il tempo di farsi conoscere in vista delle prossime elezioni (alcuni dicono che abbia abbandonato la barca appena prima del naufragio).

 

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Con la tipica capacità di sintesi degli abitanti delle favelas, Mauricio Hora, attivista e fotografo della comunità del Morro da Providencia, dice: «Il discorso è molto semplice: sia i trafficanti che i poliziotti corrotti delle UPP sono legati al governo, tutto si regge perché le favelas sono bacini elettorali importanti e bisogna avere anche i voti dei trafficanti per farsi eleggere. Ora che Cabral si è dimesso tutti questi equilibri devono essere rinegoziati. Ecco perché sia i trafficanti che la polizia stanno mostrando i muscoli, vogliono far vedere che è con loro che il nuovo governatore dovrà vedersela».

Per le strade delle favelas del centro di Rio si è tornati a vedere armi in mano ai trafficanti, la situazione è tesa e mi si sconsiglia di andare in giro nelle zone più calde. Christiano, un altro ragazzo che vive nella favela interviene: «Credo che per un trafficante potrebbe addirittura essere interessante, in questo momento, ammazzare un gringo, un turista. Quale miglior modo per far vedere al mondo che il governo non ha il controllo della favela?».

L’odio e l’esasperazione degli abitanti di Rio causato dai preparativi per il mondiale di calcio sono tali che anche gli scontri tra trafficanti e polizia di questi giorni, che dipendono dalle putride dinamiche che Rio conosce da sempre, vengono addebitati al mondiale.
Anche se si tratta di una distorsione, ciò non vuol dire che il pericolo sia inferiore: una città dove 520 favelas con una media di dicimila abitanti l’una e completamente controllate da trafficanti che vogliono dimostrare quanto il governo non abbia il controllo della situazione, non è forse l’ideale per ospitare un mega evento e i fiumi di turisti in arrivo.
Il sistema di sicurezza basato sulle unità di polizia a presidio costante delle favelas, le UPP appunto, sta mostrando tutte le sue debolezze.

Le frange più deviate della polizia hanno dato origine anche a un fenomeno agghiacciante come quello delle “milizie”, vere e proprie organizzazioni criminali formate da poliziotti che, dopo aver scacciato i trafficanti, vi si sono sostituiti nell’amministrazione del traffico di droga, spesso con modalità ancora più violente.

Le milizie sono un fenomeno diffuso soprattutto nella zona ovest della città, ma anche dove non si arriva a tanto le UPP sono guardate con sospetto. Al Morro da Providencia, nel corso dell’anno passato, il BOPE, le forze speciali brasiliane, è entrato due volte. In entrambi i casi non erano a caccia di trafficanti ma degli agenti della UPP che gestivano lo spaccio più o meno direttamente nella favela.
Rio sembra tornata al clima che si respirava a metà degli anni 2000, quando ogni anno morivano più persone che a Gaza durante l’operazione Piombo Fuso. Potrebbe essere solo una fase di assestamento al nuovo scenario politico, ma sembra proprio che per il governo vincere la sesta coppa del mondo non sarà il problema principale del prossimo giugno.

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