Boeri: il peccato originale di EXPO

Stefano Boeri è dentro il suo studio, in centro a Milano. La camicia a righe bianca e azzurra, pantaloni blu, è al telefono quando passo di fronte alla sua stanza, lo aspetto qualche metro più in là

di Angelo Miotto, @angelomiotto
foto Livio Senigalliesi

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19 giugno 2014 – È come sempre indaffaratissimo, mentre nel salone che si apre davanti a chi varca la soglia dello studio, si aprono dei modellini in cartone. Il parquet scricchiola, finalmente sento la sua voce da dietro che scherza.
«È un pezzo che aspetto!», sorride.
«Complimenti», replico.
«Per cosa?»
«Per Firenze», dico.
Pochi giorni fa, infatti Stefano Boeri è stato nominato (pro bono) consulente particolare del neo sindaco di Firenze Dario Nardella.

Entriamo nella stanza: libri alle pareti, una finestra, il tavolo coperto da carte, Stefano Boeri si siede spalle alla finestra, ce l’ho in controluce, ma vedo gli occhi e quindi va bene, in mano ha telecomando con cui gioca alzando e abbassando l’aria condizionata, fa caldo oggi. La luce REC lampeggia rossa, basta un’altra pressione e si parte.

Gli darò del tu nel corso dell’intervista perché ci consociamo da diversi anni, sarebbe inutile un ipocrita lei in queste linee.

Milano 10/6/2014 Expo Gate Piazza Cairoli. Foto Livio Senigalliesi

Foto Livio Senigalliesi

 

Iniziamo. Parleremo di Expo oggi, domani e di politica, ma prima una premessa. Forse in molti non hanno ben chiaro a che cosa serva, oggi, l’Esposizione universale, Expo.
«A cosa serviva era chiaro: in un mondo che cominciava a scoprirsi e a costruire scambi non solo commerciali, ma anche di conoscenze e di tecnologie le esposizioni universali avevano il ruolo di rendere espliciti questi scambi e permettevano al Paese ospitante di aprire ai propri cittadini una visione su Paesi altri. È stato un momento di globalizzazione, sostanzialmente. Questo ruolo è stato valido, come si è detto e scritto, ancora a Shanghai dove milioni di cinesi hanno conosciuto il mondo attraverso i padiglioni delle singole nazioni».

E oggi, allora, a che cosa serve?
«A cosa serva oggi è più difficile da dire, perché ormai lo scopo originario è sorpassato da forme di comunicazione e scambio, nella geopolitica, che conosciamo bene. Quello che può giustificare una Expo è che se studiata con cura può rappresentare un momento di messa a fuoco di un tema. Ti faccio un esempio: sono appena tornato dalla Biennale di Venezia e devo dirti che la struttura dei padiglioni nazionali, se il tema è chiaro e forte, è ancora una delle cose più straordinarie che tu puoi avere. Non si tratta di andare a vedere il singolo padiglione del tal Paese per i suoi prodotti tipici, ma avere Paesi che portano il proprio punto di vista originale su un unico tema. Nel caso di Venezia il tema era il Modernismo in architettura, e ogni padiglione portava il proprio punto di visa nazionale su un tema preciso, dal Vietnam al Marocco, dagli Usa alla Svezia. Se l’Expo di Milano fosse, potesse essere o sarà il luogo in cui il tema della nutrizione dell’agricoltura verrà sviscerato da tutti i Paesi della Bie con un occhio molto forte sulla biodiversità sarebbe una cosa straordinaria».

Ma questo tema è stato stravolto e le ultime vicende di corruzione conclamata influiscono sulla percezione dell’evento. Insomma, non ha più un centro preciso e per di più è stata sporcata l‘immagine.
«È possibile ed è probabile. Ci vuole una legge molto forte perché il padiglione accetti che il tema sia univoco: quello che avevamo proposto con il nostro masterplan di Expo, dove addirittura il layout dei padiglioni doveva essere adeguato al tema del coltivare la terra, il cibo, con una serie di strutture leggere e con tecnologie sofisticate, oltre a un capitolo dedicato al tema della biodiversità per i Paesi poveri. Saltata quella regola ogni Paese interpreta oggi il tema con una libertà molto maggiore e il rischio che ognuno di essi porti la gamma dei prodotti che dall’agricoltura va fino al tema dell’alimentare fa diventare il tutto quasi una fiera commerciale o un’esposizione di prodotti. Quindi al posto di un processo e dei suoi meccanismi ci ritroveremo con l’esposizione di prodotti finali. Quindi perde tutto di interesse. In questo senso hai ragione».

In questa dimensione qual è stato l’errore politico? Hai denunciato l’attacco e l’ostacolo di poteri forti che avrebbero contribuito a estrometterti dalla Giunta milanese e rimproverato al sindaco di aver mancato dal punto di vista prettamente politico.
«L’errore politico del sindaco Pisapia è stato quello di subire Expo, di viverlo con un atteggiamento di riduzione del danno. Un errore del Sindaco e della Giunta perché si è dato spazio a Formigoni e non solo. Torniamo indietro fino a un periodo che va da maggio/giugno a dicembre del 2011. È in quel lasso di tempo che avvengono le scelte importanti: si decide di assegnare all’area un volume di costruzione altissimo per il post Expo e si decide di comprare l’area dai privati, stravolgendo di fatto tutto il dossier di candidatura che era stato presentato ai Paesi della Bie. Queste scelte vengono fatte lasciando mano libera a Roberto Formigoni (allora presidente di Regione Lombardia, ndr) e a Infrastrutture lombarde, che attorno a Giuseppe Sala costituiscono una rete chiusa. Renzo Gorini, che era l’uomo più competente sugli appalti, viene mandato via e al suo posto arriva Angelo Paris, che si occupava di contratti e forse oggi capiamo perché sia stato messo lì (ora è ai domiciliari dopo aver accettato di collaborare con i magistrati, ndr). È stato fatto un errore colossale nel lasciare a un ente di gestire, quando in tutte le altre città sono sempre state le amministrazioni comunali a gestire i lavori di Expo».

L’11 giugno il presidente di Regione Lombardia, il leghista Roberto Maroni, ha detto che si rischia di non farcela.
«Non ho una conoscenza diretta; sono passato in macchina negli scorsi giorni mentre andavo in aeroporto. Per l’esperienza che ho di cantieri vedo una situazione allarmante, penso però che alla fine se ci fosse un’idea chiara sul dopo-Expo, bisognerebbe sapere cosa si vuole fare. Sarebbe da dire ora e con chiarezza cosa vogliamo fare nel sito o fuori dal sito. Invece non si sa nulla, si sa vagamente che l’area Rho-Pero non è finita che la MM5 non si farà, si parla di area parcheggio navette su Cascina Merlata: l’unica cosa che possiamo fare è vivere Expo come una sontuosa e lunga inaugurazione di tutto quello che potremo fare dalla fine di Expo in poi sull’area. Chiamo questa visione Expo 2.0: io credo che dovremmo puntare su quello senza avere affanno di vendere i terreni che il pubblico ha comprato dai privati, anche perché chi è disposto fra i privati a spendere 300 milioni per un’area dove il prezzo era a 8.10 euro, comprata a 161 e venduta a 330 euro».

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Quindi che si fa? Non si vende più?
«Quindi inizio a pensare che l’unica soluzione sia di lasciare l’area pubblica fino a quando non abbia un valore, fatto che non dipende dalla quantità di cemento che c’è dentro, quindi avere una progettazione di infrastrutture leggere, di conoscenza, io dico un parco agroalimentare che potrebbe ereditare molte delle strutture di Expo. Propongo infatti di fare una deroga all’articolo 3 del regolamento del Bie che dice di distruggere le strutture utilizzate e …»

Ti interrompo per spiegare questo ai nostri lettori: perché c’era quella regola nelle ‘leggi’ del Bie?
«Perché rispondeva a una visione ottocentesca, siamo rimasti lì. Era una grande fiera del pianeta: ogni Paese arrivava e poi smontava e se ne andava a casa. Intendiamoci, allora era una regola di garanzia per i Paesi ospitanti. Questa cosa, oggi, è assurda e sta creando problemi e danni come a Shanghai dove i padiglioni stanno andando in rovina. Io sono sicuro che con un protagonismo dell’Italia in Europa nel semestre a nostra guida si possa modificare la norma e credo che questo farebbe piacere alla Bie stessa. Una regola mai riformata per anacronismo. Gli Expo migliori sono stati quelli come Lisbona, dove l’esposizione era più piccola e dove è stata utilizzata per costruire una parte della città che era stata programmata e progettata prima. Il nostro errore è stato quello di non costruire una visione dove Expo fosse un acceleratore, e di averlo affidato in mano a gente che l’ha usato per interesse privato e speculativo, con – questa è la cosa più grave – soldi pubblici».

Questo è il punto centrale, il peccato originale, ma prima di arrivarci torniamo ancora al Parco agroalimentare di cui stavi parlando poco fa.
«Uno spazio di ricerca, formazione, di spazi legati alla commercializzazione dei prodotti, produzione agricola, intrattenimento, cose che esistono nel mondo, in Nebraska, Galles, a Singapore, Londra; strutture che hanno queste caratteristiche, ma nessuna che le mette tutte insieme».

C’è anche un progetto in Italia, se non sbaglio, finanziato da Oscar Farinetti.
«Questo è un altro paradosso: a Bologna, nel novembre del 2015 è prevista l’inaugurazione di un parco agroalimentare di 200mila metri quadrati. Questa cosa mi fa infuriare perché ce lo siamo lasciato scappare: Farinetti quel progetto doveva farlo qui!»

Milano 10/6/2014 Expo Gate Piazza Cairoli. Foto Livio Senigalliesi

Foto Livio Senigalliesi

Ma è una visione che può essere ripresa e …
«Qui ci vuole una leadership seria e non questo gruppo di dilettanti allo sbaraglio, lasciami dire, dilettanti allo sbaraglio! Quando arrivammo in assessorato iniziai a contrattare con la Fiera e la Coldiretti per un Salone dell’agroalimentare nel dopo-Expo che facesse perno su Milano, Parma e Verona, una triangolazione rapida, che si fonda su contatti e collegamenti evidenti. Certo ci vuole una leadership. Qualcuno che oltre che occuparsi come è necessario che non ci siano i ladri, guardi al futuro».

Tu sei stato nominato direttamente da Matteo Renzi, davanti a una platea, rispetto alle vie migliori per il dopo Expo.
«In questo momento sono completamente fuori».

Ma la vedi questa cosa, questa visione che stai presentando, su cui puntare?
«Io sono sicuro di sì, non ne vedo altre. Uno può dire Parco della conoscenza o altro, ma il concetto è quello di gestire lo spazio pubblico fino a quando sia pronto per rivenderlo. Adesso si pensa di fare un bando per vedere chi vuole acquisire le aree, ma siamo a metà giugno, ma stiamo scherzando!».

Chiudiamo con il peccato originale. Bruno Giorgini su questo giornale, ma anche Roberto Maggioni, hanno ricordato la questione di democrazia che si pone rispetto al legame fra il territorio e la città, fra l’essere cittadini e il ruolo della grande opera che al pubblico, alla collettività, deve restituire. Perché allora comprare terra dai privati?
«Quando noi arriviamo in Comune e capiamo questa cosa decidiamo di puntare su una costruzione ridotta al minimo per questa ragione: l’investimento del pubblico doveva essere più orientato alle tecnologie che per un aspetto che riguardasse i privati. L’idea del pubblico acquisto, poi, inizia a prendere abbrivio e forza e alla fine snatura tutto il progetto. Avevo indicato un luogo come l’Ortomercato, che ha la stessa volumetria di quella che stiamo utilizzando adesso. Alla fine avremmo avuto una Expo in città che ci avrebbe consegnato senza spese aggiuntive un ortomercato tutto rinnovato. Ma non c’è stato verso».

 

 

 

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