Un minuto d’estate/2

Raccontare in sessanta secondi consigli di letture, film, musiche per allietare il periodo estivo. Un gioco che abbiamo fatto al Q Code Café dell’11 luglio 2014, dotati di un cronometro e di un campanello da concierge per fermare i logorroici. Se volete provarci anche voi pubblicate sulla nostra pagina FB

Mentre leggete queste righe i civili uccisi a Gaza hanno abbondantemente superato i mille e trecento dell’operazione Piombo Fuso condotta tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Fra questi molte donne e molti, troppi, bambini. Esiste un modo per riflettere lucidamente sulle dinamiche della guerra? Un modo per reprimere, per quanto umanamente possibile, quell’umanissimo desiderio di vendetta concepito nei bollettini di guerra diramati dalla Striscia e macerato nelle immagini sfocate di giovanissimi sorpresi dal fuoco nemico sulle spiagge o nelle scuole di Gaza City? È l’iniquità del reale a far male e a sviluppare, in quasi ognuno di noi, quell’istinto di difesa del più debole in un conflitto in cui la forza collerica di una superpotenza militare si esprime vomitando tonnellate di bombe su un popolo inerme e braccato. Il mio consiglio per l’estate è quello di pensare alla guerra, non importa se questa o altre, in termini di pace.
Suggerisco, pertanto, un documentario sulla vita di un uomo che della pace, e di ogni sua possibile declinazione, ha fatto il senso della propria esistenza e della propria arte. Marley racconta la storia di Robert Nesta. Semplicemente e universalmente Bob.

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A dirigerlo è Kevin MacDonald premio Oscar nel 2000 per One Day in September, documentario sul massacro di Monaco del 5 settembre 1972. Il regista de L’ultimo Re di Scozia, ci presenta quella che è forse la più grande figura storica della Giamaica. Lo fa andando a ritroso nella vita dell’uomo, dalla fanciullezza sulle colline di Nine Mile fino agli ultimi giorni di ricovero nella clinica tedesca del dottor Josef Issels e la partenza finale alla volta di Miami per l’ultimo saluto alla famiglia. In mezzo, la nascita del reggae, “heartbeat” nazionale dopo l’indipendenza del 1962, la scalata dei Wailers nelle classifiche musicali di tutto il mondo, il tentato omicidio del 1976.
E ancora il One Love Peace Concert del 1978, tenuto nello stadio nazionale di Kingston. Musica e trance creativa davanti a un Paese devastato dalla guerra civile, diviso fra il Jamaican Labour Party di Edward Seaga e il People’s National Party di Micheal Manley. Bob, minacciato più volte alla vigilia, ma forte della grandezza di una star mondiale, sfidò la sorte, salì sul palco e chiamò i due leader a una stretta di mano storica. Poi fu la volta dello Zimbabwe indipendente, dove i Wailers continuarono a esibirsi neutralizzando gli effetti dei gas lacrimogeni lanciati dai ribelli entrati con la forza nello stadio di Harare il 18 aprile 1980.

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Il documentario di MacDonald è davvero “Epico e Illuminante” così come lo ha definito Empire. In centoquarantacinque minuti di interviste e filmati storici inediti, ne esce fuori la figura di un uomo non comune, somma dei suoi pregi e delle sue mille contraddizioni. A partire dal colore della pelle che lo relegava a condizione di mulatto: troppo bianco per i neri, troppo nero per i bianchi in un Paese in cui entrambi i gruppi lo rifiutarono in egual misura. Il rapporto con le donne che la prima moglie, Rita, descrive nella sua complessità: dalla timidezza al primo appuntamento fino ai continui e inevitabili tradimenti. I figli Ziggy e Cedella ricordano un genitore divertente, ma mai sdolcinato. Infine il musicista, che esce fuori dagli aneddoti degli artisti della mitica etichetta Studio One di Brentford Road a Kingston. Tra gli altri Neville “Bunny” Livingstone, Aston “Family Man” Barrett, Jimmy Cliff, oltre che il grande produttore Lee “Scratch” Perry, parlano di un Bob strumentista meticoloso e raffinato in sala di registrazione oltre che dell’idolo che riuniva migliaia di persone negli stadi di mezzo mondo.
Alla fine del viaggio rimane il ricordo di un uomo di pace nonostante la guerra. Una guerra che lo colpì personalmente non meno di quanto coinvolse i luoghi cari alla sua vita. Marley non si negò mai alla battaglia non violenta, che fosse quella per la pacificazione della Giamaica o di uno Stato africano in cui non aveva mai messo piede. Lottò e corse rischi anche quando fama e ricchezza potevano permettergli di fare ben altre cose. Per Bob era un dovere morale affrontare l’orrore, la morte, l’odio fra la gente. Era naturale farlo a viso aperto e armato solamente delle sue parole e della sua musica. Perché l’odio, diceva sempre, era una “malattia da curare” e il suo antidoto era la musica e l’amore in note. One love.

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Feltrinelli Real Cinema, 2012, euro 15,90

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