Cicloturista partigiano

 

Un ragazzo in bicicletta, per gli Appenini e per le Alpi, tra il 1939 e il 1941. L’avventura di Ermanno, prima cicloturista, poi partigiano. E un viaggio sulle sue tracce, 75 anni dopo.

 

di Giulia Bondi

@gnomade

Estate del ’39: inizio di una nuova era per il ciclismo! Ai primi di luglio (a 18 anni e ½), io comprai la ciclo da corsa e feci la prima gita di lunghezza… inaudita: alla Fignola (140 km).

Estate 1939. Ermanno ha diciotto anni e mezzo. Ama la montagna, e la bicicletta. Gareggia con gli amici, Claudio e Oddo, sulle strade sterrate dell’Appennino modenese. Studia chimica, ogni tanto guadagna qualcosa insegnando ginnastica.

Quella primavera, ha vinto il Giro d’Italia Giovanni Valetti. Secondo, con la maglia della montagna, Gino Bartali. Ermanno ha comprato “la ciclo da corsa” e sogna un giro a tappe. Convince Oddo a seguirlo. Partono il 17 agosto, tra lo scetticismo dei compagni.

Indosso hanno calzoni alla zuava, in tasca un temperino, la carta annonaria e la tessera del Guf. Sul portapacchi, un sacco col minimo indispensabile. Cominciano da Fiumalbo, vicino al passo dell’Abetone, tra Emilia e Toscana. Toccheranno Livorno, La Spezia e Genova prima di rientrare a Modena.

 

cicloturista partigiano

 

 

Sarà il primo di una serie di cinque giri. Appennini, Italia centrale e Dolomiti, tutti percorsi tra il 1939 e il 1941 e documentati in un album-diario, che raccoglie cartoline inviate alla madre (con solo la data, l’ora e la firma), e minuscole foto in bianco e nero: di lunghe sequenze di tornanti, e di compagni di viaggio quando ci sono.

Ermanno ama il ciclismo solitario. È orgoglioso delle sue imprese, di cui disegna precisissime cartine, naturalmente affiancate dai grafici delle altimetrie.

 

cicloturista partigiano - quinto giro

 

Estate 1943. Quattro anni dopo il suo primo viaggio, Ermanno è allievo ufficiale negli Alpini. Un incidente a una spalla lo tiene fermo, all’ospedale militare. Inganna il tempo scrivendo agli amici ciclistici una lunga lettera, che ripercorre le avventure passate.

(…) fuori piove: ma, scrivendo, ho riempito la mia cameretta di tanto sole, e della visione sconfinata di mille paesaggi, dalla Riviera all’Adriatico, dal Lazio alle Dolomiti! Questo mi compensa del tempo perso a scrivere di queste cose di nessuna importanza e che agli altri non interesseranno (Ma, come vorrei che Claudio, per esempio, potesse leggerle!).

Ermanno non sa quello che lo aspetta tra pochi mesi. Forse non sa ancora nemmeno che l’amico fraterno, Claudio, è disperso in Russia. Sarà il suo nome, Claudio, che Ermanno sceglierà come nome di battaglia quell’autunno, quando salirà con i “ribelli” su quelle montagne che ha percorso in lungo e in largo, in sella alla bicicletta.

La Resistenza, dirà poi, è la sua maturazione politica. Dopo la guerra, decide di continuare a lottare per la giustizia, per l’uguaglianza, e per “la povera gente”. Lo farà nel sindacato, nella sinistra DC, nei suoi studi di politica sociale.

Nel 1939 è già il presidente di un’associazione giovanile, il Paradisino, gruppo dell’Azione cattolica modenese. Non è un gruppo apertamente antifascista, ma fascista neppure: dopo l’8 settembre, i ragazzi dell’associazione andranno a formare il nucleo di una brigata partigiana, nel territorio che sarà la “Repubblica di Montefiorino”.

 

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Nel 1939, Ermanno è comunque un ragazzo. Adora la montagna, pedala forte, tiene il conto di quali sono le tappe più lunghe, di quanto ci mette nelle salite, e quanta pendenza hanno. Ricorda tutto, e molto scrive. Prepara i viaggi meticolosamente (“per esempio – scrive – prima di andare in Umbria è indispensabile leggere una vita di San Francesco”). Con altrettanta cura, poi, li descrive.

Ermanno è, anzi era, il nonno di chi scrive. Mio nonno, insomma. O forse dovrei dire “il nonno di Giulia”, visto che lui, quando raccontò in un saggio storico la “Repubblica di Montefiorino” di cui aveva fatto parte, andò avanti a parlare di se stesso in terza persona per 745 pagine, come Giulio Cesare nel “De Bello Gallico”.

A ogni modo, anche chi scrive (cioè io), pedala. E questa bellissima storia, di fatica, sogni, biciclette e crescita, vorrebbe tanto raccontarla per bene, e per intero.

Per cominciare, bisogna montare in sella. Abbiamo studiato. Ci siamo allenati. Speriamo abbastanza, perché il mio compagno di viaggio me lo ricorda un giorno sì e l’altro pure, che le salite sono dure, e che lui, Ermanno, aveva vent’anni, e noi invece intorno ai quaranta. Pedaliamo sulle sue tracce, e se volete potete seguirci qui. Noi, e il cicloturista partigiano.

 

 

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