No Tav e la narrazione invertita

“In quest’aula non troverete le parole per raccontare quella notte di maggio”. Le parole pronunciate da Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò al processo in cui sono imputati di “attentato alla vita umana con finalità di terrorismo” per l’incendio di un compressore nel cantiere Tav di Chiomonte, aprono uno squarcio nell’avvelenato racconto mediatico subito dal movimento No Tav e invertono quella narrazione: rivendicando con orgoglio l’essere No Tav nei suoi tanti modi possibili, provano a rilanciare quella lotta

.

di Roberto Maggioni
@RobMaggioni

.

1300126942

 

30 settembre 2014 – Pronunciate nell’aula bunker del carcere di Torino (quella riservata a mafiosi e stragisti), quelle parole hanno poi avuto l’effetto di gettare nel panico le penne più affilate e abituate a iniettare inchiostro nella piaga. E che in questo caso hanno dovuto limitarsi a classificare quelle parole con una: “confessione”. Ma di cosa? Panico, perché quelle parole hanno in realtà portato fuori dal carcere quello che il carcere vorrebbe tenere dentro: le emozioni e le motivazioni di una lotta. Nella loro semplicità hanno raccontato pezzi di vita e di lotta che nei tribunali e sui media si vorrebbero cancellati. Vita e lotta.

 

Comunque la si pensi sul Tav, la storia processuale che ha colpito gli oltre mille No Tav indagati per i più disparati motivi e soprattutto Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò dovrebbe interessare tutti. E insieme interessare quanto sta accadendo agli ultimi tre No Tav arrestati, Graziano, Francesco e Lucio, portati in carcere a luglio 2014 sempre per la stessa azione di maggio 2013 al cantiere di Chiomonte: per loro non c’è l’accusa di terrorismo, ma solo perché nel frattempo è arrivata la sentenza della Cassazione che ha bocciato l’impostazione accusatoria dei pm Antonio Rinaudo e Andrea Padalino chiedendo di riformulare l’accusa di terrorismo ai quattro per quanto riguarda la custodia cautelare. Non è la prima volta che la Cassazione smonta le ipotesi accusatorie della Procura di Torino contro i No Tav. Era successo ad esempio il 21 novembre 2001, quando venne annullata la condanna per associazione terroristica con finalità eversive nei confronti di Silvano Pelissero. Le stesse accuse di terrorismo che avevano colpito anche Maria Soledad Rosa (Sole) ed Edoardo Massari (Baleno), nel frattempo morti suicidati in carcere in una delle pagine più buie della ventennale repressione contro i No Tav.

In questa storia, a maggio 2014, è arrivato anche il pensionamento dell’ex procuratore capo Giancarlo Caselli, l’artefice della strategia accusatoria basata prima sul tentativo di dividere il movimento tra valsusini e non, poi tra buoni e cattivi No Tav, e infine del portare la cappa plumbea delle accuse di terrorismo in valle. E’ in corso “un atto di guerra” aveva detto Caselli a metà 2013. Da maggio 2014 a guidare la procura di Torino c’è Armando Spataro, che recentemente ha tolto il maxi-processo contro 53 No Tav ai due principali accusatori dei processi contro i No Tav, i pm Padalino e Rinaudo: “motivi di riorganizzazione degli uffici” ha spiegato Spataro.
Tav: terrorismo, protesta No Tav in aula bunker Torino

 

Sui fatti di cui sono accusati i quattro No Tav, mettendo assieme quanto scritto dai pm e quanto rivendicato dal movimento, possiamo ricostruire che la notte tra il 13 e il 14 maggio un gruppo di attivisti scese dai boschi della Clarea per attaccare il cantiere di Chiomonte. Una delle tante azioni di disturbo, che variano dalle passeggiate notturne, al lancio di fuochi d’artificio, ai tentativi di tagliare le reti. Disturbare e danneggiare quel cantiere, per quanto possibile. Quella notte il tutto si tradusse in fuochi d’artificio, petardi, cesoie, materiale infiammabile e l’incendio di un compressore. Nessuno si fece male, né poliziotti né operai del cantiere, ma per l’accusa il fumo sprigionato dall’incendio del compressore avrebbe potuto soffocare gli operai vicini a un tunnel: “attentato alla vita umana”, con “finalità di terrorismo” perché i No Tav avrebbero agito come in una azione terroristica contro lo stato italiano, contro i lavoratori e contro gli abitanti della valle. Con una aggravante: “aver leso l’onore dell’Italia di fronte alla comunità internazionale”. Accuse con pene che possono andare oltre i trent’anni di carcere.

Nel frattempo restano in carcere, prima in attesa del processo, ora in attesa di giudizio. Ma è cambiato qualcosa nella loro detenzione dopo la sentenza della Cassazione che ha respinto l’accusa di terrorismo per la custodia cautelare? “Nulla” ci racconta uno degli avvocati, Eugenio Losco. La loro detenzione cautelare prosegue pressoché uguale dal 9 dicembre 2013: all’inizio durissima, isolamento. Poi alta sorveglianza. “Il regime di detenzione è lo stesso” racconta Losco “perché la sentenza della Cassazione ha rinviato al Riesame il giudizio nel merito e la Corte si esprimerà a breve, il 6 ottobre. Sono ancora sotto alta sorveglianza e la sentenza della Cassazione non influisce sulle accuse a processo. Dovrebbe avere valenza sulla misura cautelare”. Ma nulla è cambiato.

Mattia, Chiara, Niccolò e Claudio hanno preso parola nel processo, per la prima volta, il 24 settembre. Per dire ai giudici e alle persone fuori la loro semplice verità: che frequentano la Valsusa da ben prima dell’insediamento di quel cantiere, che le voci intercettate quella notte sono le loro, che hanno partecipato al sabotaggio del cantiere, che l’hanno fatto tutti insieme, senza armi o organizzazioni da guerra come descritto dalla Procura. Che insomma, terrorismo e terrore stanno da altre parti.

 

“Che non fossi lì con l’intento di perseguire il terrore altrui o anche peggio, lo può capire qualsiasi persona dotata di buonsenso che abbia anche solo una lontana idea di quale sia la natura della lotta no-tav e quale il quadro di coordinate etiche all’interno del quale questa lotta esprime la sua ventennale resistenza. Che fossi lì per manifestare una volta di più la mia radicale inimicizia verso quel cantiere e, se possibile, sabotarne il funzionamento, ve lo dico io stesso”.

“In quest’aula non troverete le parole per raccontare quella notte di maggio. Usate il linguaggio di una società abituata agli eserciti, alle conquiste, alla sopraffazione. Gli attacchi militari e paramilitari, la violenza indiscriminata, le armi da guerra appartengono agli Stati e ai loro emulatori. Noi abbiamo lanciato il cuore oltre la rassegnazione. C’ero quella notte ed è mia la voce femminile che è stata intercettata. Ho attraversato un pezzo della mia vita insieme a tutti quegli uomini e a tutte quelle donne che da più di vent’anni oppongono un no inappellabile ad un’idea devastante di mondo. Ne sono fiera e felice”.

La trascrizione completa delle quattro dichiarazioni la trovate qui (http://www.notav.info/post/le-parole-di-chiara-claudio-mattia-e-niccolo-al-processo/). Vale la pena di leggerla.

“Queste parole hanno già influito sul processo” ci dice ancora l’avvocato Eugenio Losco “ad esempio hanno diminuito il numero di udienze. Sciolto campo della partecipazione o meno all’azione, non ci sarà bisogno di consulenze o perizie tecniche”. La difesa si sposta contro la costruzione dell’accusa di terrorismo e attentato alla vita umana. “Con le loro parole hanno voluto raccontare quello che è successo quella notte per come è successo”.

Ora in carcere per quella notte ci sono altre tre persone, Graziano, Francesco e Lucio. Abbiamo scritto sopra del perché non sono accusati di terrorismo. Ma nonostante siano detenuti comuni, la loro detenzione preventiva non è affatto comune. “Sono sottoposti a controlli stringenti” racconta l’avvocato “non possono stare con i detenuti comuni nonostante siano tecnicamente dei detenuti comuni e fino a poco fa uno dei tre ragazzi era in isolamento”. Cosa significa controlli stringenti? “Significa detenzione in sezioni particolari, rigido controllo della posta, sono sorvegliati anche durante i colloqui con i familiari e gli avvocati”.

cordatesa39

“Chi si arrende, si ammala. Invece la vallata sprizza di salute pubblica, di fraternità, di volontà di battersi” scriveva Erri De Luca nel suo contributo al libro “Nemico Pubblico” curato dal comitato Spinta dal Bass. Anche Erri De Luca è finito nella megamacchina processuale della Procura per aver “istigato al sabotaggio” con le parole pronunciate in una intervista a settembre 2013 (e quindi mesi dopo l’azione incriminata a Chiomonte): “la Tav non verrà mai costruita. Ora l’intera valle è militarizzata, l’esercito presidia i cantieri mentre i residenti devono esibire i documenti se vogliono andare a lavorare la vigna. Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa”. Reato d’opinione e così anche Erri De Luca ha deciso di portare le sue parole in tribunale per bucare l’avvelenamento mediatico sui No Tav. Lo scrittore ha rifiutato il rito abbreviato, che si sarebbe svolto a porte chiuse, e il processo inizierà a gennaio. De Luca ha detto che andrà a processo comportandosi da “parte lesa” e “parlando, accusando”.

Parole che, come quelle pronunciate dagli altri imputati No Tav, diventano un nuovo terreno su cui portare avanti la battaglia contro il Tav, la militarizzazione di quella valle, il racconto di quanto succede. Invertire da accusati la narrazione tossica che li accusa.

 

Sosteneteci. Come? Cliccate qui!

associati 1

.



Lascia un commento