S’avanza la guerra/1

Analisi sui conflitti globali. Quando la guerra prende il posto della politica

 

di Bruno Giorgini

 

8 ottobre 2014 – Non esiste ormai più una legalità internazionale condivisa, o per gli ottimisti esiste sempre meno, e la forza delle ragioni è messa in mora dalle ragioni della forza. Anche la definizione dei confini e la collocazione geografica dei popoli, nonché la loro composizione, sono sottoposte piuttosto alla misura del confronto/conflitto strategico che a quella della legalità internazionale. Così come già ai tempi antichi quando nella polis venendo meno la legge condivisa, decadeva la politica e irrompeva sulla scena la stasis, la guerra civile, anche oggi nella città mondiale, Cosmopolis (Don DeLillo), la guerra s’avanza prendendo il posto della politica.

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Si tratta di una sorta di guerra civile globale, o comunque di una sequenza planetaria di concatenate guerre civili, e contro i civili, con feroci e massive violazioni dei diritti umani, dai rapimenti di bambini e donne, abusate e stuprate, fino alle teste tagliate in streaming come si suol dire, senza dimenticare i prigionieri torturati, umiliati, esposti alla gogna pubblica, le ultime visioni ci vengono dall’Ucraina, e altre orribili cose un poco ovunque.

Il Papa l’ha detta così, siamo nel mezzo di una terza guerra mondiale condotta a pezzetti, un conflitto armato per frammenti. Ribaltando un famoso assunto, oggi la politica mondiale sempre più si configura come la guerra fatta con altri mezzi.

Guardiamo per esempio la vicenda delle sanzioni economiche che i dirigenti della UE propongono nei confronti della Russia, per “punirla” e/o farla recedere dal suo intervento più o meno esplicito, e più o meno armato, in Ucraina. La risposta del primo ministro russo Medvedev minacciando la chiusura dello spazio aereo, li ha gelati.

Chissà se i sopraddetti dirigenti, apparsi piuttosto esterrefatti di fronte alla reazione russa, hanno a questo punto capito di essere nel mezzo di un serio gioco di guerra e non nell’atrio di una banca a determinare e brandire, minacciosi, tassi di sconto o spread.

Infatti l’interdizione della libertà di movimento a terra, sui mari, nei cieli, se e quando verrà presa, è una tipica misura strategica, che ha il risultato secondario di produrre anche alcuni forti danni economici, ma soprattutto il risultato primario di definire coram populi un potere assoluto su una porzione, in questo caso assai ampia, dello spazio per la mobilità. Per dirla con Aristotele, la libertà di movimento è la libertà essenziale dell’essere umano, vietarla integralmente e/o ridurla drasticamente è una delle azioni tipiche e più efficaci della guerra, secondo l’assioma e l’immagine che se non ti muovi sei morto. A questo s’accoppia la possibile riduzione delle forniture di gas russo all’Europa, altra misura che attiene la strategia più che l’economia, una sorta di spada di Damocle che può amputare nel corpo vivo delle risorse energetiche, assolutamente fondamentali per il normale funzionamento delle nostre società, l’inverno senza riscaldamento è un inverno di guerra.

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Nell’ambito della guerra europea d’Ucraina, per ora sotto un relativo controllo ma fin quando, si scopre una falla cospicua dell’attuale pensiero occidentale. I teorici delle sanzioni hanno di mira e si muovono nell’ottica soltanto dell’economia, il valore della moneta, i mercati le borse, credendo sul serio che questo incida nel profondo delle decisioni di Putin e della Russia. Mi è capitato di leggere e ascoltare che, colpendo con le sanzioni ricchezza e interessi degli oligarchi, questi avrebbero obbligato il Presidente russo a più miti consigli. Mai cosa più sciocca fu detta.

In Russia si può avere molto denaro e insieme essere senza potere, inoltre infastidendo chi il potere ha, si rischia di finire in fretta dentro una prigione se non liquidati fisicamente, oppure espropriati da un giorno all’altro, tutte cose già successe. In Russia esiste la proprietà privata, ma non è intoccabile come invece viene sancito in Occidente, almeno nella sua forma attuale, fin dalle Rivoluzioni francese e americana.

In Russia la memoria è ancora quella della Rivoluzione d’Ottobre che la proprietà privata abolì, seppure nella forma brutale e totalitaria dello stalinismo. Sarebbe bastato che i fini analisti dell’Occidente, intendiamo grossolanamente USA più UE, avessero letto Guerra e Pace di Tolstoi oppure il più recente Vita e Destino di Grossman, e gli altri grandi scrittori, per capire che la Russia è irriducibile al modello capitalistico liberista, dove il potere appartiene in misura sempre più estesa, fin quasi totalitaria, ai mercati cosiddetti, cioè ai mercanti. In Russia invece vige largamente una diversa scala di valori comune al potere politico in carica, per quanto autocratico, e al popolo, con un fortissimo orgoglio nazionale nel cui nome non si temono le privazioni di merci e beni in Occidente viceversa considerati indispensabili.

La caduta della legalità internazionale va di pari passo con la caduta del muro di Berlino. L’antica sistemazione del mondo, dei confini e degli equilibri geostratetigici fu definita essenzialmente a Yalta da Churchill, Roosvelt e Stalin, diventando la base della legalità a livello mondiale.

Dopo Yalta avvenne la guerra fredda ma sostanzialmente, nonostante le molte frizioni e colpi più o meno bassi, dalla guerra di Corea alla costruzione del muro di Berlino, e alcune anomalie come la Jugoslavia di Tito e la Cina di Mao, quell’accordo resse sul filo dell’equilibrio strategico nucleare tra USA e URSS.

In nome di quella spartizione la Gran Bretagna collaborò alla repressione dell’insurrezione a guida comunista in Grecia subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’URSS intervenne in Ungheria e Cecoslovacchia coi carri armati contro i moti popolari e i tentativi di riforma democratica dei regimi comunisti, mentre gli USA attivarono in Cile il colpo di stato contro il socialista Allende, Presidente legittimo, o si mossero contro la Cuba castrista usando l’embargo nel tentativo di strangolamento economico nonché con il ridicolo sbarco di mercenari targato CIA nella baia dei porci che costò comunque i suoi morti. E molti altri esempi potrebbero farsi. Se da una parte c’era la NATO, dall’altra vigeva il Patto di Varsavia e nemmeno la guerra in Vietnam scosse più di tanto l’equilibrio, sebbene fosse chiaro che, oltre alla liberazione nazionale di un popolo, era in corso un confronto strategico tra le due superpotenze. Il quadro cambia drasticamente quando l’URSS e il patto di Varsavia si dissolvono, mentre gli USA restano la sola superpotenza mondiale.

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L’URSS perde molti pezzi, per esempio l’Ucraina che faceva parte da quel poi dell’impero zarista e ancor prima, anno mille all’incirca, si chiamava RUS’ di Kiev dove il nome dice tutto (chi ha mai pensato a Gogol come scrittore ucraino o a Odessa altro che come una città russa?), senza colpo ferire ovvero attraverso un processo pacifico, il che va ascritto a merito di Gorbaciov e del gruppo dirigente del PCUS forze armate comprese, ma che viene invece letto dagli USA e dall’Occidente come una debolezza e una sconfitta.

Gli strateghi occidentali pensano che la dissoluzione dell’URSS e del Patto di Varsavia siano dovute alla vittoria americana/occidentale nella guerra fredda, e non invece frutto di un collasso endogeno, per fortuna controllato dalla strutture politiche e militari interne talché non dia origine a effetti catastrofici, cioè a una guerra civile con armi nucleari al seguito.

Rientra in questo processo la caduta del muro di Berlino con un grande impatto sull’immaginario collettivo, e la successiva riunificazione tedesca che sembra sul serio mettere fine agli effetti della seconda guerra mondiale, con le sue violente divisioni.

Intanto si apre l’era della globalizzazione del capitale che pare invadere l’intero pianeta con promesse di ricchezza e sviluppo per tutta l’umanità, ma non saranno le magnifiche sorti e progressive da qualcuno sperate, trasformandosi invece nell’attuale crisi globale. Di pari passo gli USA teorizzano e assumono il ruolo esplicito di gendarme del mondo, autodefinendosi quali supremi garanti della legalità internazionale. Se seguissimo Lenin – l’imperialismo fase suprema del capitalismo – dovremmo dire che a un unico mondiale capitalismo deve corrispondere un unico mondiale imperialismo, quello americano.

 

Continua 2

 

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