La Corte di Strasburgo condanna l’Italia

No ai respingimenti dall’Italia alla Grecia: storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

di Alessandra Sciurba
tratto da Meltingpot

.

22 ottobre 2014 – Tutto comincia con la morte di Zaher Rezai, in Via Orlanda a Mestre, l’11 dicembre del 2008. Un ragazzino afghano che, dopo mesi di viaggio e 9000 chilometri percorsi da solo, si era imbarcato dal porto di Patrasso, nascosto sotto un tir come migliaia di altri minori, per fuggire dalle violenze della Grecia: un paese già condannato dalla Cedu per trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei migranti e dove è impossibile chiedere protezione internazionale.

Ma neanche una volta arrivato in Italia Zaher aveva potuto palesarsi, perché sapeva che dal porto di Venezia, come da quelli di Ancona, Bari e Brindisi, si viene rimandati indietro, dentro cabine di ferro senza acqua né cibo, rimessi in mano alla polizia greca e poi rispediti in Turchia e da lì, ancora una volta, nell’orrore afghano. Allora Zaher è rimasto nascosto finché il camion non è uscito dalla nave, finché non ha iniziato ad allontanarsi dal porto, le piccole mani strette ad aggrapparsi sotto la pancia del tir: non ce la fa, scivola, viene travolto. Nelle sue tasche quattro animaletti di gomma e alcune bellissime poesie: giardiniere, apri le porte del giardino, io non sono un ladro di fiori.

155269_1579542123401_1081102964_31259539_4005467_n

Le associazioni veneziane della Rete Tutti i diritti umani per tutti sapevano già da tanti racconti quello che avveniva ai porti. Lo sapeva anche l’Ambasciata dei Diritti di Ancona che si unisce, anch’essa inascoltata da tutte le istituzioni, alle denunce.

Il 19 dicembre del 2008 le associazioni veneziane scrivono una lettera aperta a tutti gli enti chiamati a gestire il servizio di accoglienza al porto di Venezia chiedendo di rifiutare ogni incarico senza prima avere rinegoziato i criteri minimi per garantire la tutela dei profughi. Il Cir decide di accettare comunque e gestisce per anni la sua presenza al porto di Venezia, (ma dopo poco inizia a denunciare anche pubblicamente le troppe ombre con cui è costretto a convivere).

Il sangue di Zaher però, su quella strada di Mestre, spinge a fare qualcosa di diverso. Partire, andare a ritroso sulle tracce dei respinti, trovarli, dare loro voce. Perché i ricorsi alla Cedu funzionano così: deve essere la vittima a fare appello, servono delle procure firmate.

In pochi, allora, partiamo con in testa l’idea di permettere ai respinti di ricorrere alla Corte europea di Strasburgo, con me anche Anna Milani e Basir Ahang, rifugiato politico e giornalista afghano. È il 2009, arriviamo a Patrasso dopo 37 ore di viaggio in nave. Aiutati da Kinisi, un’associazione di attivisti del luogo incontriamo subito migliaia di afghani relegati in un campo informale ai margini della città che sarà dato alle fiamme dalla polizia pochi mesi dopo. Ci sono anche dei sudanesi e degli eritrei che hanno scelto la strada dell’Est per sfuggire alle torture libiche e al cimitero del Mediterraneo.

Ma muoversi a Patrasso è difficile, siamo seguiti a vista dalla polizia greca, fermati per ore con l’assurda accusa di traffico internazionale di stupefacenti solo perché parlavamo coi migranti, e poi lasciati andare grazie all’intervento della rete di avvocati greci che avevamo preventivamente contattato per autenticare le firme che avremmo raccolto. Ci rifugiamo nel campo e ci restiamo per giorni.

Spieghiamo ai profughi cosa siamo andati a fare, dopo poco si fidano di noi. Piove per tutto il tempo in cui restiamo lì, ma fuori dalla capanna di legno e cellofan costruita dai migranti e in cui ci ospitano per raccogliere le storie e le procure, c’è una fila di centinaia di persone.

Ne raccogliamo molte, di storie, ma solo 35 sono complete della documentazione necessaria. Torniamo in Italia con il nostro carico di speranza. Rifacciamo il viaggio da Patrasso a Venezia. Nei garage osserviamo gli autisti guardare freneticamente, prima dello sbarco, sotto e dentro i loro mezzi per accertarsi di non avere a bordo “clandestini”.

Al porto vediamo la polizia portare i tir in apposite zone coperte per controllarli, usano sofisticate apparecchiature per passarli ai raggi, incuranti del fatto che questi sistemi, se davvero ci fossero delle percorse nascoste, causerebbero loro gravi danni alla salute.

Una volta a casa coinvolgiamo le persone giuste: il Prof. Fulvio Vassallo Paleologo e l’avvocata Alessandra Ballerini di Genova. Con loro e con l’Avvocato Luca Mandro di Venezia , dell’Associazione Tutti i diritti umani per tutti, viene costruito il ricorso, e poi inviato a Strasburgo. Da quel momento inizia l’attesa. Un’attesa lunga anni in cui la caparbietà dell’avvocata Ballerini ha avuto qualcosa di epico.

Presa Diretta nel frattempo decide di dedicare a questi respingimenti una puntata, Gian Antonio Stella scrive un editoriale sul Corriere della Sera, in prima pagina.

Ma se i media finalmente ci ascoltano, le autorità governative rimangono sorde.

A Venezia chiediamo incontri con l’autorità portuale, la prefettura, la polizia di frontiera, ma nessuno ammette l’illegalità delle pratiche di respingimento. Nonostante l’Acnur, da anni, raccomandasse di non rimandare i migranti verso la Grecia, nonostante anche alcuni assessori del Comune di Venezia come Gianfranco Bettin e Sandro Simionato, consiglieri comunali come Beppe Caccia, e l’allora sindaco della città Massimo Cacciari avessero pubblicamente preso posizione in nostro favore.

Chi gestisce i respingimenti, allora sotto gli ordini del Ministro degli interni del tempo, il leghista Roberto Maroni già autore dei respingimenti verso la Libia anch’essi condannati dalla Cedu, continua a dire che ogni cosa avviene in regola: esiste infatti un protocollo tra Italia e Grecia risalente al 1999 che prevede i respingimenti con affido al comandante. Peccato che, come abbiamo sempre denunciato, quel protocollo, essendo in aperta violazione con gran parte della normativa Ue e internazionale sui diritti umani e le frontiere, non possa essere applicato, sia totalmente illegale.

E poi, nell’aprile del 2009, arriva la prima risposta: nonostante i governi italiano e greco avessero chiesto alla Corte di Strasburgo di considerare inammissibile il ricorso per dubbi sull’identità dei ricorrenti, la Cedu lo accoglie.

Un primo straordinario risultato per un intervento interamente costruito dal basso, senza grandi enti o associazioni alle spalle. Solo la voglia di credere che davanti a una violenza così a lungo perpetrata non si può restare immobili, e che anche contro i poteri più forti, contro l’omertà, contro chi nega l’evidenza, si deve osare.

E oggi abbiamo vinto. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo condanna l’Italia e la Grecia per la violazione di alcuni diritti fondamentali di 4 dei 35 ricorrenti di cui, tanti anni fa, abbiamo raccolto le storie e le procure a Patrasso. Gli altri, in questi anni sono stati rimandati in luoghi dove è difficile che siano sopravvissuti, nonostante la Corte avesse intimato alla Grecia, ex art. 39 Cedu, di sospendere contro di loro ogni espulsione.

La sentenza del 21 ottobre condanna quindi la Grecia per violazione dell’art. 13 Cedu (diritto a un ricorso effettivo) combinato con l’articolo 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e l’Italia per violazione dell’art. 4, Protocollo 4 (divieto di espulsioni collettive), nonché per violazione dell’art. 3, “perché le autorità italiane hanno esposto i ricorrenti, rimandandoli in Grecia, ai rischi conseguenti alle falle della procedura di asilo in quel paese”. L’Italia è stata inoltre condannata per la violazione dell’art. 13 combinato con l’art. 3 e con l’art. 4 del Protocollo 4 per l’assenza di procedure d’asilo o di altre vie di ricorso nei porti dell’Adriatico.

La Corte, si legge ancora nel suo comunicato stampa immediatamente successivo alla sentenza, “condivide la preoccupazione di diversi osservatori rispetto ai respingimenti automatici attuati dalle autorità frontaliere italiane nei porti dell’Adriatico, di persone che sono il più delle volte consegnate immediatamente ai comandanti dei traghetti per essere ricondotte in Grecia, essendo in tal modo private di ogni diritto procedurale e materiale”.

Da domani, questi respingimenti devono essere sospesi, perché dopo anni di denunce, dopo tutti i nostri viaggi in Grecia, dopo manifestazioni e commemorazioni, quelle che abbiamo sempre condannato come violazioni dei diritti fondamentali hanno avuto un riconoscimento ufficiale da cui nessuna autorità italiana potrà più prescindere.

Ogni battaglia ha avuto un senso, finalmente. Lo ha avuto la Campagna Welcome. Indietro non si torna, che il 20 giugno del 2010 ha lanciato una manifestazione internazionale tra i porti italiani e quelli greci contro i respingimenti.
Hanno avuto senso tutte le denunce di questi anni, anche recentissime, i dossier e i libri pubblicati, gli incontri pubblici con centinaia di persone, le incursioni di tanti attivisti nei porti, salutate dalla polizia di frontiera con cariche, violenze e denunce.

Ha avuto senso la costituzione di un Osservatorio antidiscriminazioni razziali a Venezia, fondato dall’Associaizone SOS Diritti insieme all’Unar e al Comune che ha chiesto e ottenuto i dati dei respingimenti al porto.

Non hanno avuto senso, quelle no, le tantissime morti di tutti quei migranti che stavano esercitando un diritto e sono stati uccisi, come Zaher, dalla frontiera italiana dell’Adriatico .
Questa piccola enorme vittoria è per tutti loro.

.

.

Sosteneteci. Come? Cliccate qui!

associati 1

.



Lascia un commento