I cracker con le tette

Immagino camicie sudate e facce stravolte fra i creativi che hanno dato vita a uno spot per reclamizzare dei cracker, utilizzando dei luoghi comuni sessisti. Uno poi, smaltita l’indignazione, sarebbe anche contento di vedere brief, proposta e leggere come l’ha venduto l‘account e la direzione creativa al cliente.

di Angelo Miotto
@angelomiotto

 

24 ottobre 2014 – Lo sfoglio on line, compulsivo come sempre, salta da un sito all’altro, rispondi alle mail, smaltisci il lavoro, poi fermati un attimo, torna sui siti, vai sui social, torna al lavoro. Insomma oggi tutto va come ogni santo giorno. Ma poi ecco che si apre il maledetto pop up con il video che parte al click (quello sulla testata eh, non quello sullo spot, che incredibile mossa wow!).

Il testo è semplice: ci sono cose che sembrano uguali e invece non lo sono. Gran Pavesi.

Le immagini: un ometto con la faccia un po’ da ciula, con rispetto parlando, lei è bella e pettoruta, la camicia bianca ha trasparenze che lasciano intravedere un decolleté generoso e le linee del reggipetto, scende dalle scale di una rocca panoramica vista mare. Lui si gira e ne vede addirittura due! Jeans e camicia bianca. Va da una che si gira, è un uomo, l’altra si gira ed è lei ed è divertita. Davvero un coup de théâtre, non c’è che dire, poi si passa ancora sulla scollatura e le poppe fan da cornice al cracker.

La prima reazione: serie di parolacce a fior di labbra e sconforto. Ma siamo ancora qui? Ma davvero altro non si riesce a inventare nel magico mondo dll’adv? Il giochino delle apparenze, il disvelamento che dovrebbe farci sorridere e poi il ritorno delle poppe a condire il nuovo prodotto, alimentare. Sessista? Ma sì, non abbiamo paura di dirlo e diretto ai maschietti? Mi pare proprio di sì, si vede che avranno qualche dato di mercato a noi sconosciuto. Il divoratore di cracker è maschio, gli piacciono le belle donne e le tette abbondanti: il tutto forse provoca una salivazione che aguzza le stimolazioni dell’appetito diretto verso il cracker. Strano, io di cracker ne ho mangiati milioni credo, eppure alle tette non ci avevo mai pensato. Sarò la tipica eccezione.

Allora dico: dai scrivo due righe e vado a vedere se becco il video su Youtube (io non ce l’ho la tv mi perdonerete, magari ve lo state sorbendo da tempo). Youtube dice che il video è stato caricato nel 2012, eppure io l’ho visto oggi dalla finestra di un quotidiano on line.

Poi trovo un’altra campagna, stesso mood, per un altro prodotto Pavesi, stavolta è caricato da Pavesi nel 2013, siamo a un anno dopo dalle tette del cracker.
Qui il messaggio è: “Lo aspettavi da una vita e finalmente è arrivato e tutto prende gusto”. Come condire questo strabiliante messaggio? Semplicissimo: un parco di belle ragazze sinuosissime, formose, che inciampano, si girano e ne fanno di tutti i colori mentre il nostro ometto con la faccia, con rispetto, un po’ da ciula, incede sempre vista mare, c’è una piscina (così le ragazze sono anche in costume o in abiti estivi succinti). Poi una che sembra una gimkane e controgimkane vivente dalle curve che esprime gli si avvicina, prende il prodotto e lo assaggia. Quindi primo piano il prodotto arriva alle labbra e non riesci mai a capire, qui il problema non è solo di Pavesi, se siamo dentro un provino per attori e attrici porno o nel settore dell’alimentare, nella fattispecie qualche cosa che dovrei da provare anche alla prole o da tenere in dispensa.

L’ometto pensava di essere lui l’oggetto del desiderio, e invece è il gran sandwich. Son cose.

Diciamolo sereni: questo tipo di pubblicità fa male. Non è divertente e non ammicca e non sono un vecchio trombone che si scandalizza a ogni centimetro di pelle o sguardo concupiscente. Ma per la miseria: ci vuole il corpo delle donne e lo stereotipo del ciula, con rispetto, per vendere il vostro prodotto?

Fa male perché è indice di una cultura, anzi non-cultura che si perpetua troppo spesso nei messaggi della pubblicità. Anche basta, dai. Cari creativi, forza con le idee.

P.S.
Cara Pavesi, mi è capitato il tuo di spot. Lo so bene che non sei l’unica a giocare con questo noiosissimo linguaggio. Ma tu metti la pubblicità e io sono un consumatore. Sei entrata nel mio schermo, e io ti faccio uscire, perché non sono d’accordo, anzi molto critico, dalla mia dispensa.

 

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