La linea

Viaggio alla frontiera turco – siriana dove
si incontrano la resistenza militare, la mobilitazione umanitaria e l’immaginario politico del popolo curdo;
dove l’unica linea di separazione è quella del confine

da Suruç, confine turco – siriano, nell’ambito del progetto #RojavaCalling

“La linea” si compone tutte le mattine a Mesher, villaggio collocato fra la cittadina di Suruç, ultima enclave urbana turca prima della frontiera, e la Siria. Un aggregato di poche case, che lambisce il confine, dal quale ciò che succede a Kobane si vede e si sente. Uno in mezzo a tanti altri, ma che si distingue.

Le sue poche centinaia di abitanti, a cui si sono aggiunte una quarantina di famiglie fuggite da Kobane, assieme a ex combattenti, volontari, simpatizzanti, visitatori internazionali che vi transitano, ogni mattina formano una lunga linea rivolta verso una Kobane dalla quale si alzano colonne di fumo e provengono i suoni di mitragliatrici e granate mentre il ronzio degli aerei della coalizione si avvicina o allontana.

Nella “ linea” decine, a volte centinaia di persone rivolgono il loro omaggio ai combattenti di Kobane, scandendo slogan e innalzando canti di lotta. Un gesto simbolico pieno di orgoglio, di storia, di forza e di coraggio. Un rituale non privo di pericoli quando si svolge a pochi metri dal confine ed è sotto il tiro dell’esercito turco: un’attivista curda di 28 anni, Kader Ortakaya, a novembre ha perso la vita colpita alla testa da una pallottola sparata da un soldato.

Questa catena umana che corre parallela lungo il confine fa anche da linea di congiunzione fra due fronti di resistenza, quello militare che si svolge dentro Kobane dove le YPG e le YPJ, le truppe di liberazione maschili e femminili curde, combattono l’Isis a costo della loro vite, e quello umanitario, dall’altra parte della frontiera, dove si sono rifugiate le decine di migliaia di profughi provenienti da Kobane.

“La linea” è uno dei tanti gesti che fanno di Mesher un luogo speciale, un osservatorio permanente sugli sviluppi del conflitto e un presidio di solidarietà dai caratteri della “comune”. Ma non c’è solo Meshser, tutta questa zona ha qualcosa di eccezionale.

Nel giro di pochi mesi quella che è una delle aree più povere della Turchia è stata investita da un’emergenza enorme: 132mila profughi provenienti Kobane e da tutta la Siria si sono rifugiati nella provincia di Urfa, 65 mila nella sola zona di Suruç.

Le difficoltà e le contraddizioni del governo turco sono state compensate dallo sforzo titanico messo in campo dalle Municipalità amministrate nella stragrande maggioranza dei casi dal partito filo curdo: ospitalità nelle case, recupero di edifici abbandonati, allestimento di tendopoli, raccolta e smistamento di aiuti, coordinamento dei tantissimi volontari arrivati in zona dalle regioni contigue, da tutta la Turchia e dall’Europa.
Una catena di solidarietà straordinaria che lo spirito della carta del Rojava contribusce a mantenere ben salda e ramificata dalla convinzione di stare portando avanti una lotta che riguarda tutti.

«Questa guerra non è la nostra guerra» ci dice Fatma, nome di fantasia per uno dei 20 membri eletti al governo del cantone di Kobane, responsabile dell’ordine e della sicurezza a Suruç. «Chiunque si definisca un democratico dovrebbe sostenere questa nostra resistenza, perché stiamo combattendo contro i miliziani dell’Isis, che sono dei fascisti e dei terroristi».

Nelle conversazioni svolte in questo parte di Turchia dove il turco è quasi una lingua straniera, che siano state con volontari o coordinatori, con semplici cittadini o amministratori, con fuggiaschi o combattenti, con donne o uomini, ricorrono temi come la parità di genere, la convivenza di culture diverse, l’autonomia democratica, l’ecologia sociale, la cooperazione economica. Sono i capisaldi della sperimentazione di un nuovo modo di fare istituzione e società, cominciata in Rojava, il Kurdistan siriano dove, circa due anni fa, complice, ahimè, lo scoppio del conflitto civile siriano, il movimento curdo in Siria guidato dal PYD, il Partito di Unione democratica, ha preso il controllo della maggioranza della regione curda in Siria, ha dichiarato l’autonomia e ha proposto una costituzione chiamata Carta del Contratto Sociale.

Un documento meravigliosamente laico, inclusivo, egualitario, anticapitalista. Un documento di cui alcuni principi sono già diventati realtà concreta, come l’eguale divisione della cariche amministrative fra uomini e donne, la costituzione delle YPJ, forze di difesa speciali di sole donne e la coesistenza sullo stesso territorio di etnie e religioni diverse.

Altri sono ancora solo nominati perché, certamente, non si tratta di un processo non privo di contraddizioni. Ma che un modello cosi radicalmente democratico si faccia strada in questi luoghi, storicamente condizionati dall’autoritarismo religioso e politico, è un fatto straordinario, che merita attenzione.
Anche per questo il tremendo problema dell’accoglienza qui assume un carattere diverso; le condizioni nelle tende sono durissime, si vive sovraffollati e nel fango, mancano le cure sanitarie, fa freddo. Ma allo stesso tempo c’è la dignità dell’autogestione e la consapevolezza di stare a fianco di una lotta per la libertà.
Lo stesso non si può dire per un’altra componente di questa emergenza, quella dei profughi Iazidi: dopo essere stati massacrati dalle milizie dell’Isis quest’estate e messi in salvo proprio dalle truppe di liberazione curde siriane, i membri di questa pacifica minoranza curda la libertà l’hanno già persa; nessuno di loro vuole più tornare nel Sinjar, dove hanno visto trucidare, rapire, bruciare. Ora, in 300 mila, vivono intrappolati in campi profughi in Libano, Siria ( proprio nel Rojava) e, appunto, in Turchia. Senza possedere più nulla, nemmeno la speranza del ritorno. Senza sapere se e quando se ne potranno andare.
E non è finita, dove sono e come stanno tutti i siriani arabi che hanno dovuto abbandonare il Paese? Poche le tendopoli e l’accoglienza organizzata pr loro. I più poveri affollano le strade di città come Istanbul, dove sono arrivati in 300mila. In tutta la Turchia, i profughi sono diventati oramai due milioni, e volente o nolente, in mala fede oppure no, una Paese dove il 16 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà non può affrontare tutto questo da solo.E invece milioni di persone si ritrovano alle spalle il Medio Oriente in fiamme e di fronte l’Europa, sempre più chiusa, egoista, impaurita.

Sono tante le linee che ho visto in questo viaggio: quelle formate dalle tende dei campi profughi, dalle macchine che i fuggitivi siriani sono stati costretti ad abbandonare dall’esercito turco lungo il confine, dalle ambulanze che trasportavano morti e feriti, dalle persone in attesa di un pacco o di una visita medica, dal fumo delle esplosioni. Sono tante linee le strade che tagliano l’infinita pianura mesopotamica.

E poi la linea di frontiera, irta di filo spinato, brulicante di carri armati e uomini in divisa. Che continua con tutte le linee di frontiera dell’Europa e del mondo: innocenti righe tracciate su un pezzo di carta, nella realtà selettive e crudeli barriere sulla quale si infrangono le speranza, e la vita, di chi fugge dall’orrore.

 

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