Sud America Coast to Coast/6

Da Cochabamba, in Bolivia, passando dal carnevale di Oruro, verso le miniere del Potosì

A Cochabamba, nella centralissima piazza 12 Maggio, incontriamo Ramiro che sta installando alcuni cartelloni bianchi e vecchie pagine di giornale per preparare la sua lezione di storia e cultura della Bolivia. Ramiro cominciò nel 2000 il suo progetto di università popolare, fu l’anno della prima importante manifestazione campesina a Cochabamba, che occupò la piazza per alcuni giorni.

Le sue lezioni di controcultura si svolgono una volta a settimana e oggi a pochi metri di distanza ci sono anche gli striscioni del MAS di Evo Morales per le prossime elezioni municipali del 29 marzo. “Quella che ci insegnano a scuola è un’educazione voluta dalla borghesia” sostiene Ramiro, che è anche il fondatore del centro sociale Red Tinku, “i programmi d’insegnamento si ispirano a quelli francesi e inglesi, ma la Bolivia è un paese di indios, abbiamo una cultura diversa”.

Ci sediamo a seguire la sua lezione di storia che parte dalle popolazioni Aymara e Quechua che hanno abitato la regione per millenni, continua con l’impero Inca per soffermarsi particolarmente sulla violenza della colonizzazione spagnola, conclude con gli anni ottanta, la dittatura militare e le influenze economiche della Thatcher e di Regan.

“I primi movimenti campesinos sono nati nel 1995, inizialmente escludendo completamente la popolazione della città. I campesinos decisero di unirsi in un partito politico, quello che diventerà il MAS del Presidente Morales, ma il partito è solo un mezzo, un utensile per controllare le istituzioni, la discussione vera si fa in piazza, tra le gente, tra i banchi del mercato.”

Quello che non capisco è sua la profonda avversione contro le città. Ramiro boccia interamente i valori della rivoluzione francese etichettandoli come borghesi e occidentali, ma forse la sua posizione ha più senso se si considera che i bambini boliviani a scuola imparano a cantare a memoria la Marsigliese.

Senza dimenticare gli orrori commessi dai colonizzatori spagnoli e dai mercati economici mi chiedo se imporre i valori della campagna alle istituzioni e agli organi dello stato sia una buona scelta per un futuro equilibrato del paese, m’incuriosisce pensare a quale tipo di sviluppo alternativo saranno capaci di creare. Mi rendo conto che da quando sono arrivato in Bolivia ho incontrato quasi esclusivamente sostenitori del MAS e di Morales: vorrei riuscire a incontrare qualcuno che mi parli dell’opposizione.

Al carnevale campesino @Samuel Bregolin

Passiamo la serata al Red Tinku, partecipando alla nostra prima Ch’alla in onore della Pachamama, davanti al fuoco Ramiro mi spiega che qui in Bolivia non esistono veri spazi occupati e autogestiti, Il Red Tinku così come le altre realtà simili del paese pagano un affitto. “Per questo chiediamo un’offerta alla gente di passaggio che viene qui a dormire” mi spiega “dobbiamo coprire i costi per le bollette.”

Il giorno dopo andiamo a Oruro per il carnevale, saliamo di nuovo a quota 4mila metri e a me ritorna il mal di testa, qui incontriamo Juan Carlos che ha organizzato un gruppo di una ventina di persone per assistere al carnevale. Il giovedì si svolge il carnevale campesino, che è quello meno turistico, durante la giornata tranne me e Alessia riesco a contare non più di una decina di stranieri.

Al carnevale campesino partecipano 130 gruppi provenienti dai villaggi della regione, vestono colorati e sgargianti costumi tradizionali, le donne cantano e ballano, gli uomini suonano tamburi e grandi flauti di legno. Il corteo si svolge disordinato e caotico, non c’è un vero e proprio ordine di marcia, tutto si svolge naturalmente durante la giornata, nel pomeriggio cominciano a spuntare lattine di birre e grandi bottiglie di Sprite riempite di grappa fatta in casa: più ballano e più bevono, più sono ubriachi più hanno voglia di ballare. La festa continua tutta la notte.

Il venerdì è il giorno della Ch’alla alla Pachamama, un rito qui molto importante. Pachamama in Quechua e in Aymara significa Madre Natura: è la divinità che rappresenta tutto ciò che è di origine naturale, in relazione con l’ecologia e la società. Il culto della Pachamama fu combattuto dagli spagnoli in quella che chiamarono “estirpazione delle idolatrie” e la sua figura sostituita con quella della Vergine Maria. La Ch’alla alla Pachamama si svolge ogni primo venerdì del mese nelle comunità campesine e qui a Oruro si rivolge alla Vergine del Socavon.

Fin dal mattino al mercato si trovano i venditori di mesa, la tipica offerta da fare alla Pachamama. Su di un pezzo rettangolare di stoffa o carta bianca vengono posti oggetti che ricordano la natura: fiori, erbe, foglie di coca, piccoli zuccheri bianchi con i disegni di animali o piante, cibo di ogni genere, frutti. L’elemento più costoso ma anche il più importante da inserire nella propria mesa è un feto mummificato di Lama. Durante la giornata fuori dagli uffici, dai luoghi di lavoro e nei cortili delle case viene fatto bruciare il carbone.

A inizio serata le braci vengono poste al centro dell’abitazione, ci si raduna in cerchio e la mesa, presa per i quattro angoli viene posta sul fuoco, il fumo che scaturisce dalla sua combustione deve rimanere il più a lungo possibile all’interno dell’abitazione per ottenere la protezione della Pachamama. Dopo di che si comincia a bere, i primi quattro sorsi vanno rovesciati al suolo ai quattro angoli del fuoco, i quattro angoli che rappresentano i punti cardinali degli Inca, il quinto va rovesciato sul fuoco dicendo “Antes para la Pachamama” prima alla Pachamama.

Dopo di ché si continua a bere per tutta la notte. Non credo che il fumo abbia altri effetti oltre a quello di affumicare chi si avvicina ma a me sembra comunque un bel rito, un bel modo per ricordare e ringraziare la natura.

Lungo le strade di Oruro c’è musica ad ogni angolo, gente che balla, il rito della Pachamama si mescola con i turisti da tutto il mondo che arrivano per il carnevale, il Rhum Don Abuelo e la birra scorrono a fiumi, i ragazzi spruzzano con le bombolette spray la schiuma sui capelli delle ragazze che si voltano furiose. La vigilia del carnevale porta con sé questo miscuglio di antico paganesimo indigeno e moderna festa occidentale, un mix letale che qui sembra fondersi benissimo. Nonostante l’orribile pagina di storia scritta dai conquistadores spagnoli e portoghesi questa fusione mi sembra la vera anima del Sud America di oggi.

Il sabato finalmente comincia il corteo del carnevale di Oruro, una manifestazione che non ha nulla da invidiare a Venezia o Rio de Janeiro. Ad Oruro sfilano 28’000 ballerini e 10’000 musicisti organizzati in 150 bande musicali lungo un tracciato di quasi 4 chilometri, con spalti da ambo i lati della strada che accolgono più di 400’000 spettatori, uno spettacolo meraviglioso, che a pieno merito fa parte dal 2008 del patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO.

Le maschere e le danze sono gli elementi più caratteristici e folkloristici del carnevale: maschere mostruose o angeliche, personaggi con lunghe ali bianche fatte di vere piume, esseri simili a orsi, diavoli, allevatori di alpaga, bande di ottoni vestite da minatori. Nacchere, bambole a forma di lama, cappelli di lana colorata rigida a punta, mani giganti, strani esseri con gli occhi colorati fuori dalle orbite. Il tutto offre uno spettacolo meraviglioso.

I costumi, così come le danze hanno origine prima della colonizzazione spagnola, quando i conquistadores e i missionari arrivarono qui cambiarono quella che era la festa in onore della divinità Wari e che si svolgeva il 2 di febbraio nel carnevale cattolico. Wari, adorata soprattutto dai minatori della regione divenne, viste le similitudini, il diavolo.

I 55 gruppi di ballo che reinterpretano ognuno una delle 18 danze officiali del carnevale cominciano a sfilare alle prime luci dell’alba, un corteo di ballerini, trombettisti, ragazze sui tacchi a spillo, maschere e coreografie che finisce solo a notte fonda. Nel frattempo sugli spalti succede di tutto, dalle battaglie con la schiuma, i cori, i venditori ambulanti che scavalcano le transenne per vendere mais cotto, pani , patate fritte con la salsiccia, birra, cognac al caffè, impermeabili, petardi.

Ad ogni pausa tra un gruppo e l’altro l’esercito boliviano che sorveglia cerca di farli uscire, ma per ogni mendicante portato via di peso ne entrano altri cinque. Scavalchiamo anche io e David per prendere qualche foto, le ballerine si mettono spudoratamente in posa davanti agli obiettivi. Poi si avvicina la banda di ottoni e allora siamo tutti obbligati ad accucciarci vicino alle transenne per lasciarli passare, nel frattempo sugli spalti il resto del gruppo formato da Juan Carlos canta e balla, ci sono argentini, boliviani, francesi, Samantha dalla Nuova Zelanda, Emir dal Belgio e una coppia da Taiwan.

Durante il corteo del carnevale ogni gruppo di danza è preceduto da una macchina, ricoperta da teli colorati su cui capeggia una statua della vergine Maria, accanto a lei tutte le offerte che il gruppo folkloristico sta portando verso la chiesa in voto alla Vergine del Socavon: piatti, brocche, vassoi, candelabri, sempre tutto e rigorosamente d’argento.

La Ch'alla alla Pachamama @Samuel Bregolin

Dietro all’apertura ogni gruppo esegue la sua danza, alcune delle canzoni sono così conosciute che tutti gli spettatori dagli spalti cantano all’unisono. Ogni danza o gruppo deriva da un mestiere: ci sono i Negritos, in origine lustratori di scarpe, che non potendosi permettere una divisa per il carnevale partecipavano fino al secolo scorso ungendosi la faccia di lucido nero per le scarpe e battendo a modi tamburo le scatole di legno su di cui abitualmente appoggiavano le scarpe i clienti.

Esistono diciotto danze ufficiali nel carnevale, le più famose sono la diablada, ballata dai minatori in onore della divinità Wari con i luciferi saltellanti e i ritmi tribali, la morenada, la caporales, la tobas, la kulla wada, la tinkus e la pujilay. Ballate da macellai, contadini, allevatori di Alpaga, tessitori. Ogni danza ha una storia specifica, costruita lungo i secoli.

Lo spettacolo più emozionante arriva dopo il calar del sole con la diablada degli Urus, la popolazione che in origine abitò per prima queste regioni, il nome di Oruro viene da loro. Le maschere degli Urus sono infernali, hanno lunghi capelli bianchi, corna nere, grandi occhi che si illuminano con led rossi e verdi, sugli spalti c’è il caos totale, la gente urla: “Fuego, fuego, fuego”.

Sembra di essere alla corrida, l’eccitazione è al massimo, perfino gli accaniti venditori ambulanti si mettono in un angolo in attesa, vengono stese in aria delle corde che attraversano il corteo, quando sono accese producono una cascata di scintille e fuoco attraverso la quale passano la maschere degli Urus, la folla esplode, sulla testa i ballerini nascondono una piccola macchina sputafuoco, ora gli Urus avanzano sputando fuoco, dagli spalti il grido al fuego si è trasformato in un “Viva Bolivia, viva gli Urus, viva il fuego”. Ancora una volta la festa durerà tutta la notte.

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