Un matrimonio ti cambia la vita

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Il blog racconterà di Timor Est, il più giovane stato asiatico, che occupa la parte orientale di un isolotto nel Pacifico, a ridosso dell’equatore, a pochi passi dall’Australia. Si parlerà dei suoi abitanti, poveri, allegri, pigri, delle loro abitudini, della loro vita, e delle loro storie. Il blog è una relazione d’amore con quest’isola incantata, tutta da scoprire, che sta lottando per crearsi una sua identità e un suo luogo dopo secoli di controllo coloniale, terminato solo una decina d’anni fa. [/note]

[author] [author_image timthumb=’on’]https://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/12/Il-volto-di-Fabrizio-1.jpg[/author_image] [author_info] Fabrizio Fontana. 35 anni. Ama ascoltare. Da qualche tempo vive a Dili, in Timor Leste, dove trascorre le sue giornate insegnando, studiando la lingua e la cultura dell’isola, passeggiando e oziando. È interessato alla permacultura, alla salvaguardia ambientale, alla natura, ma soprattutto a trovare un modo di vivere che sia in sintonia con il benessere dell’essere umano. Pensa che ogni situazione sia una storia da raccontare. In questo periodo scrive di Timor Leste, ma per caso, perché ora vive lì. [/author_info] [/author]

 

Aji è un ragazzo di venticinque anni che vorrebbe sposarsi. Per adesso non può farlo perché i genitori vogliono che prima li aiuti a costruirsi una casa. È l’ultimo pegno da pagare e poi potrà avere la sua indipendenza. Questa richiesta, che per un europeo sarebbe un motivo di ribellione, qui è accolta con normalità. Il rispetto incondizionato verso i genitori è una legge naturale che non si può assolutamente mettere in discussione.

Gracia è una ragazza trentenne che arde di aspettativa perché, dopo aver ottenuto il permesso dei genitori, si sta per sposare. Trent’anni sono tanti per sposarsi, ma Gracia ha lasciato il suo villaggio per studiare in città ed è l’esempio che le cose stanno cambiando velocemente e anche a Timor, chi dà priorità alla carriera tende a ritardare il matrimonio.

 

Camion_Federico Brandi

foto Federico Brandi

Il mezzo di trasporto per raggiungere il villaggio di Gracia, Laclubar, un delizioso villaggio incastonato tra le montagne è un camion, noleggiato per l’occasione da parenti e amici che come Gracia vivono a Dili. Non è facile muoversi a Timor, le strade sono poche e accidentate e il trasporto pubblico è scarso. Arriviamo nel cuore della notte dopo un viaggio di un centinaio di chilometri, che però per le condizioni della strada dura un’eternità.

La casa della sposa dove siamo ospiti si confonde con le altre, ma a differenza delle altre che sono avvolte nell’oscurità più completa, qui l’atmosfera è ancora viva. Viene preparata in fretta una cena, così che ci sparpagliamo per la casa con un piatto di riso e della carne. Poi ci si dilegua alla ricerca un posto per dormire. Non è semplice perché non c’è nulla di organizzato, però questo è quanto più sorprende. È un’ospitalità semplice e diretta, senza cerimonie che paradossalmente ti fa sentire a casa. Si dorme dove si trova un angolo libero o tranquillo.

 

Case in montagna

 

Una ventina di persone sono sveglie e cucinano. Sono vicini di casa, parenti e amici. La cucina consiste in vari fuochi accesi sui quali viene cotta una quantità smisurata di carne. Hanno appena ucciso una capra, due maiali, un bufalo e una quindicina di polli e domani tutta questa carne sarà servita e divorata dai commensali. Non c’è verdura che è considerata cibo da poveri, indegna per una simile occasione.

È un caos organizzato dove tutti mettono mani e nessuno sembra dirigere in qualche modo i lavori. Si cuoce, si taglia, si parla, si ride e si beve caffè. È il famoso caffè di Timor, orgoglio dei vecchi che lo offrono orgogliosi, raccolto, seccato, tostato e frantumato in casa, nero come la pece, non filtrato, che come si dice qui scompensa il battito cardiaco. Il fumo dei vari fuochi accesi fa lacrimare gli occhi. Non c’è fretta nell’aria, tutto si muove calmo, nonostante la confusione, la scomodità dell’ambiente di lavoro e la quantità di cibo che deve essere cucinata per il giorno dopo.

Come per magia sono inglobato da questo strano ambiente e l’idea di dormire evapora con il fumo dei bracieri. Taglio carne. Ci portano bacinelle di intestini, polmoni, fegati, orecchie, stomaci e noi tagliamo. Non si butta via nulla dell’animale, non esiste scarto. Una quasi bambina che è la sorella dello sposo, due cognati e una vecchia vicina sono i miei compagni al taglio, siamo seduti per terra, tra il fango e usiamo le mani come taglieri.

È l’alba quando cediamo il turno e cerchiamo un angolo per sdraiarci un paio d’ore. Quando mi sveglio l’attività in cucina è ancora frenetica, visi stanchi ma sorridenti, ed ora la sposa è in giro per casa, già abbigliata con un lunghissimo abito bianco. Tutto è squisitamente informale. La doccia è una fontana pubblica a cui si attinge un secchio d’acqua. È un posto improvvisato da cercare nell’aria pungente del mattino, e l’acqua che scende direttamente dalle vicine montagne è una scossa di freddo che si allea con il caffè per dimenticare la stanchezza.

 

Matrimonio

 

La cerimonia è cattolica e si svolge nella chiesa del paese. Dura poco e si trasferisce a casa della sposa, dove per l’occasione è stato allestito un palco, un tavolo imbandito e una pista da ballo. Gli sposi con le rispettive famiglie sono seduti sul palco, e varie persone prendono la parola per congratularsi e ringraziare, mentre gli invitati sono seduti come in una platea. Il matrimonio è avvenimento sociale, una festa pubblica a cui partecipano tutti, dal capo villaggio al presidio della forza dell’ordine, dalle suore al prete. Tutto il villaggio è qui. I piatti si prendono in prestito dalle case vicine, così come posate, bicchieri, sedie. Tutti siamo eleganti, abiti in stile occidentale, ma siamo immersi nel fango. Piove e grossi goccioloni trapassano le lastre di zinco bucherellate. I contrasti di questo paese in rapido sviluppo.

Poi si mangia. La quantità di animali della sera precedente ora è ordinata in piatti eleganti, rapidamente assaltati da mille mani. Il pasto si consuma in fretta perché deve lasciare spazio al momento culmine, il ballo. È un ballo bellissimo da vedere, il linguaggio corporale che sostituisce le parole. Non c’è spazio per molte chiacchiere, ma qui la gente è di poche parole. C’è voglia di ballare, di muoversi, di sentire la vicinanza dei corpi, sperando, chissà, di essere il protagonista del prossimo matrimonio.

E così, ben entrati nella notte, il matrimonio si consuma. La coppia viene accompagnata, tra risolini eccitati, all’alcova mentre i più giovani continuano instancabili le danze. Si suppone essere la prima volta che dormono assieme e la prima volta lontano dagli occhi della gente. In qualche villaggio c’è ancora l’usanza di mostrare il lenzuolo insanguinato il mattino successivo, ma è una tradizione che sta lentamente scomparendo e questa volta mi risparmio lo spettacolo.

 



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