Diego, il re degli imperfetti

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25 Novembre 2020

La scomparsa, a 60 anni, di Maradona

Toglietevi dalla testa che sia morto solo un calciatore. Con Diego Armando Maradona muore un romanzo popolare, un destino, un canto collettivo dei pezzenti.

Per assurdo, il riscatto del bambino povero nato tra gli sterrati e le baracche della periferia di Lanus, 60 anni fa, è la parte meno interessante. Perché il calcio, come lo sport in generale, sono pieni di storie di riscatto economico attraverso il successo e la fama.

Quello che ha reso unico Maradona, e lo ha reso eterno, è stata la sua capacità di continuare a sentire il dolore di quelle vite che un sistema rende marginali. E di auto-eleggersi loro portavoce.

L’intelligenza di Maradona era quella, al di là del genio calcistico, che lui ha reso arte pura. L’intelligenza di Maradona era istintiva, ignorante. Si nutriva di vibrazioni e come reagendo a una scossa diceva e faceva, in modo disordinato e – qualche volta – incoerente.

Però sempre raccontando gli ultimi, raccontandosi come uno di loro, anche se non lo era più, non poteva esserlo. Ma sentirlo, quello sì. E la gente sentiva la stessa vibrazione, al di là del tifo calcistico e delle idee politiche più complesse e strutturate. A Diego riconoscevi l’istinto, sempre.

Da Chavez a Fidel Castro, dalle battaglie contro la FIFA alle crociate per i disperati. Fino al fallo di mano con il quale, contro l’Inghilterra, ai mondiali del 1986, segnò un goal irregolare. Ecco, in quella partita c’è tutto Maradona, quello che segna uno dei goal più belli della storia del calcio, ma ne fa un altro da imbroglione. E in fondo non nega, ma per lui quella è la ‘mano de dios’, che lava l’onta della isole Falkland. Perché era nazionalista? No, perché c’era un Davide e un Golia, e lui voleva stare con tutti i Davide del mondo.

Non sempre era chiaro, per lui e per chi gli stava intorno, quale fosse il Davide di turno, però lui si schierava. Uno con il suo talento, i suoi soldi, poteva non farlo, come la stragrande maggioranza dei grandi campioni. Lui lo faceva, per istinto, disordinatamente, perché sentiva che era giusto.

Quando arrivò a Napoli ci mise un secondo a riconoscersi in quella gente, abituata a sentirsi sempre raccontata come una mancanza. Esattamente come accadeva a lui, a cui nessuno perdonava di essere un campione troppo grande per avere anche dei difetti. Ha sentito il dolore del migrante, del dimenticato e lo ha fatto suo. E’ andato a vincere contro gli squadroni del nord come un Don Chisciotte.

In Maradona convivevano il genio calcistico e lo spirito del posteggiatore abusivo che deve tirare a campare e la metà divina e geniale si nutriva dell’altra, quella fragile, per quello che in fondo è stato un monumento all’imperfezione. E non c’è niente di più bello di questo cortocircuito.

Tutto, in Maradona uomo è umano, tanto quanto tutto è divino nel Maradona calciatore.

Come se il destino gli avesse donato così tanto talento nel corpo, troppo talento, da rendere un’anima incapace di portare tanto peso.

Maradona, la droga, l’alcool, i divorzi, le risse, le paternità non riconosciute, l’evasione fiscale, il doping, i complotti: Diego portava sulle spalle l’idea terrena dell’essere imperfetti. E quella divina di danzare con un pallone tra i piedi.

Non è un caso che a livello planetario nessuna stella del calcio sia stata tanto amata quanto Diego.

Perché chiunque si rivedeva nel suo bipolarismo, era quello che ti faceva pensare – pagando un prezzo altissimo – e ragionare: se sei in alto puoi cadere, se sei in basso, puoi sperare. Perché non vincono sempre i più forti. Ed essere un esempio non è una missione, ma essere un sogno, è un dono di pochi.

Non è morto solo un calciatore oggi, e neanche solo un’icona. E’ morto un uomo, capace di portare per 60 anni il peso di essere il più divino e il più terreno degli uomini, che è sopravvissuto appoggiandosi alle sue fragilità, trascinato di notte alla festa di un camorrista come osannato da milioni di persone in uno stadio.

Sarebbe stato troppo poco chiuderlo solo in un campo di calcio, è stato troppo il lasciarlo vivere anche fuori da quel terreno di gioco. Diego, è stato il capitano della nazionale degli ultimi e ha voluto esserlo, grande e misero, umano e divino. Unico.