Riportando tuttə a casa – Di cosa parliamo quando parliamo di cultura

di

18 Novembre 2020

Perché – tra macerie strutturali e crisi pandemica – la redenzione sociale passa anche per la cultura

Martedì 16 giugno 2020, davanti alle porte del cinema che cominciavano a riaprirsi, eravamo in tanti. Si aspettava in fila, ben distanziati, mascherine sul viso, respirando l’aria calda di una prima sera d’estate, mentre Riccardo, titolare dello storico Cinema Fanfulla della città di Lodi, quarantacinquemila abitanti e uno dei territori prima e più duramente colpiti dall’epidemia di Covid 19, si muoveva dietro le vetrate. Dava indicazioni alla collaboratrice: indossavano i guanti, lei maneggiava un termometro, sul pavimento erano state posizionate grosse frecce adesive, verde brillante, a indicare i percorsi di ingresso e di uscita.

Era la prima proiezione dopo oltre tre mesi di chiusure e di morti: in quella sala, alla fine, ci saremmo seduti  in centodiciassette. Un piccolo cinema della provincia lombarda, la sera di martedì 16 giugno 2020, si sarebbe piazzato al settimo posto nella classifica nazionale per numero di presenze in sala.

Di cosa parliamo, quindi, quando parliamo di cultura?

Il termine oggi potrebbe risultare debole, confuso, forse – nel suo essere abusato nelle maniere più trasversali – sconfitto. Eppure, ripercorrendone l’etimologia (dal latino cultura, derivato di colĕre «coltivare») e tralasciandone la concezione antropologica  (gli usi e costumi di un popolo, di un gruppo, di una categoria sociale) così come quella individuale (l’insieme delle cognizioni intellettive che una persona ha acquisito durante lo studio e l’esperienza), potremmo per semplicità circoscrivere il concetto di cultura al complesso delle attività artistiche e scientifiche, dei mestieri e della loro trasmissione sapienzale, che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.

Tuttavia l’episodio del cinema di provincia che segna numeri record dopo un trauma collettivo ci dice anche qualcos’altro: cultura è soprattutto comunità.

Le persone che quel martedì di giugno tornarono per la prima volta al cinema dopo la pandemia, lo fecero per molte ragioni diverse, ma su tutte ne spiccava una: sentivano il bisogno di riconoscersi nei termini di quel che erano stati prima e, allo stesso tempo, d’iniziare a immaginare quel che sarebbero diventati dopo. Questo accade tornando nei cinema, ma anche nei teatri, nelle sale concerto, nei centri culturali, nei musei, nelle biblioteche e in tutti quei luoghi che rappresentano lo spazio pubblico: il semplice gesto di comprare un biglietto e sedersi a vedere un film è abitare quello spazio, abitarlo è dichiararsi parte di una comunità non come consumatore ma come cittadino. Da lì, lo scarto verso la partecipazione non è poi così lungo.

È in quegli spazi che cominciamo, impercettibilmente, a esercitare uno slancio d’immaginazione. Come vorremmo il mondo e perché. Che cosa si può fare in concreto e come. Ma l’emergenza sanitaria in Italia ha messo in discussione l’essenzialità e la sopravvivenza di questi luoghi e di tutti coloro che ci lavorano. Il modo in cui ci si è arrivati, e che vale la pena ricostruire, la dice lunga su un Paese che non l’ha ancora capito: senza cultura, non servirà un virus per scomparire.

 

Riapertura del Cinema Fanfulla di Lodi

 

In un articolo apparso su CheFare il 2 marzo 2020, Bertram Niessen sottolineava la rapidità e la drammaticità con cui erano venuti a galla, dopo appena una settimana di rallentamento per i primi casi di Covid-19, i nodi irrisolti nel rapporto tra infrastruttura culturale, economia e politica, accumulati da almeno dieci anni a questa parte.

Si riferiva alla polarità tra fruitori di cultura e produttori di cultura, che l’emergenza aveva già iniziato ad acuire: da una parte, lo sviluppo immediato di alternative alla distribuzione culturale tradizionale – spazio digitale per lo spazio fisico, convivialità domestica per l’incontro pubblico, libri, film e informazione a risarcimento di viaggi e biglietti annullati (il “tempo ritrovato”) – e dall’altra la produzione massiccia di contenuti veicolabili in sicurezza (spettacoli in streaming, laboratori e corsi online, letture e concerti registrati) da parte del settore.

Perché non potevamo parlare di reazioni e aspettative complementari? Osservando più da vicino fruitori e produttori, era già possibile rendersi conto delle fragilità in campo: quanti, tra il potenziale pubblico, soffrivano di povertà abitativa, educativa e culturale ed erano automaticamente esclusi dai nuovi termini emergenziali dello spazio di prossimità? Quanti, tra i professionisti del settore culturale – un ambito complesso e affollatissimo – già in precedenza soffrivano di precarietà economica e di assenza di regolamentazioni del lavoro? Quanti di quei contenuti prodotti per social network e piattaforme streaming, nella loro sovrabbondanza bulimica, erano in realtà l’urlo di dolore di milioni di lavoratori culturali? Sì, noi esistiamo?

Continuava Niessen: “sono stati colpiti in modo diretto e indiretto dalle conseguenze del Covid-19 i musei di storia naturale, scienze, archeologia, storia, design arte moderna e arte contemporanea; le gallerie private che si occupano di découpage, di pittura, scultura, videoarte o installazioni interattive; i locali per la musica dal vivo (…); le accademie pubbliche e private che si occupano di design, arte, moda, musica, artigianato; le grandi librerie di catena, le librerie indipendenti (…); i teatri (..); i siti storici e archeologici; le organizzazioni e i singoli che si occupano di formazione, workshop, gite, educazione dei piccoli, degli adolescenti, degli adulti e degli anziani; i nuovi centri culturali (…); i grandi cinema multisala, gli storici sopravvissuti agli ultimi decenni, quelli di parrocchia o di comunità; gruppi, orchestre, musicisti, turnisti, solisti della musica dal vivo di ogni genere; operatori turistici, guide specializzate, personale di servizio, ricercatori, formatori, performer, project manager.

La lista potrebbe continuare a lungo.” L’infrastruttura culturale italiana, secondo i dati del Rapporto 2019 Io sono cultura – l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi, elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere, con la collaborazione della Regione Marche, generava un indotto di quasi 96 miliardi di euro e attivava altri settori dell’economia, arrivando a muovere più di 265 miliardi, equivalenti al 16,9% del valore aggiunto nazionale. Il dato era comprensivo del valore prodotto dalle filiere del settore, che si rifletteva in positivo anche sull’occupazione, dando lavoro a circa 1 milione e mezzo di persone, il 6,1% del totale degli occupati in Italia. I numeri dimostravano come il settore culturale fosse, nei fatti, uno dei motori dell’economia italiana e della sua ripresa.

 

 

Eppure. L’emergenza Covid-19 ha imposto la necessità di guardare oltre questi numeri e riconoscere la fragilità strutturale del settore. In una filiera in cui gli operatori possiedono caratteristiche, normative e forme giuridiche molto diverse e dove la frammentazione delle modalità e dei termini dei rapporti di lavoro non è mai stata risolta in una sintesi dignitosa di regolamentazioni e tutele, non stupisce la totale inadeguatezza del governo italiano nel garantire forme minime di previdenza.

Così gli attori di una compagnia teatrale, i collaboratori delle cooperative, ma anche i dipendenti di un museo pubblico, le guide turistiche, i curatori, i tour manager, i fonici, gli attrezzisti e moltissime altre professionalità finiscono nello stesso calderone: come se si trattasse delle medesime figure con le medesime necessità di sostegno al reddito.

Per non parlare di tutti coloro che, colpevoli di impiego artistico “intermittente”, hanno dovuto duramente combattere per essere inclusi nel Decreto Rilancio: secondo il rapporto pubblicato dall’Inps il 19 giugno 2020, nel mese di marzo 2020 sono state presentate oltre 4 milioni di domande, di cui 45.649 provenienti dai lavoratori dello spettacolo, per un totale di 25.552 domande accolte; privati di potere contrattuale, sono rimasti esclusi tutti gli operatori non iscritti ad associazioni di settore o a enti di tutela specifici.

Non possiamo nemmeno ignorare il restringimento del finanziamento pubblico alla cultura che, pur facendo segnalare un’inversione di marcia negli ultimi tre anni, rappresenta solo lo 0,31% del bilancio nazionale (rapporto Federculture 2019); non possiamo dimenticare le difficoltà di dialogare con un apparato pubblico ancora fortemente burocratizzato e tutte le occasioni perse nell’ambito di progettazioni con attività produttive, con l’istruzione, con il socio-assistenziale, persino con il turismo, per non parlare delle azioni sui territori che potrebbero vantare numeri molto più alti di rivitalizzazione degli edifici pubblici, del riuso creativo delle aree industriali, della rigenerazione del patrimonio culturale a rischio.

Sulla bilancia troviamo scelte politiche inadeguate e forse anche una diretta responsabilità del settore culturale, che ha preferito lasciar battagliare i suoi poveri per misere briciole, rinunciando a un’etica del lavoro collettivo e rendendosi complice del disastro.

 

Dignità e immaginazione

L’emergenza sanitaria ha evidenziato la necessità di due azioni in prospettiva di medio-breve termine. La prima azione dovrà riguardare i problemi storici e cronici dell’infrastruttura culturale, che la pandemia ha soltanto acutizzato e reso evidenti. L’Italia è riconosciuta come un Paese produttore di cultura, eppure manca di una legislazione adeguata che ne regoli il settore. Servirà, una volta per tutte, analizzare la filiera, le catene di valore e gli operatori che la mettono in funzione, e le norme che la regolano.

Poi, finalmente, agire. Le proposte e i tavoli di discussione ci sono già, includono le richieste spontanee dei lavoratori, l’interesse dei sindacati italiani e degli intellettuali. Si potrebbe banalmente cominciare dal riconoscere le varie figure professionali e garantire loro tutele adeguate: la Cigl, in luglio, ha suggerito di definire i livelli essenziali delle prestazioni, indicando una base comune e unitaria per ogni regione, città, paese, di ripensare il sistema delle contribuzioni e di rinnovare i contratti scaduti, come quello dell’audiovisivo, delle Fondazioni Liriche e molti altri.

In audizione al Senato, il segretario generale Landini ha affermato che “tutti i lavoratori devono poter contare sulla copertura di un ammortizzatore per la crisi in costanza di rapporti di lavoro e su uno strumento di tutela in caso di cessazione dell’attività. E si tratta di allargare le protezioni al lavoro parasubordinato e autonomo professionale”. A queste persone, dolorosamente provate da anni di vuoto istituzionale e poi dimenticate durante la pandemia, vanno riconosciute esistenza, dignità, parità.

La seconda azione dovrà rimediare a un danno più impercettibile, ma potenzialmente devastante. Dovrà ricordarci a cosa servono davvero musei, biblioteche, gallerie, locali per la musica dal vivo, accademie pubbliche e private, librerie, teatri, cinema, siti storici e archeologici, centri e associazioni culturali, dovrà risignificarne il ruolo fertilizzante nella nostra società.

Dovrà ricordarci che l’inclusione sociale avviene dove le differenze culturali ed economiche delle persone possono entrare produttivamente in dialogo, e questo succede stando insieme, si tratti di musica, libri, film o laboratori. Dovrà ricordarci che si mappano i bisogni, le risorse e le competenze di un territorio attraverso le più semplici pratiche di comunità – uno spettacolo per le scuole, musei e mostre convenzionati, proposte di formazione – e certo non abitando i corridoi albeggianti dei centri commerciali.

Rischiamo di dimenticarcene. Perché aver insistito, attraverso precise scelte politiche, sulla non essenzialità dei luoghi di cultura, riducendoli in qualche modo a mere opportunità di svago a cui si poteva benissimo rinunciare e che la ripartenza economica poteva lasciare indietro senza drammi, rischia di produrre un enorme disastro: l’azzeramento della capacità immaginativa e progettuale di questo Paese.

 

Proteste dei lavoratori e delle lavoratrici della cultura, ottobre 2020

 

Macerie e speranza

La pandemia galoppa, travolgendo tutto. Tocchiamo le macerie con mano e con portafogli: la tenuta socio-economica attuale non è più sostenibile e presto dovremo discuterne con urgenza.

Serviranno spazi pubblici aperti e una programmazione culturale che, sul lungo termine, rigeneri i legami sociali, gli scambi di servizi e di beni, le organizzazioni formali.

Sì, la cultura è anche redenzione sociale ed economia di scopo e le idee concrete già circolano: l’implemento delle competenze digitali, con obiettivi come la sburocratizzazione dei dati e lo sviluppo di strumenti per la comprensione delle informazioni e delle fonti, e delle pratiche collaborative in ottica di produzione, distribuzione e consumo, di scambi cross-culturali e intergenerazionali, di welfare mutualistico; la progettualità del territorio nell’ambito della formazione, della creatività, del bene comune; la promozione del benessere di comunità, attraverso il supporto alla salute, all’educazione affettiva, sportiva, sessuale, il sostegno a fragilità psicologiche e relazionali, la sostenibilità ambientale. Per fare tutto questo, però, dovremo riaprire e riabilitare gli spazi della cultura.

Le persone dovranno abbandonare la capanna e tornare a  a confrontarsi. Basterà iniziare con un biglietto del cinema, comprato una sera d’estate, col cuore in gola per l’emozione. E per guidare e mediare queste dinamiche, servirà il lavoro culturale, che andrà, in ogni sua forma, pagato, valorizzato e riconosciuto dalle istituzioni.

Insieme, ce la possiamo fare. Anche se la pandemia ha provato a dirci il contrario, quel martedì di giugno, in quel cinema, l’abbiamo visto chiaramente: nessuno si salva da solo.