Ti piace o non ti piace il taglio dei parlamentari?

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10 Settembre 2020

Una riflessione di storia e contesto in vista del referendum del 20-21 settembre

Ti piace o non ti piace il taglio dei parlamentari? Sì, mi piace. No, non mi piace. Certo, la domanda che troveremo sulla scheda elettorale del prossimo referendum costituzionale non è formulata in forma così brutale. Ma, in fondo, a questo si riduce la consultazione del 20 settembre. E già questo è un bel problema.

Porre la questione del numero dei parlamentari al di fuori di ogni altra considerazione è a dir poco fuorviante. In sé e per sé, il tema di quale debba essere il numero di deputati e senatori ha poco significato.

Occorre considerare molti fattori di contesto. Qual è la legge elettorale in vigore? E riesce tale legge a produrre risultati soddisfacenti in termini di rappresentanza del pluralismo politico e sociale? Qual è il sistema dei partiti e quali sono le forme di partecipazione popolare alla vita pubblica? Crediamo ancora nella democrazia rappresentativa, sia pure corretta e integrata dagli istituti di democrazia diretta come appunto il referendum, o pensiamo che il parlamentarismo abbia fatto il suo tempo? Ma, poi, quale, parlamentarismo? Che ne sarebbe, per esempio, del parlamentarismo che, a Costituzione peraltro immutata, deriverebbe dal taglio del numero dei parlamentari? Pensiamo che la rappresentanza locale, nei Comuni e nelle Regioni, possa giustificare una riduzione della rappresentanza nazionale? Si può porre il problema del numero dei parlamentari al di fuori di una riflessione sulla riforma del bicameralismo perfetto?

Nel 2006 e nel 2016, il popolo sovrano respinse due corpose revisioni costituzionali. “Troppo corpose” si disse, a mio giudizio con ragione. Il potere di revisione costituzionale non legittima un Parlamento a riscrivere la Costituzione.

Per dirla in termini tecnici: il potere di revisione è un potere costituito, non un potere costituente, di cui unico titolare è il popolo sovrano tramite un’Assemblea costituente eletta con metodo rigorosamente proporzionale.

Ma allora – ci si potrebbe obiettare – perché tanto scetticismo sulla riduzione del numero dei parlamentari? Si tratta, appunto, di una questione circoscritta, di un’iniziativa puntuale e limitata che non ha la pretesa di ridefinire tutto l’impianto della Costituzione. Allora è vera l’accusa che ci rivolgono o sostenitori del SÌ? Voi, sedicenti difensori della Costituzione, siete semplicemente dei conservatori: vi opponete ai cambiamenti complessivi perché non sono puntuali e circoscritti e vi opponete ai cambiamenti puntuali e circoscritti perché non sono complessivi.

Credo, però, che le cose non stiano così e che il tema vada posto in termini diversi. Non in termini astrattamente tecnici: a questo livello abbiamo visto nelle ultime settimane una netta maggioranza di costituzionalisti schierarsi per il NO, ma non sono mancati altri studiosi autorevoli (si pensi a Valerio Onida) che hanno invece sostenuto le ragioni del SÌ.

Direi piuttosto che ci si deve collocare su un piano politico. Ma, a scanso di equivoci: il piano politico a cui penso non è quello delle valutazioni relative alle conseguenze dell’esito del referendum sulla stabilità della maggioranza e sui destini del governo. Stiamo parlando della Legge fondamentale della Repubblica e occorre avere uno sguardo più lungo. Il piano politico su cui collocarsi è, a mio giudizio, quello che consiste nel considerare una revisione costituzionale nel contesto di lungo periodo che ne svela le ragioni di fondo, al di là dei pur importanti tecnicismi dell’ingegneria costituzionale.

E allora: da dove viene questa riforma? Per quanto sia forte la nostra avversione per l’uso e l’abuso che élites e oligarchie “raffinate” fanno del concetto di populismo pur di contrastare qualsiasi provvedimento popolare, bisogna pur riconoscere che demagogia e populismo sono due tratti essenziali di questa riforma e della forza politica che l’ha promossa, non a caso nata da un esplicito “vaffa…” verso la “casta”. Ma non si tratta neppure di gettare la croce addosso ai Cinquestelle e assolvere tutte le altre forze politiche. Anzi.

La verità è che siamo di fronte all’ennesimo atto, probabilmente non l’ultimo, di screditamento dei partiti, dell’istituzione Parlamento, della politica e della democrazia rappresentativa, a tutto vantaggio del leaderismo, del plebiscitarismo e della (pseudo)democrazia diretta e di investitura.

C’è una sequenza impressionante.

  • Legge 42/2010: riduzione del numero dei consiglieri comunali, degli assessori comunali, dei consiglieri provinciali e degli assessori provinciali.
  • Legge 148/2011: riduzione del numero dei consiglieri regionali e degli assessori regionali.
  • Decreto Legge 149/2013: abolizione del finanziamento pubblico diretto dei partiti, sostituito dalla “contribuzione volontaria fiscalmente agevolata” (comma 2, art.1) che ovviamente rende i partiti sempre più dipendenti, economicamente e politicamente, dai grandi finanziamenti privati.
  • Legge 56/2014 (cosiddetta Legge Delrio): trasformazione delle Province in organi elettivi di secondo grado e, dunque, fine della loro legittimazione diretta a suffragio universale.

Naturalmente occorrerebbe aggiungere altri elementi a questo quadro già di per sé sconsolante, il quale sembrerebbe suggerire che la politica e i partiti siano cose intrinsecamente corrotte.

Oltre agli organi politici delle Province non più eletti direttamente, dobbiamo infatti aggiungere che la legge elettorale maggioritaria dei Comuni ha creato sì stabilità, ma al prezzo di una clamorosa riduzione della rappresentatività, come sanno bene tutti coloro che frequentano i Consigli comunali, ormai ridotti a luogo di mera ratifica delle decisioni delle Giunte e dei Sindaci.

E non possiamo ovviamente dimenticare le leggi elettorali del Parlamento che, dal Porcellum in avanti, hanno di fatto annullato la reale possibilità dei cittadini di scegliersi deputati e senatori, ormai collocati al posto giusto nelle liste elettorali dai capipartito e, perciò, spesso ridotti a yes(wo)men preoccupati di compiacere il loro “leader” per assicurarsi il giro successivo…

Tra l’altro, questa politica dell’antipolitica, questa demagogia, questa specie di populismo istituzionalizzato hanno davvero coinvolto tutti e portano le più diverse connotazioni politiche. Basti pensare alle riforme costituzionali del 2006 e del 2016, approvate in Parlamento e bocciate nei successivi referendum confermativi.

Quella del 2006, targata centrodestra, prevedeva la riduzione dei deputati a 518 e dei senatori a 252. Quella del 2016, targata centrosinistra, lasciava invariato a 630 il numero di deputati ma prevedeva un Senato di 95 senatori elettivi di secondo grado, scelti cioè dai Consigli regionali, a cui avrebbero potuto aggiungersi fino a 5 senatori nominabili dal Presidente della Repubblica.

Insomma, i grillini non vengono dal nulla. Il minimo che si possa dire è che hanno trovato un terreno fertile e arato da anni, che ha reso il discorso populista, anti-istituzionale e anti-politico, una specie di canto delle sirene per tanti cittadini indotti a esprimere il loro risentimento sociale in queste forme così apparentemente “rivoluzionarie” e così sostanzialmente conservatrici, sterili e improduttive.

Dentro a questo quadro, può essere utile richiamare anche il dato quantitativo. Lo stesso Servizio Studi della Camera dei deputati, nel Dossier del 25 giugno 2019 intitolato “Riduzione del numero dei parlamentari”, pubblica alcune interessantissime tabelle di comparazione: l’Italia, per esempio, se passasse la proposta, avrebbe 0,7 deputati ogni 100.000 abitanti, il numero più basso in relazione a tutti gli altri Stati membri dell’Unione europea.

Ecco cosa intendo quando parlo di un “ennesimo atto” che si aggiunge ai precedenti. Inutile dire che la riduzione della rappresentatività delle istituzioni, e in particolare del Parlamento, alimenta l’illusione leaderistica del salvatore della Patria, la deriva oligarchica di quel che resta dei partiti, lo svilimento del dibattito politico a contesa personalistica e l’approfondimento della distanza già enorme che separa il Palazzo dalla Piazza, le istituzioni dal popolo, sedotto e blandito da innovazioni di facciata ma lasciato in realtà sempre più solo.

E il popolo, instupidito e inferocito fino al punto di non vedere che il più classico meccanismo del capro espiatorio – tagliare la testa di qualche politico – non potrà vedersi restituire quel protagonismo sociale e istituzionale che le “riforme” degli ultimi decenni, compresa quest’ultima, non fanno che vanificare.