I due parlamenti di Tunisi

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16 Ottobre 2019

Da inizio ottobre, gli appuntamenti elettorali scandiscono il tempo della capitale. Ma i giovani tunisini non si ritrovano alle urne

Da qualche settimana, un insolito gruppo di ragazzi si aggira per le strade di Tunisi trasportando assi di legno. Le impilano in mezzo ad una piazza. Poi, come fossero Lego, incastrano un pezzo dopo l’altro, trapanano, martellano.

Il risultato è sorprendente: un’installazione circolare, tre piani di panche dove sedersi, uno di fronte all’altro, per discutere. Un piccolo parlamento itinerante. Montato, smontato, rimontato altrove.

Il 6 ottobre, proprio accanto a quella piazza, la scuola bianca e azzurra del centro è adibita a seggio. All’uscita, oltre ai poliziotti di turno ed alcune telecamere, non si formano code.

Soltanto il 41% dei tunisini esce di casa per andare alle urne, la maggior parte verso sera. Quasi il 30% in meno rispetto a cinque anni fa.

Cifre che interrogano i quotidiani locali, specialmente quando si tratta di partecipazione dei giovani all’esperimento democratico tunisino. Otto anni dopo il 2011, soltanto il 5% dei ragazzi e il 4% delle ragazze tra 18 e 25 anni si sono sporcati l’indice e hanno scelto il colore del nuovo parlamento.

el Miad - foto di Arianna Poletti

Il giorno dopo la nefasta domenica, descritta da molti come una sconfitta democratica, il piccolo parlamento artigianale sbuca come un fungo, questa volta in place d’Afrique.

“Si chiama El Miad, che significa ritrovo, come incontro, ma anche come spazio. Si tratta di un luogo itinerante per favorire dibattiti pubblici come questo”, spiega Afef. La ragazza dai capelli a spazzola avrà avuto quindici anni ai tempi della rivoluzione dei gelsomini del 2011.

Oggi, fa accomodare i partecipanti e li implora di stringersi un po’, perché tutti non ci stanno.
Afef è una dei membri del collettivo بلا عنوان,  letteralmente ‘senza indirizzo’, mente e braccio di quello che chiamano ‘strumento urbano’.

È un caldo pomeriggio autunnale e El Miad ospita oggi un dibattito pubblico sul femminismo non istituzionale, ovvero “quell’immagine della donna tunisina che non è usata, storpiata e veicolata dallo stato, come è stato fatto da Bourguiba e successivamente da Ben Ali”, spiega un’attivista prima di dare il via alla discussione.

Le voci si alzano, il microfono passa di mano in mano. Arriva anche in quella del passante che tenta di richiamare le donne all’ordine: “Il posto delle donne non è per strada”. A Tunisi, dibattere a tutto volume di lotte femministe attira gli sguardi indiscreti e le critiche di chi non è d’accordo. Ma anche di qualche ragazzo curioso e un po’ imbarazzato, o di una donna sola con un figlio per mano e i sacchetti della spesa nell’altra, ferma ad ascoltare.

“Grazie alla rivoluzione abbiamo preso coscienza dell’ingiustizia. Prima ci vergognavamo a parlare di noi, del nostro corpo. Siamo state manganellate dal discorso ufficiale”, ribatte una ragazza nel rispondere al passante.

Poche ore prima, i risultati delle legislative: in parlamento, quello reale, ha vinto il partito Ennahda con il 18%, seguito dal nuovo movimento Qalb Tounes di Nabil Qaroui, il Berlusconi tunisino, che ha fatto campagna attraverso il proprio canale televisivo Nessma Tv.

“I nostri diritti sono conquiste fragili e precarie. Il risultato di queste elezioni, la vittoria di partiti conservatori, ce lo conferma. Ci hanno spiegato che la donna tunisina è sostenuta dalle istituzioni. Noi ci poniamo in maniera antagonista a quelle stesse istituzioni”, continua la stessa ragazza.

Un seggio elettorale a Tunisi, foto di Arianna Poletti

Qualche giorno prima, poco lontano, seduti sugli stessi gradini di El Miad, si è discusso di spazi verdi in città, della brutalità della polizia, della repressione nei quartieri popolari, con testimonianze di ragazzi incriminati a causa della propria condizione sociale più che per le proprie colpe.

Il parlamento itinerante si è spontaneamente inserito nell’ambito del festival Dream City, progetto di altri ragazzi che assomigliano ad Afef, che da più di due settimane anima il centro storico di Tunisi con spettacoli, proiezioni e concerti nei teatri e negli edifici storici della medina.

Intanto, le affiches mute occupano i muri del centro. Sono uno dei pochi segni che ricordano ai passanti i prossimi appuntamenti elettorali. Gli sguardi fissi e troppo ottimisti dei candidati incollati al proprio numero osservano con indifferenza questo frenetico via vai di giovani impegnati.

“Io non ho votato”, sussurra la mia vicina sorridendo, mentre ascolta le testimonianze delle giovani donne di place d’Afrique. Perché no? “Troppi partiti, si assomigliano tutti. Voterò forse alle presidenziali (vinte poi con il 75% dei consensi, al secondo turno, da Kais Saied, il giurista ultraconservatore che si presentava come candidato indipendente ndr.) Quella politica non mi riguarda”. Tra i due parlamenti, lei ha scelto El Miad. Forse perché più accessibile, costruito con qualche asse di legno appena sotto casa sua.