Il confine dentro

di

5 Ottobre 2020

Pratiche di respingimento dei migranti nel Nord della Grecia

Caldo torrido. Volti prosciugati che si susseguono uno dopo l’altro. “Distance, distance”, mi sento ripetere — e la mia voce non m’appartiene.

Decreto nazionale degli ultimi giorni: non più di 50 persone nello stesso luogo, sia all’aperto che al chiuso. Riorganizzazione frettolosa ma efficiente della distribuzione — si fa quel che si può, si scambiano idee, si prova un po’ a tentoni, se va male oggi andrà meglio domani.

È agosto, e a Salonicco ci sono trentacinque, trentotto, quaranta gradi al sole. Non una bava d’aria e, tutt’intorno, il giallo sporco della terra, gli arbusti assetati, la sporcizia della periferia. I conetti arancioni da allenamento di calcio per segnare la distanza da mantenere, le mascherine ripetutamente dimenticate. “No corona, no corona”, ci dicono ridendo.

Sei di sera. La distribuzione comincia. Le persone si trascinano di conetto in conetto. Arrivano dal banchetto del cibo, si disinfettano le mani, prendono velocemente il sacchetto loro offerto e si spostano sotto l’ombra più vicina. Riconosco alcuni volti con cui ho parlato qualche ora prima; i volti di chi si è voluto raccontare, di chi non era troppo stanco. La loro voce resa muta dal mondo, le loro storie screditate dall’immaginario popolare, ignorante e giudicante.

Ci chiudiamo nel magazzino di tre metri per tre. Mascherine, finestre aperte, una brezza leggera che ci solleva tutti. Il registratore e l’interprete creano la distanza necessaria per permettere a me di ascoltare e all’altro di raccontare.

L’intervista inizia, e io non ho più un uomo, una donna, un bambino di fronte a me, ma uno strumento di conoscenza; non permetterò alle loro storie di toccarmi finché i loro corpi non avranno lasciato la stanza, abbandonandomi tra le conserve e le coperte per l’inverno.

Eccoli qui, in fila nella mia memoria com’erano in fila nella distribuzione. Un volto dopo l’altro, sono solo occhi e cicatrici, graffiati da una storia da loro non ricercata ma inevitabilmente accaduta.

Donna, ventisei anni, marocchina. In fuga dalla Turchia con il marito iracheno. La terza volta che provano ad arrivare a Salonicco, vengono catturati dalla polizia, detenuti per tre giorni senza cibo né accesso alle medicine ed infine respinti in Turchia con una piccola barca, sul fiume Evros.

Uomo, algerino, ventisei anni. Attaccato da un cane della polizia Macedone al confine con la Grecia. Derubato di tutti i suoi averi e respinto indietro.

Uomo, ventinove anni, algerino. Da quattro anni in Grecia, arrestato ad Atene nonostante il permesso di soggiorno. Detenuto per quattro mesi in una stazione di polizia senza processo. Dopo aver tentato il suicidio, viene trasferito nel centro di detenzione provvisoria di Drama e successivamente nella prigione di Mondalisa. Respinto infine in Turchia insieme ad altre ventitré persone dopo essere stati picchiati, bastonati, feriti con i tasers, derubati dei loro averi ed obbligati a spogliarsi rimanendo completamente nudi.

 

foto di Muhammed Muheisen

 

Le storie di queste persone vanno raccontate al presente, perché presente è la storia di molti altri come loro. Nonostante il necessario riconoscimento dell’individualità di ogni racconto, la sistematicità delle pratiche portate avanti dalle autorità contribuisce da un lato a costruire la categoria di migrante come unica ed omogenea, dall’altro permette di individuare dei protocolli informali di respingimento e discriminazione.

È così che i racconti delle persone in movimento non possono che narrare di una libertà ridotta al minimo, di esperienze di viaggio costrette e definite dalle linee di potere dettate dalle istituzioni.

Essere un uomo nordafricano — e in particolare algerino —, ad esempio, rende l’esperienza migratoria particolarmente complessa. Essendo Algeria, Tunisia, Marocco considerati “paesi sicuri”, l’ottenimento dell’asilo è rarissimo, se non quasi impossibile, ed il livello di discriminazione è particolarmente elevato, non solo da parte delle autorità ma anche da parte della popolazione locale.

Diversi sono stati i ragazzi intervistati che hanno espresso all’interprete il timore nel dichiararsi algerini, e molti i racconti in cui le autorità, in particolare macedoni ma anche greche, hanno denigrato i soggetti per la loro provenienza, legata ad un immaginario di criminalità.

“ […] From where?”
“He said I’m Algerian. So, he said if can I tell here I’m Algerian, because he’s afraid from the true, like..name and the true nationality.”

Così, l’ostilità della burocrazia e l’emotività ignorante della massa — solo parzialmente condannabile, se inserita nel complicato contesto politico, economico e sociale della Grecia — si intrecciano e rafforzano a vicenda, creando delle sottocategorie invisibili all’interno di quella più ampia del migrante. La condizione dei giovani nordafricani, ad esempio, è attraversata da una forte contraddizione: la loro non-vulnerabilità — sancita arbitrariamente dalle istituzioni — conferisce alle stesse una maggiore libertà nel sottovalutare le loro posizioni e necessità, aggravando conseguentemente la loro situazione e contribuendo al protrarsi di una sofferenza spesso già presente.

È così che i giovani uomini in movimento — e non solo — sperimentano la migrazione innanzitutto come trauma; un trauma creato dall’incapacità degli Stati europei di gestire il flusso migratorio rispettando l’umanità e i diritti delle persone in movimento e riconoscendo la migrazione stessa come processo storico costante ed universale.

 

Ma torniamo a Salonicco. Cosa succede da qualche mese a queste parte? Il clima della città, da sempre considerata un luogo sicuro, è mutato profondamente negli ultimi tempi. Il cambiamento di governo dell’anno scorso ha iniziato ad avere i suoi effetti evidenti sulla gestione migratoria all’inizio del 2020, quando vi è stato un ampliamento ed un maggior utilizzo dei centri di detenzione provvisoria, che hanno iniziato a raccogliere sempre più migranti a lungo termine.

Fino ad ora, l’apice di trasformazione più preoccupante sono forse state le numerose deportazioni di persone dalla Grecia alla Turchia.

Luoghi reputati comunemente sicuri quali Salonicco — poiché distanti dal confine —, si sono ritrovati a essere un nuovo epicentro di pratiche illegali e violente. Il 5 giugno, la polizia ha arrestato circa trentacinque persone presso un centro di distribuzione di cibo nella periferia di Salonicco; con la scusa che sarebbero stati portati alla stazione di polizia per ottenere la “khartia” — il permesso di soggiorno per un mese —, sono stati fatti salire sull’autobus della polizia e, in circa cinque ore, portati al confine greco-turco. Lì sono stati picchiati, derubati dei loro averi, obbligati a spogliarsi ed infine respinti al di fuori dell’Unione Europea.

Tra i mesi di marzo e aprile vi sono stati respingimenti dai centri di detenzione provvisoria di Drama, Xanthi e Paranasi; deportazioni di massa con quaranta, cinquanta persone per volta, spesso con la presenza di minori, famiglie, persino neonati. Abbandonati lungo il fiume Evros, violati nel corpo e nella psiche, indotti a dimenticare di poter trovare nella Grecia un rifugio.

Tutto ciò è ulteriormente preoccupante dal momento in cui, dalle testimonianze, emerge frequentemente il coinvolgimento di Frontex nelle operazioni di deportazione. Uomini e donne con uniformi estere, posizionati al confine per controllare, intercettare e respingere lo straniero. Fra loro parlano in inglese, e talvolta portano la bandiera dell’Unione Europea. Ma riuscire a notare i dettagli delle uniformi è una fortuna; quasi sempre le deportazioni avvengono di notte, ed i migranti sono obbligati a guardare per terra, costantemente minacciati sia verbalmente, sia con l’uso intimidatorio di armi. E così, l’azione delle autorità risulta difficilmente condannabile, nascosta dal buio della notte e della soppressione.

“He said like, there is two flags every, every clothes so, there is the flag from the EU, like blue and with stars.”

Ma più si ascoltano le testimonianze delle persone in transito, più il quadro diventa complesso e contorto. Compaiono nuovi soggetti: militanti che vestono pantaloncini e maglietta nera, un giubbotto antiproiettile e nessun altro segno identificativo. Nessuna scritta, nessuna bandiera. Partecipano alla violenza del respingimento celati dall’impossibilità di essere identificati, impuniti e impunibili.

“They was only people speaking with each other English and they was wearing shorts and t-shirts, and they were speaking English.”
“Any flags, writings?”
“So, you understand what is meant “gilet bullets”? It’s for safety. What is name it?”
“Bullet proof jacket. Like bullet proof jacket.”
“Yeah, exactly.”

A questo livello istituzionale e sistemico si aggiunge un sentimento diffuso di ostilità e discriminazione da parte della popolazione locale, sintomo di un paese allo stremo delle forze. Un paese-confine che tenta estenuantemente di combattere la sua inevitabile eterogeneità, ridotto tutto a frontiera, assottigliato, costretto a margine. È così che i luoghi del continente considerati sicuri— quali Salonicco — cessano di essere tali: l’interno diventa frontiera, in una confusione generale che sfocia in atti violenti, illegali, disumani, nel tentativo sterile di ricollocare i confini politici su quelli geografici.

A ogni modo, al di là delle necessarie riflessioni sulla gestione dei flussi migratori, rimane innanzitutto fondamentale riflettere attentamente sulle possibili e molteplici strumentalizzazioni — consapevoli o meno — delle esperienze dei migranti. Chi è la donna marocchina di ventisei anni? Chi l’uomo algerino? Cosa li accomuna e, invece, cosa li separa inesorabilmente? Quali sono le loro storie e come queste s’intrecciano con l’esperienza migratoria?

Ascoltare e comprendere, senza precipitare nella comodità delle categorie: questo è il fondamento. Ritrovare dignità nel nostro sguardo, decostruendo le numerose credenze sulla figura del migrante.
Il migrante non esiste. Esistono uomini, donne, bambini, nomi, voci, sguardi.

 

 

BORDER VIOLENCE MONITORING NETWORK

Tutti i dati a cui si fa riferimento provengono da Border Violence Monitoring Network, una rete di ONG ed associazioni impegnate a raccogliere testimonianze di violenze e pratiche illegali contro migranti e richiedenti asilo lungo i confini europei, in particolare nella zona Balcanica ed in Grecia. Il progetto è iniziato nel 2016 grazie alla collaborazione di diversi enti che, divenuti consapevoli della frequenza di azioni illegali da parte delle istituzioni, hanno iniziato a portare avanti attività di ricerca ed advocacy.