Sotto sfratto: una finestra sul Sudan

di

25 Giugno 2019

La quarta puntata del reportage di Francesca Cicculli, scelto nel 2018 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo

Esiste un luogo, a Roma, dove è andata creandosi una comunità di rifugiati politici aventi diritto alla protezione internazionale. Sfrattati senza preavviso dalla casa in cui abitavano da più di dieci anni e costretti a vivere per strada fino a un nuovo sgombero il 3 ottobre 2018, in un’estenuante trattativa con il Comune e le istituzioni, i rifugiati di via Scorticabove sono oggi il segno vivente di paralisi politiche, contraddizioni sociali e aneliti esistenziali che nella dimensione locale trovano la loro massima espressione. Quale sarà il destino di padri, figli, lavoratori, disoccupati, studenti e sognatori dopo lo sgombero? Quali identità si nascondono dietro l’etichetta di “rifugiati”? Sotto sfratto di Francesca Cicculli è il reportage scelto a Festivaletteratura 2018 dalle giurie – coordinate dal condirettore di Q Code Mag Christian Elia – dei pitching di Meglio di un romanzo (qui le puntate precedenti). In questo episodio, attraverso la testimonianza di Adambosh, già conosciuto nelle precedenti puntate, seguiamo più da vicino gli sviluppi delle imponenti manifestazioni di piazza che hanno portato alla caduta del regime di Al-Bashir lo scorso 11 aprile e che ancora delineano una situazione di profonda incertezza, che cambierà per sempre la storia del Sudan ma che resta in larga parte ignorata dalla comunità internazionale.

I PROIETTILI NON UCCIDONO, QUELLO CHE UCCIDE È IL SILENZIO
[di Francesca Cicculli]

“La rivoluzione in Sudan finirà prima dell’uscita dei bandi del Comune di Roma”, la profezia di Adambosh si è realizzata la mattina dell’11 aprile 2019. Dopo cinque mesi di proteste, un Colpo di Stato ha portato alla caduta del regime di Al-Bashir, il generale da trent’anni a capo del Sudan, su cui pende un mandato di arresto per crimini contro l’umanità.

È lo stesso Adambosh a darmi la notizia. Ci incontriamo pochi giorni dopo nel solito bar della Stazione Termini. Dal tono della sua voce emerge l’urgenza di raccontare una storia che, oltre la terrazza affollata dove ci troviamo, sembra non aver spazio e ascolto. Infatti mi spiega che mentre noi consumiamo un succo di frutta, alcuni dei ragazzi di Via Scorticabove sono all’Aia a manifestare davanti al Tribunale Internazionale. Quello che vogliono i sudanesi espatriati è far sì che tutta la comunità internazionale parli di quello che sta accadendo nel loro Paese e prenda provvedimenti concreti.

Ricostruire con lui gli sviluppi della rivoluzione popolare, da dove ci eravamo fermati a gennaio, è facile: è preciso nello specificare i tempi, i luoghi e i personaggi coinvolti.

Ripartiamo dal 6 aprile, quando migliaia di persone sono scese in piazza a Khartoum, spingendosi oltre il quartier generale delle forze armate. Quel giorno è stato allestito un vero e proprio campo di protesta e il sit-in è proseguito nonostante i tentativi di disperderlo.

Il terzo giorno l’esercito ha deciso di non intervenire più. L’11 aprile, dopo sei giorni di forti proteste, Al-Bashir si è dimesso, i membri del governo sono stati arrestati e si è formato un consiglio militare volto a guidare la transizione del Sudan a paese democratico. Inizialmente la guida del consiglio è stata affidata a Ahmed Awad Ibn Auf, Ministro della Difesa nel vecchio regime e il primo ad aver guidato il golpe. Questo ha poi ceduto il posto a un generale meno conosciuto, ma comunque appartenente al vecchio governo, Abdel Fattah Abdelrahman Burhan.

Al-Bashir, secondo le nuove forze governative, è stato incarcerato, ma nessuno ha mai mostrato le prove. La sensazione è che il nuovo Consiglio lo stia ancora proteggendo.”Hanno cambiato un bicchiere sporco, ma ce ne hanno portato uno ancora più sporco”, mi dice Adambosh, rivelando il nuovo nervo scoperto della rivoluzione sudanese.

La caduta di Al-Bashir, infatti, appare come una vittoria mutilata della rivoluzione: quelli che appoggiavano l’ex Presidente sono ora al governo del Paese, lasciando il Sudan in una situazione, di fatto, ancora precaria.
Questo, ovviamente, non è stato apprezzato dal popolo, che chiede, sin dal primo momento, un governo eletto democraticamente.

A ravvivare la fiamma delle proteste, secondo Adambosh, sono intervenuti anche alcuni gruppi di oppositori che dopo il Colpo di Stato hanno iniziato a contrattare con il Consiglio militare. Mi spiega che ogni gruppo ha idee e capi differenti. Quello di cui fa parte lui, ad esempio, è guidato da un sudanese che attualmente vive in Francia e che da sempre ha dichiarato di essere contrario a un dialogo con i membri del regime militare di Al-Bashir.

Altri gruppi, invece, dopo l’11 aprile, sono andati a parlare con il nuovo consiglio militare, sollevando ulteriori manifestazioni di dissenso da parte del popolo. Mi cita, in particolare, l’Associazione dei Professionisti Sudanesi: un fronte sindacale formatosi nel 2018 dall’unione di più sindacati indipendenti.

I membri sono per lo più: professori universitari, avvocati, giornalisti, medici e ingegneri. L’Associazione è stata una delle prime a far partire le proteste di dicembre, ma due settimane dopo il Colpo di Stato è andata a contrattare con il nuovo governo. «Questo a molti dei cittadini sudanesi non va bene, perché sono le stesse persone che stavano con Al-Bashir».

Una nuova organizzazione è nata anche dopo il 6 aprile: è il partito “Forza della libertà”. Anche lì dentro, mi spiega Adambosh, ci sono persone che appoggiavano e militavano nel governo precedente. Questo partito è un altro di quelli che è andato a dialogare con il consiglio di transizione senza il consenso dei manifestanti.

«Noi vogliamo un governo civile, ma non vogliamo dimenticare i militari: i militari hanno un loro ruolo, devono difendere il popolo e i confini del Sudan, ma noi non vogliamo militari che sono stati nel governo precedente. Noi abbiamo i nostri militari che sono sempre stati dalla parte del popolo sudanese, vogliamo questi qui al Ministero della Difesa. Non tutti quelli delle milizie attuali, le Janjaweed, sono sudanesi: il governo di Al-Bashir ha creato le sue milizie governative dando la cittadinanza ai non sudanesi. Non sono militari nazionali, non hanno neanche lo stipendio dell’esercito sudanese. Questi non ci rappresentano, non rappresentano il Sudan».

Adambosh parla al plurale: da quando è iniziata la rivoluzione non ci sono più differenze tra chi è dentro il Sudan e chi è fuori. Tutti fanno parte di quel “noi” che nelle strade grida: “Pace, giustizia e libertà”.

Gli chiedo cosa succederebbe se il governo attuale si rifiutasse di organizzare elezioni democratiche: abbassa un attimo gli occhi, stringe il bicchiere con il succo di frutta e risponde pesando ancora di più le parole.

«Se il consiglio militare non darà il governo civile, questi cinque mesi finiranno in un secondo e il Sudan correrà un grosso pericolo. Potrebbe scoppiare una guerra tra i militari che sono con il popolo e quelli che erano con Al-Bashir e che ora sono al governo. Tra chi vuole il governo civile e chi non lo vuole». Le paure di Adambosh sono così lucide che è facile partecipare anche a quelle che sono così lontana da poter comprendere e provare.

Lui sembra capirlo e subito mi regala parole di speranza, come se volesse rassicurarmi: «Io sono convinto che il Sudan diventerà una democrazia, ne sono sicuro da quando siamo usciti in strada. È la terza volta che scoppia una rivoluzione in Sudan, ma stavolta è diversa dalle altre volte. Questa generazione vuole un motore nuovo per il suo Paese e ce la farà».

Adambosh ha perfettamente chiari quali devono essere le parti di questo motore nuovo: «Noi vogliamo che in Sudan religione e Stato siano divisi. Vogliamo la democrazia e la libertà: se non fanno questo non ci sarà mai la pace. Vogliamo che tutti i profughi sudanesi in giro per il mondo tornino a casa e partecipino alle discussioni sul futuro del Sudan. Non vogliamo avere contatti con chi ha partecipato alla guerra nel Darfur. Vogliamo che i nostri militari mandati in Yemen a difendere la Mecca tornino a casa. Siamo pronti anche ad abbandonare l’arabo come lingua e a conservare solo l’inglese: non vogliamo più avere a che fare con gli arabi dopo quello che ci hanno fatto. Non vogliamo nessun aiuto da loro».

È proprio sulla questione degli aiuti esterni che Adambosh diventa più duro. Note sono, infatti, le cospicue somme di denaro che molti Paesi arabi hanno versato ad Al-Bashir, prima e durante le proteste, per aiutarlo nella repressione del dissenso e proteggere i propri interessi economici e politici. Primi tra tutti: Arabia Saudita, Emirati Arabi, Turchia, Kuwait, Qatar, Yemen ed Egitto.

Quest’ultimo, in particolare, teme di perdere quella striscia di terra sudanese al confine con il Mar Rosso, di cui sfrutta le risorse. Il presidente dell’Egitto è preoccupato anche in quanto Presidente dell’Unione africana: se in Sudan si formerà un governo civile, infatti, salterebbero tutti gli accordi stipulati nel passato.
Democrazia, libertà e autonomia, ma anche un ruolo centrale della donna e dell’Italia: sono questi gli elementi del Sudan del futuro per Adambosh.

Le donne hanno un ruolo fondamentale nella rivoluzione in Sudan: il 70% dei manifestanti sono signore e ragazze. Tra queste si è distinta una in particolare: Alaa Salah, che ha ventidue anni e più di una laurea.

Soprannominata “Kandaka”, la Regina della Nubia, è stata filmata mentre, sul tetto di un’automobile, intonava canti tradizionali e recitava un poema rivoluzionario che dice: “I proiettili non uccidono, quello che uccide è il silenzio”. Intorno a lei, una folla rispondeva al grido di “Rivoluzione!”.

«In Sudan le donne sono sempre state molto attive», mi racconta Adambosh, «senza di loro non ce l’avremmo mai fatta. Sono loro, per prime, a battersi per il paese e i propri diritti. Secondo me, il Parlamento in Sudan, dovrebbe essere composto principalmente da donne. Magari il Presidente del Sudan sarà maschio ma tutti i ministri dovrebbero essere donne».

Quando arriviamo a parlare dell’Italia, Adambosh non esita nel mostrarmi tutta la sua delusione. Parla di un’Italia cieca e sorda, sia in politica interna che estera, e sempre più chiusa in se stessa. Mi racconta delle numerose manifestazioni organizzate davanti all’ambasciata sudanese in Italia, fino all’ultima che si è svolta a Montecitorio, il 6 aprile.

Queste sono state non solo un modo per sostenere la rivoluzione a distanza, ma anche una sorta di megafono per le vicende sudanesi sempre poco raccontate nel nostro Paese. A un parlamentare di sinistra è stata persino consegnata una lettera da leggere davanti a tutta la Camera, ma non sanno se ha mantenuto la promessa.

«Io che sono cresciuto in Italia sono rimasto molto dispiaciuto dal comportamento dell’Italia nei riguardi di quello che sta succedendo in Sudan. L’Italia non parla mai del Sudan. Il governo italiano attuale ha eliminato le questioni internazionali. Secondo me poteva giocare un grande ruolo in Africa, ma si è chiusa al mondo esterno. Pensa alla Libia, stanno morendo tantissime persone e la comunità europea continua ad aiutare gli assassini invece di dire: mettete giù le armi e parliamo. E questo sta alimentando il caos. Sappiamo che l’Italia ha interessi in Sudan, così come ha un ruolo importante in Libia, ma non sta facendo niente e questo è un grosso sbaglio. Noi ringraziamo il popolo italiano che ci ha accolto e grazie a lui siamo qui, ma mi dispiace che l’Italia si stia chiudendo al mondo, quando invece poteva farsi portatrice di democrazia. Preferisce passare il tempo a dire che gli immigrati sono tutti criminali, e io mi vergogno quando sento questa cosa. La nostra storia è vera, non siamo venuti a rubare niente. Siamo venuti a raccontare la nostra storia, quello che sta succedendo. E se non credono a noi basta vedere le cose che stanno succedendo ora in Sudan».

Nonostante la delusione, Adambosh crede ancora in un collegamento tra il suo Paese d’origine e quello che lo ha accolto: «C’è ancora tempo per questo. Io ci credo, perché sono cresciuto e ho studiato qua e credo che si aprirà questa strada, perché il Sudan è un paese che non è stato ancora scoperto».

Intanto alcuni dei sudanesi sparsi nel mondo stanno già tornando in patria, soprattutto quelli che hanno ottenuto la cittadinanza di un altro Paese e a cui è permesso, quindi, spostarsi da uno Stato all’altro. Tornano per consegnare al Sudan la realtà del mondo occidentale, per costruire quella democrazia che hanno visto in Europa o in America. E poi ci sono quelli come Adambosh, che vorrebbero approfittare della caduta del vecchio regime per andare a trovare le loro famiglie, che magari non vedono da vent’anni: «Se mi arrivasse oggi la cittadinanza io domani tornerei in Sudan. Ormai ogni pensiero è per il Sudan. Sono diciotto anni che manco, non so neanche come ritroverò mia madre», ammette.

Quando gli chiedo che fine ha fatto il sogno di una casa comune a Roma come quella di Via Scorticabove, risponde: «Anche se spero di diventare presto cittadino italiano io ora non faccio altro che pensare al Sudan. Da quando sono qui è sempre stato nel mio cuore». È come se tutti questi anni trascorsi in Italia fossero stati per lui soltanto l’attesa prima del ritorno, l’aspettativa di un tempo migliore, un tempo necessario, ma sofferto. Di sicuro, Via Scorticabove sembra lontanissima. Così lontana che mi chiedo se sia davvero mai esistita.

Il 19 maggio sono iniziati i negoziati tra civili e militari per decidere il futuro del Sudan. I primi due giorni hanno portato a un nulla di fatto: è stata concordata una transizione di tre anni prima di organizzare le elezioni, ma si sono bloccati sulla formazione del Consiglio che dovrebbe guidare il Paese in questa fase. Il consiglio militare attuale rivendica la maggioranza nel governo di transizione che le opposizioni, però, non sono disposte a concedere. I prossimi mesi saranno quindi decisivi per capire se il Sudan continuerà a essere il bicchiere sporco di cui parlava Adambosh o se verrà svuotato, ripulito e riconsegnato ai suoi cittadini.

Testo di Francesca Cicculli, foto di Michael Donatone, mappa e grafica di Margherita Ferrario e Filippo Bonadiman.