Abitare il confine

di

18 Settembre 2020

Intervista a Kapka Kassabova, giornalista e scrittrice, che ha raccontato la frontiera tra Grecia, Bulgaria e Turchia

“Sono figlia dei Balcani, l’Europa d’Oriente. Ed è la stessa idea d’Europa, per me, a essere sempre stata complessa.”

Kapka Kassabova è una scrittrice, che naviga il romanzo con gli strumenti del reportage narrativo. E’ nata in Bulgaria, ma vive in Scozia, dopo anni in Nuova Zelanda. Ha attraversato una cortina di ferro che era ormai cadente, per tornare anni dopo, con il suo bagaglio di contraddizioni e di nostalgia. Confine – Viaggio al termine dell’Europa, edito in Italia da EDT, è un viaggio allo stesso tempo fisico e mentale sul confine geografico e ideologico, umano e narrativo.

La tripla frontiera, tra Grecia, Bulgaria e Turchia, è un luogo altro. Un altrove geopoetico, che Kassabova ha attraversato in tutte le sue direzioni possibili, sulle tracce della memoria personale e collettiva, muovendosi con la discrezione della scrittrice e l’attenzione della cronista.

“Credo che i popoli dei Balcani abbiano un rapporto complesso con l’idea di Europa – racconta – Hanno sempre voluto essere accettati come europei, ma l’Occidente europeo è stato ambiguo nel suo comportamento nei loro confronti. Continuo a vedere che l’Europa ha difficoltà a capire, fatica nel riconoscere e a celebrare le sue origini orientali. Tutte le principali religioni sono arrivate in Europa dall’Asia e dalla penisola arabica. Gli europei stessi sono immigrati dall’Asia e dall’Africa. Non esiste un’unica “Europa”. Ci sono molti europei, e più si va a est, e a sud, più questo diventa evidente e interessante. L’Europa è una moltitudine di storie.”

Kapka Kassabova

Il filo rosso del viaggio di Confine è lo strato. Lingue, identità, passaporti, barriere si sovrappongono, mutano. Come mutano, anche tre volte nella stessa vita, i nomi delle genti del confine. Che esistono in quei territori che si raccontano per addizione. Più si palesa, sul confine, l’idea di ‘stato’ – che tenta di farsi materia con bandiere, guardie, caserme e muri – più le identità si fanno liquide, per reazione.

“La gente del confine riflette l’eredità dello stesso e il suo comportamento attuale. Li accomuna il trauma: tutti sono traumatizzati, collettivamente o personalmente, anche quando non se ne rendono conto. Diffidenza dello Stato, cautela verso gli estranei, eccessiva verticalità, a volte fanatismo. E fatalismo: non sai mai cosa ti colpirà. E poi fuga, ribellione. E infine quelli che non vengono dal confine, ma ne sono inesorabilmente attratti”, racconta la Kassabova, che su quella attrazione ha tessuto l’ordito del suo racconto, portando nella narrazione il punto di vista del visitatore e delle persone che il confine lo portano nella loro storia.

Cerco di non avere troppe idee predeterminate quando parto per un viaggio di scoperta. Quello che ho scoperto è che un confine come quello triplo del mio libro è soprattutto un luogo ambiguo. Non è un luogo binario, è come un labirinto. Tutta l’esperienza e la natura umana sono lì. È anche uno specchio. Un confine nazionale che imprigiona o blocca i rifugiati in fuga dalla guerra, per esempio, riflette i valori di quella nazione, o almeno del suo governo. Ogni identità politica è un prodotto manufatto, non un prodotto organico. La cultura di confine e la cultura nazionale vanno di pari passo, e spesso è coinvolta una qualche forma di violenza o propaganda dello Stato. Perché dimentichiamo quanto siano recenti gli Stati e i confini nazionali. Come erano fluide queste “identità”, più regionali e locali che “nazionali”. Non sorprende quindi che per molte delle persone del mio libro – il guardiano del faro, il pastore, il fotografo, la guardia forestale, il contrabbandiere – la loro identità di base provenga dalla terra e dal senso del luogo al suo interno. Anche se sono stati sottoposti alla propaganda del confine/Stato, e in alcuni casi ne sono stati danneggiati, restano altro. Questo vale per tutti noi. Sono le cose e i luoghi che amiamo che ci rendono ciò che siamo. Tu sei ciò che ami, non necessariamente ciò che credi”, racconta Kassabova.

Che non a caso attraversa i confini su itinerari invisibili e materiali allo stesso tempo. Tesse le storie di confine con il telaio dell’altrove: gli antichi Traci, i siriani in fuga dalla guerra lungo la Balkan Route, come i ricordi dei tedeschi dell’Est, che durante la Guerra Fredda sceglievano proprio la Bulgaria per tentare la fuga dal Blocco socialista.

Storie che finiscono per confondersi, in un unico affresco fatto di libertà, viaggio, movimento. Fino a produrre un vocabolario, un glossario della frontiera. Kassabova, tra un capitolo e l’altro, si sofferma su parole che hanno una storia antica, che sono arrivati con popoli che incontravano (o si scontravano) con altri popoli, contaminandosi a fondo, in modo inversamente proporzionale a quanto tentavano di imporsi.

Con un rischio: che anche le identità di frontiera, alla fine, rischiano di ammalarsi di confine. Kassabova dedica molto spazio ai Pomacchi, bulgari di fede musulmana, che nel corso del ‘900 sono stati sempre percepiti come altro, da tutti i lati del confine, finendo per sentirsi a casa solo con la loro gente.

“L’irrigidimento delle “identità”, come espressioni del nazionalismo, sono sentimenti di paura (che è l’opposto del potere). Viviamo in un’epoca di grande paura del futuro. Anche i nostri muri più alti sono un’espressione della nostra paura collettiva del futuro. Questa paura del futuro, o dell’”altro”, è paura di noi stessi. Perché non abbiamo integrato la nostra ombra. Soffriamo di dissonanza cognitiva quando tentiamo di definirci come ‘nazione’. E la cultura di confine, con la sua mentalità binaria di divisione, odio e paura, è un problema che si presenta come una soluzione. Il costo per scoprire la differenza è alto, come ha dimostrato la Cortina di ferro. La sfida che ci attende è quella di continuare a ricordare ciò che amiamo, non ciò che temiamo.”

E proprio sui confini, a volte, si impigliano antichi culti senza frontiere, legati al territorio, allo spirito dei luoghi. Culti che sopravvivono, come racconta il libro, tra mille mutamenti. Cambiano i sistemi economici, i regimi, ma c’è una memoria collettiva che sopravvive.

La Bulgaria di ieri e di oggi, ad esempio, tra socialismo e liberismo, è uno dei confini – nel tempo – che la Kassabova ha attraversato nel suo racconto, che lega le vite degli altri alla sua.

“Nulla, nemmeno il libero mercato, può distruggere il bisogno umano di una vita spirituale, di un senso, uno stretto contatto con la natura. Con l’attuale pandemia, stiamo riscoprendo il nostro bisogno vitale verso la natura, verso le cose semplici e abbiamo visto la miracolosa capacità della Terra di auto-rigenerarsi. Ma l’avidità umana ha trasformato la Terra in una merce e ne stiamo scoprendo ora le conseguenze. La Bulgaria che ho ritrovato, dopo anni vissuti altrove, la racconta bene uno dei frontalieri che racconto nel mio libro, un insegnante in pensione che ha nostalgia dei vecchi tempi delle fabbriche di seta, della produzione dell’olio di sesamo, dei cocomeri, della sovrapproduzione nella nostra fertile Tracia dove cresce tutto. Ora non c’è più nessuna coltivazione, nessuna cura, raccontava. Io non ho nostalgia dei vecchi tempi – odiavo i vecchi tempi – ma ha ragione a dire che in Bulgaria degli ultimi 15 anni non c’è stata nessuna coltivazione, nel senso di cura per le persone, per la natura, per il futuro. La Bulgaria è allo stesso tempo un posto meraviglioso e un posto che spezza il cuore. Forse è per questo che la amo così profondamente. Scriverne è la mia forma di coltivazione e di cura.”

Raccontare i confini, oggi, al tempo dei sovranismi feroci, diventa un modo per raccontare i margini. Fisici, ma anche economici, culturali, sociali. Come se ci fosse un movimento centripeto dall’esterno all’interno dell’idea di stato, nazione. Raccontare i confini, oggi, è anche un racconto culturale delle periferie, umane, geografiche, politiche, culturali?

Nel mondo accademico c’è una materia chiamata Border Studies non a caso – spiega Kassabova – Le regioni di confine sono luoghi interessanti proprio perché, di norma, sono lasciati fuori dalla narrazione nazionale ufficiale accuratamente composta nelle capitali del potere, che puntano a definire l’io di una nazione. I confini sono allo stesso tempo una porta sul retro e una prima linea. Tutta l’Europa continentale ha una storia di confine complessa, a volte traumatica, anche se più estrema e recente nei Balcani. Alcuni confini – come quelli del mio libro – sono così ricchi di storia e di geografia che la loro esclusione dalla narrazione ufficiale li rende spettrali, gotici. Il confine è l’elefante nella stanza. Questi confini sono come il lato oscuro della psiche collettiva. Facciamo finta che non ci sia, o che non abbia nulla a che fare con noi, e questo lo rende una forza ancora più potente nella nostra realtà collettiva. E con questa forza dobbiamo confrontarci.”