Un Brodo Primordiale – 26

di

7 Aprile 2020

Il contagio delle storie – 26

Convinti, quando le cose vanno bene e quando le cose vanno male, che ciascuno deve fare il suo lavoro, ci troviamo come redazione di fronte a un evento globale, che concorre a mettere a nudo quelle paure che saranno l’argomento del terzo numero del nostro semestrale cartaceo.

Partendo dal testo di Angelo Miotto, abbiamo deciso – nostra vecchia passione – di lanciare un Decameron online, nella vecchia tradizione, di fronte alle paure, di riunirsi attorno al fuoco (della passione narrativa) e di raccontarsi storie.

Mandateci il vostro racconto di questi giorni di Corona virus, tra allarmismi, improvvisati esperti, legittime paure e doverose cautele. Va bene, al solito, qualsiasi linguaggio: audio, testo, video, foto. Inedito o citando altri. Scrivete a redazione@qcodemag.it e noi vi pubblicheremo.

Il contagio delle storie – 26

Il brodo primordiale – Ciro De Vincenzo

A volte, così sembrano le circostanza di emergenza (si aggiunga qualsivoglia aggettivo: sanitaria, economica, sociale, etc.).

Un calderone ribollente di divergenze, di diversità, di caos, di disorganizzazione accompagnati da intermittenti tentativi di aggregazione complessa, di coordinamento sofisticato, di sviluppo lineare, di solida composizione. Un’estasi sociale che canalizza disseminate rivendicazioni, infiltrate da prese di posizioni e percorsi di presa di consapevolezza.

La “canna al vento” di Blaise Pascal, che ora muove verso una comunanza costantemente frustrata, ora in direzione di un inevitabile individualismo. Un calderone ed un’estasi che proiettano le nostre società in una stanza dai mille specchi, ciascuno dei quali restituisce una difficilmente comprabile sagoma. Eppure, le nostre società sono, ed al tempo non sono, quei riflessi. Un po’ come il gatto di Schrödinger, che all’improvviso apre la sua stessa esistenza ad un legame di dipendenza da un composto che è regolato dalla probabilità. Ora vivo, ora morto. Incertezza.

In questo brodo primordiale dell’emergenza c’è la probabilità di vita, ma anche la probabilità di morte. Squarciate le reti degli assembramenti e degli aggregati umani, primi tentativi di elaborazione del brodo, rimane una nostalgica de-composizione.

La legge del brodo è che non conosce leggi, ma solo infinitesime, minuscole, particellari ed invisibili probabilità che si trovano caoticamente a con-correre per generare o distruggere qualcosa che non possono ancora conoscere, potenzialità nascosta nella magia dei loro fortuiti intrecci.

Ora, è senza dubbio vero che in un tale crogiolo emergenziale vi siano entità, elementi deputati, in virtù di un ruolo loro conferito, ad assumersi responsabilità, a tracciare indirizzi di vita, a tutelare la miracolosa composizione dell’organico. Che, in altre parole, alcune di tali entità siano essenzialmente istituite per tracciare la rotta verso l’epifania della segreta sequenza che genera coesione.

Ma non basta. Il brodo ha bisogno che ciascuno/a, che tutti, sviluppino una, anzi “la”, propria parte, tenendo conto armonicamente ed in maniera concertata dell’orizzonte verso cui volgersi.

È una condizione ambigua. La schiacciante sequenza numerica della probabilità rischia di regnare sovrana sul terreno dell’inutilità e della remissione, come la squadra sfavorita che ha già perso la partita prima ancora di giocarla.

O come un Buco Nero, che sospende il Tempo, immobile, nel presente, nutrendosi avidamente di tutto ciò che lo circonda, disintegrando le possibilità, ampliando il suo spettro su ciò di più caro ed infinito che l’individuo possa contemplare: l’Orizzonte.

Ma il Brodo Primordiale ha una falla. C’è qualcosa che sfugge dalle rigide maglie dei numeri, delle probabilità, delle percentuali, ed è il caso. Segmento di vita magico, frutto di una creatività, di una fantasia e di un’immaginazione figlie dell’avvento stellare che ha fatto nascere ciascun’essere umano. “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” o di quelle brillanti particelle che compongono le stelle che contempliamo, nella triste notte in cui compiangiamo chi di più caro è appena scomparso.

L’unico modo che si ha di fregare, di dileggiare, di evadere la tendenza ad una mortifera entropia del brodo, di queste nostre società, è la scintilla accesa dal caso, che – come una Supernova lì lì per esplodere – irradia il tempo, pronta a vomitare possibilità per un tempo ancora sconosciuto, il Futuro.

Ed il Futuro altro non è che la pre-disposizione a mettersi all’ascolto di quella Voce che, sicuramente, il brodo non conosce dispositivo per silenziare.

E allora, condivido la mia esperienza di tale pre-disposizione che, una sera di quarantena, si pose dinnanzi a me come un brivido: “Come racconteremo di questi tempi difficili, come ce ne ricorderemo, in un domani?”.

Il tempo passava, ed il brivido non s’arrestava. Ad entrarci in contatto più profondamente, non era un brivido: era una Voce.

Ora, come rendervi conto di quella Voce? Penso che fosse una versione laica della chiamata, della vocazione. In altre parole, era una Voce che si poneva di fronte a me, ineludibile, ineffabile.

Provando a codificare e tradurre il lessico mistico ed inevitabilmente sibillino di questa Voce, credo – oggi – che volesse dirmi, più o meno, questo. Ossia:

Attento, il presente può essere un dono (Grazie Kung Fu Panda!), ma può anche risucchiarti in una spirale, fagocitare tutto lo spazio-tempo attorno a sé”.

“Come un buco nero, Voce?”.

Sì, esatto, come un buco nero, che tutto attrae attorno a sé, che si nutre dell’orizzonte. Ora, è vero che solitamente gli individui sono poco presenti al loro presente, scusami per il gioco di parole. Al tempo stesso, in tempi di difficoltà, il presente si trasforma in una sirena che ammalia, confondendo l’Ulisse di turno dal proprio percorso, dal proprio tragitto, dalla rotta.

“Mmm. Be’, vedi Voce, mi pare che tu stia riuscendo a rendere ancora più complesso quanto detto, addirittura, da un fisico! Voce, tu sai che abbiamo dei limiti, eh… Provo a ricapitolare: a volte il presente è così pressante (scusami l’allitterazione) che si impone con tutta la sua immediatezza, un po’ come una coperta che copre tutto (scusami il gioco di parole), che non lascia scoperto niente, né i piedi né la testa del letto?”.

Continua così, bravo. Il presente, quando accade, modifica tutto ciò che è stato, il passato. Il presente ha questo potere di gettare una rete da pesca minuziosamente selettiva sul passato, creando inedite traiettorie di coerenza. Le storie che quindi, come delle Parche, filiamo nel presente – non importa quanto devastante sia l’evento che le genera – hanno una tendenza a compattarsi con ciò che era prima”.

“Ok, Voce, quindi mi stai dicendo che in qualche modo, a noi non sempre comprensibile e intellegibile, ciò che è passato e ciò che è presente si fondono. Per creare una storia che, non importa quante fratture e continuità, rimane La Storia. Ma cosa c’entra il futuro?”.

Proviamo in un altro modo. Immaginati la storia come uno stadio o un teatro. I posti vengono costantemente occupati da ciò che è accaduto e da ciò che sta accadendo: un via vai continuo! Ora, per quanti sediolini vengano usati da Miss. Passato (anche se maschili, mi piace immaginarli al femminile) e da Miss. Presente, ne rimarrà – sempre – almeno uno, forse anche piccolo, anche lontano, vuoto. Probabilmente sarà anche mezzo rotto (d’altronde, chi “prima arriva, meglio alloggia”), il più mal ridotto. Ma è libero. E lì, nel Parlamento dell’esistenza che è stata, che è, e che sarà, siede sempre la minoranza del Futuro. In altre parole, nelle storie che, hic et nunc, raccontiamo c’è sempre una parte, piccolissima, che non sappiamo, che non conosciamo e che non conosceremo mai”.

“Va bene, va bene. Ho capito. Basta con queste giri di parole. Nell’istante in cui stiamo parlando, vivendo, leggendo c’è sempre qualcosa che ci sfugge. Quindi? Mi stai facendo arrabbiare…”.

Ehi, caro, non ho mica detto che questa è una lezione di vita o che c’è chissà che messaggio morale… Sto provando spostare la tua attenzione. Contempla il futuro come si contemplano le infinite stelle del cielo”.

“Ah sì, certo! Ora mi metto a contemplare qualcosa che non c’è, perché questa è la realtà: il futuro non c’è ancora! Mai!”.

No, no, no… Ritratto il ‘bravo’ di prima. Intendo dire che devi provare a rendere il futuro presente nel tuo presente, così come rendi il passato presente nel tuo presente. È l’unico modo che hai per evocare il Futuro al tuo cospetto, per convocarlo dinanzi all’Assemblea e chiedergli di prendere parola. Sai, il Futuro è molto bravo con le parole, e conosce bene come usarle”.

“Scusa, sono stato un po’ aggressivo. Ma, sai, è un periodo difficile, ognuno dice la sua, ci sono tanti errori ed ingiustizie. Tante falsità, cattiverie e tanti esempi così nobili e coraggiosi! Si fa una faticaccia a tenere insieme tutto, a non prendere la via più semplice e assumere una parte netta e definitiva. Ad ogni modo… E cosa dice, il Futuro?”.

Il Futuro, tecnicamente, non dice nulla. Fa una sola domanda, che è: «Carissime compagne Passato e Presente, come sempre mi scuso per essere sì evanescente e immateriale ma, d’altronde lo sapete, io sono un Orizzonte, e come tale rimarrò. Cosa state facendo per raggiungermi?».

“Perché il Futuro fa proprio questa domanda, Voce?”.

Perché il Futuro sa, come la gazzella ed il leone africani, che deve correre sempre più veloce del Presente, perché conosce di non poter essere un dono, ma una sfida. Perché il Futuro sa di essere una flebile Voce tra tante grida e schiamazzi, tra entusiasmi e disperazioni. E quindi chiede, a ciascun narratore, di ascoltarlo, e di alimentarlo e nutrirlo sempre, sennò, dissipandosi, diviene un Miraggio”.

“Voce ma quindi tu… Sì, insomma, tu… Sei il Futuro? Mi stai, cioè, parlando da un tempo che ancora deve accadere?”.

Esatto. La domanda che porgo a te, adesso, nel tuo presente è: «Cosa stai facendo per raggiungermi? Di cosa mi stai nutrendo ed alimentando?».