Identità accumulate

di

23 Luglio 2020

Respirare l’aria di Parigi

“Da quando ho lasciato il Libano nel 1976 per trasferirmi in Francia,

mi è stato chiesto innumerevoli volte, con le migliori intenzioni del mondo,

se mi sentissi ‘più francese’ o ‘più libanese’. Rispondo invariabilmente ‘L’uno e l’altro!’.

Non per scrupolo di equilibrio o di equità, ma perché, rispondendo in maniera differente, mentirei”.

Amin Maalouf, L’identità

 

Il giornalista e scrittore franco-libanese ha fatto della sua “identità per accumulo, non per discriminazione” un baluardo del pensiero, una riflessione di ampio respiro.

Benché si sia portati a fini epistemologici a categorizzare, sistematizzare, etichettare ogni fenomeno della realtà, identità personali incluse, lo sforzo è quello di semplificare qualcosa che nasce e si costituisce essenzialmente come complesso, stratificato, sfaccettato.

In questo modo, le realtà altre, lontane, poco accessibili appaiono come universi paralleli sempre più semplici, banali, piatti rispetto al nostro, a quello di appartenenza, che è ben più difficile da raccontare e spiegare.

È la difficoltà del barone di Münchhausen che doveva riemergere dallo stagno appendendosi ai suoi stessi capelli.

All’opposto, è la difficoltà di ritrovarsi, metaforicamente, in un ambiente dalla lingua ignota, privi di interpreti, mediatori e vocabolario: mancano proprio le categorie, le coordinate, le parole per spiegarsi e raccontarsi la complessità dell’Altro.

I viaggi di Steinbeck-Capa e Lapierre-Pedrazzini, introdotti nella precedente sezione, cercano allora di andare oltre alla cartolina plastificata, bidimensionale dei luoghi che attraversano, lacerandone la superficie stereotipizzata, narrata omogeneamente a tinte uniche, omogeneizzata.

Nel caso dell’Unione Sovietica si tratta di un quadro di un grigiore desolante, dominato dai discorsi vuoti e severi del regime, privo di aspetti umani e del quotidiano. È per questo motivo che alla base dell’impresa dei giornalisti c’è l’incontro con gli abitanti di questo esperimento statale, un incontro fortemente voluto in partenza, richiesto espressamente alle autorità sovietiche.

La domanda alla base è se un esperimento politico, sociale ed economico come quello inaugurato nel 1917 possa davvero aver forgiato una nuova generazione, una nuova umanità, con altri sogni, pensieri, visioni, vite. Apparentemente, dall’immagine che emerge dalla cartolina stereotipata, la risposta è sì, ma solo nella misura in cui si accetta che quell’esperimento lì ha completamente disumanizzato l’ambiente, cancellandone la componente umana, individuale.

Eppure, ciò che i giornalisti portano a casa dal viaggio è qualcosa di sconveniente rispetto a quella semplificazione accogliente e rassicurante diffusa dalla cartolina: i due volumi – Diario russo (1948) e C’era una volta l’Urss (2005) – raccontano un Altro incredibilmente più complesso e sfuggente, per questo più vicino a noi stessi, alle nostre identità stratificate, “accumulate”, un Altro in un certo senso allora anche più banale e quotidiano, proprio come risulta banale e quotidiana la nostra vita di tutti i giorni. Sono esempi di come, in fondo, ogni paese, per distante e altro che esso sia, si possa raccontare come se fosse un paese normale, dove le persone nascono, crescono, sognano, sperano.

“Ecco quindi la grande domanda – si chiede Dominique Lapierre nel corso della sosta a Minsk. – Questi russi così simpatici sono felici?”. E la risposta è “evidentemente sì”, anche nel paese dei Soviet esistono uomini felici. “I Sitnov, come quasi tutti i russi incontrati durante il nostro lungo viaggio, – aggiunge poi il giornalista francese a Gor’kij (oggi Niznij Novgorod), ormai a fine percorso – non ci danno l’impressione di soffrire per la privazione di libertà che a noi sono così care”.

Foto di Robert Capa - Urss

Pur non negando l’esistenza del regime e, anzi, nel caso di Lapierre, non disdegnando dibattiti amichevoli ma pur seri a tema soprattutto socio-economico (come, ad esempio, il diritto allo sciopero o la proprietà privata) con la guida assegnata loro e con alcune delle persone incontrate lungo il viaggio, il ritratto che le due coppie di reporter dipingono a parole e immagini è uno scatto di gruppo in cui persone del tutto normali si rapportano con estrema ospitalità e spontanea curiosità nei confronti di questi stranieri interessati a conoscerli, a ritrarli.

“Per questi russi, che vivono da tempo isolati dal resto del mondo, l’apparizione di un’automobile bicolore con quattro ‘marziani’ a bordo è evidentemente uno spettacolo a malapena credibile. […] A ogni fermata saremo assaliti, accerchiati, sommersi. I curiosi si infileranno sotto la macchina per esaminare le sospensioni. Ci chiederanno continuamente di aprire il cofano per contemplare il motore. Introdurranno la testa nei finestrini per ammirare l’interno dell’auto. A Tiflis [Tbilisi], in Georgia, i poliziotti a cavallo caricheranno per respingere la folla entusiasta; a Charkov i bambini si porteranno via come trofei le spazzole dei tergicristalli; a Kiev un autista di taxi ci supplicherà di fargli fare un giro. Consumeremo decine di litri d’acqua per il solo piacere di far sprizzare sul parabrezza i getti del lavacristallo, accessorio ignoto alle macchine sovietiche. A Jalta, una vecchia signora ci implorerà perfino di sgonfiare una gomma per permetterle di ‘respirare l’aria di Parigi’. Radio Mosca segnalerà di giorno in giorno il procedere della nostra avventura, con il risultato che ovunque andremo saremo febbrilmente attesi”.

È così che davanti ai reporter si parano adolescenti che recitano Victor Hugo, donne pronte a sventrare le credenze pur di far assaggiare loro il meglio della cucina e operai che si ripuliscono in fretta per accoglierli all’interno delle loro abitazioni piccole, ma dignitose.

Tra le due narrazioni, quella di Steinbeck e quella di Lapierre, passa un decennio importante, che segna la rinascita politica ed economica dell’Urss, dal regime staliniano alla nuova linea di aperture chruscioviana.

L’Urss attraversata nel 1947 è ancora in gran parte devastata dalla seconda guerra mondiale, soprattutto nelle terre ucraine (dove è morto il 15% della popolazione), un panorama che lascia letteralmente sconvolti i due americani.

È proprio di una nuova guerra, e non tanto del regime, che le persone da loro incontrate lungo il viaggio provano un profondo timore – e ne hanno ben donde, lascia intendere il giornalista statunitense. L’Urss del 1956 che emerge dal volume di Lapierre e dalle fotografie di Pedrazzini è invece per molti versi esterofila, curiosissima, attenta a rimediare da questo inaspettato incontro qualcosa di europeo, anche solo come scambio di idee.

Emerge in entrambi i casi un interesse reciproco pressoché naturale che sottolinea la vicinanza tra i due “Altri”, più che la loro completa estraneità. Steinbeck si premura di sottolinearlo, identificando nell’“amore per le macchine e l’amore per il colossale” uno dei punti di incontro più evidenti tra lo spirito russo e quello americano.

Dopotutto, la venerazione sovietica per la meccanizzazione era legata al sogno, spiegavano gli operai, di maggior tempo libero per il riposo, di maggiori agi quotidiani, qualcosa di non troppo distante da dinamiche note anche nel mondo del capitalismo.

In entrambi i casi i viaggi vanno a sfatare la versione monolitica del luogo, scalfendone la superficie e raccogliendo nell’incontro i tratti dell’Altro, oggetto della prossima sezione.

“D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge”

Italo Calvino, Le città invisibili

Georgia, ex Urss, 1947 - foto di Robert Capa