Sorry, we missed you

di

11 Gennaio 2020

SORRY, WE MiSSED YOU, di Ken Loach, con Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor, Ross Brewster. Nelle sale.

Ken il Rosso è tornato. E a 83 anni, il grande leone del cinema inglese ruggisce ancora. Eccome se ruggisce, riuscendo a regalarci un condensato perfetto del suo cinema con un film sui nuovi precari, i nuovi deboli, i nuovi sfruttati che lascia letteralmente senza fiato.

Newcastle, oggi. Ricky, Abbey e i loro due figli, l’undicenne Liza Jane e il liceale Seb, sono un’unita famiglia della working class che ha perso per un pelo la possibilità’ di comprarsi la casa, grazie alla crisi economica del 2008.

Non solo. Ricky, a causa del crollo delle banche e degli istituti di credito, ha anche perso il lavoro, ha fatto un po’ di tutto e quando intravede una nuova opportunità pensa che finalmente la situazione familiare avrà la svolta sperata. Basteranno due anni di sacrifici e ritmi duri per avere finalmente muri propri. Ma l’occasione che gli si presenta, diventare autista – fattorino di un’azienda in franchising con un furgone tutto suo – si rivela una terribile trappola.

Punto primo, Abbey, un’assistente domiciliare che lavora per un’agenzia privata ed è pagata a visite e non a ore, si trova costretta a vendere l’auto per permettere al marito di comprare il furgone. E quindi la sua giornata di assistenza ad anziani e disabili si dilata dalla mattina presto alla sera tardi, sottraendole tempo per la famiglia e soprattutto per i figli: lavora così tante ore che per la maggior parte del tempo può dare ai suoi ragazzi solo istruzioni al telefono e la sera torna che una sta andando a letto, e l’altro, irrequieto trasgressivo adolescente, chissà dove è finito.

Ma il suo sacrificio non è il solo a mettere a rischio in modo del tutto involontario la coesione della famiglia. Ricky, che per sua definizione è uno stakanovista e pensa che come trasportatore freelance potrà guadagnare di più, si infila invece in un meccanismo infernale: se non può lavorare per un giorno e non trova un sostituto paga penali salatissime, se gli rubano la merce idem, e soprattutto dal momento in cui gli mettono in mano lo scanner che traccia il pacco dalla presa in carico alla consegna è come se avesse il capo del magazzino sul collo.

Per tutto il percorso, dallo stoccaggio più o meno veloce della merce nel furgoncino agli indirizzi dei clienti da raggiungere in città prima il possibile, sperando di battere i suoi colleghi e ottenere corse sempre più’ remunerative.

Il risultato è che Ricky si massacra col suo furgoncino andando da un punto all’altro, di strada in strada, in una corsa continua per soddisfare le esigenze imposte da questi sofisticati strumenti tecnologici.

Emblematica la scena in cui un collega, a inizio esperienza, gli regala una bottiglia vuota: nella giornata non c’è neanche il tempo di fermarsi per andare in bagno.

Così il suo nuovo lavoro, aggiunto allo stress sempre più forte della moglie Abbey, finiscono con lo stritolare la loro vita personale e familiare, senza portarli neppure ad avere più soldi, perché le cose non sono mai lisce come sembrano.

Per costruire questo film sul nuovo sfruttamento dei singoli, il grande regista e il suo sceneggiatore abituale, Paul Laverty, hanno incontrato molti driver, li hanno seguiti nei loro percorsi, hanno trovato una persona che gestiva un magazzino di merci e i guidatori-fattorini di Sorry we missed you sono quasi tutti autisti o ex autisti.

Niente è finto e nessuno finge, insomma, nell’ultima durissima, indignata opera di Ken Loach. E anche i dialoghi che si svolgono nella casa di Ricky ed Abbey sono talmente accurati e “veri” da farci sentire dentro quella cucina, dentro le camere da letto dove una famiglia normale cerca di sopravvivere a debiti e pressioni del “dio” mercato.

Quanto alL’apparente semplicità del modo di riprendere, richiede come sempre un grande lavoro con gli interpreti e fa leva sulle doti di documentarista di Loach, capace di trasferire la realtà nel cinema di finzione.

Il risultato è un film partecipe, pieno di passione e indignazione, che non si limita a denunciare ma ci chiede di condividere i disagi dei protagonisti, di vedere da vicino le drammatiche conseguenze della gig economy, che riporta i rapporti tra classi come ai tempi della rivoluzione industriale in modo più’ tecnologico, sofisticato ma altrettanto feroce.

E tutto questo senza un minimo di intento didascalico, come qualche volte e’ capitato a Ken il Rosso nelle sue opere. Eh, piovono pietre sulla classe operaia, ne piovono tante. La schiavitù non è stata davvero abolita, ha solo cambiato nome. E per fortuna il grande regista inglese continua a mostrarcela dove rispunta con i suoi bellissimi, originalissimi film. Non perdete “Sorry we missed you”: uscirete senza fiato, ma ne sarà valsa ampiamente la pena.