Antigone, Isra’ e tutte le altre

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3 Settembre 2019

L’ennesima vittima del patriarcato, la lotta delle donne palestinesi e di tutte le altre

Isra Gharib è stata ammazzata.

Aveva 21 anni e tanti progetti in cui credeva, come ogni giovane donna della sua età.

Un caffè con un ragazzo al bar: tanto è bastato per far ricadere sulla giovane palestinese l’accusa di aver disonorato la famiglia.

La giovane donna, è stata trovata morta nella sua stanza il 22 agosto, a Beit Sahour, vicino Betlemme.

Diverse ore prima era stata ricoverata in ospedale, dopo che suo padre e i suoi fratelli le avevano danneggiato la spina dorsale per le ripetute percosse sul suo corpo. La causa scatenante sarebbe stata una foto postata sui social dalla ragazza in cui fotografava quel momento per lei importante: un caffè con il ragazzo di cui era innamorata.

Il pestaggio è continuato anche in ospedale, senza che ci fosse l’intervento di chi intanto fingeva di non vedere.

Isra’ è stata poi dimessa ed è deceduta poco dopo a casa, all’interno di quelle mura in cui dovresti trovare rifugio e non la più infame delle morti.

“Attacco cardiaco in seguito a una caduta dalle scale. Aveva problemi mentali” dicono i familiari.

Cambiano i luoghi, i soggetti, le dinamiche ma le vittime sono le stesse e la storia si ripete.

Il tragico episodio di Isra’ Gharib è stato definito “delitto d’onore”: quello che era legittimato anche in Italia fino al 1981, anno della sua abrogazione.

Lo stesso che in Palestina continua a essere attivo non per la presenza di una società araba a maggioranza islamica che ne fa uso come strumento di rivendicazione del potere dell’uomo sulla donna, ma per l’assenza di un corpus legislativo che vada a tutela della donna.

Di delitto d’onore si muore ancora e il caso di Isra’ è da inserire in un contesto socio-politico complicato.

 

 

Il sistema legale che vige su tutto il territorio palestinese è un mix di influenze diritto ottomano, egiziano, giordano, israeliano e islamico, a cui si aggiunge il diritto consuetudinario vigente.

Il carattere non unitario del sistema legale palestinese continua a rappresentare un  problema molto grave per i cittadini e le cittadine.

Nella Cisgiordania viene applicato il codice penale giordano risalente al 1960, da cui si estrapola l’art. 340 che ancora oggi legittima il delitto d’onore:

“Colui che scopre la moglie o una delle sue parenti in una situazione promiscua, qualora dovesse ucciderla o ferirla beneficerebbe di una riduzione della pena”.

Fino al 1981, anno della sua abrogazione, l’art. 547 del Codice Penale italiano prevedeva lo stesso principio: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”

L’occupazione israeliana, la quale colonizza qualsiasi aspetto della società, ha sicuramente messo un freno allo sviluppo del diritto palestinese soprattutto in tema di statuto personale. Ciò non significa che la società civile palestinese sia d’accordo nel ritenere le norme vigenti corrette e rispettabili.

Basti pensare alle migliaia di donne palestinesi che ogni anno, e non solo in queste ultime ore, scendono in piazza rivendicando maggiori diritti e più giustizia da parte dello stato. Ma quale stato? Come può una donna richiedere più tutele in uno stato a cui non è riconosciuto il diritto di esistere?

Eppure, i movimenti femministi palestinesi iniziavano a essere ben radicati già nei primi decenni del secolo scorso, quando gran parte del mondo arabo era attraversato da spinte riformiste e dal “risveglio” culturale e politico che apriva le porte verso un processo di modernizzazione generale.

Era l’epoca in cui Taher Haddad, nella Tunisia degli anni Trenta, parlava del ruolo della donna nella società musulmana, sperando in un processo di emancipazione femminile che doveva passare soprattutto per l’istruzione.

Anche nella Prima Intifada il ruolo delle donne fu di fondamentale importanza, con la formazione di comitati femminili che rafforzavano il ruolo della donna nella società e quindi nella lotta contro l’occupazione.

In quel contesto storico le donne cercavano sempre di più di unire la propria lotta per l’emancipazione alla causa nazionale.

Con il passare degli anni, purtroppo, lo scenario è cambiato: da una parte l’inasprimento della politica di colonizzazione israeliana ha portato l’agenda politica palestinese a concentrarsi unicamente sulla lotta nazionale ragionando a compartimenti stagni, dall’altra la frammentazione politica interna non ha giovato in alcun modo né ai movimenti femministi né tantomeno ai movimenti LGBTQ.

Isra’ è stata ammazzata non solo dagli uomini della sua famiglia, ma anche da una società in cui il patriarcato è ancora troppo presente ma non è prerogativa dello stato in cui viveva o della religione che praticava. Il patriarcato va abolito, sradicato in ogni sua forma, ma per farlo è necessario comprenderne il carattere universale.

Solo attraverso questa consapevolezza si potrà avviare un cambiamento all’interno delle società, di tutte le società. Antigone, perché Isra’ la ritroviamo in ogni donna non tutelata dalle leggi, in quelle donne a cui non è garantito il diritto di scegliere sul proprio corpo e sulla propria vita, a quelle a cui è negato il diritto all’istruzione o l’accesso alla sanità pubblica.

Alla fine si ritorna sempre lì: alla lotta di Antigone contro lo stato e contro le leggi di un uomo che si permette di legiferare e scegliere sulla sua vita e sul suo corpo.

La battaglia di Antigone è ancora in atto, come quella di Isra’ e di tutte le altre donne che lottano ogni giorno e in ogni paese contro qualsiasi tipo di violenza da parte dell’uomo e della società.