24 anni dopo Dayton: a Mostar, in Bosnia, i giovani gridano pace

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21 Novembre 2019

Quasi 25 anni dopo la firma dei trattati di pace, Mostar è oggi il simbolo della Bosnia paralizzata dalle divisioni etniche. Famosa per il leggendario ponte Stari Most, la città balcanica esibisce ancora le cicatrici del conflitto più orribile su suolo europeo dopo il 1945. Eppure, al giorno d’oggi, parecchi dei suoi abitanti rifiutano la retorica nazionalista e preferiscono tendere la mano

Quasi 25 anni dopo la firma dei trattati di pace, Mostar è oggi il simbolo della Bosnia paralizzata dalle divisioni etniche. Famosa per il leggendario ponte Stari Most, la città balcanica esibisce ancora le cicatrici del conflitto più orribile su suolo europeo dopo il 1945. Eppure, al giorno d’oggi, parecchi dei suoi abitanti rifiutano la retorica nazionalista e preferiscono tendere la mano.

REPORTAGE DI PATRICE SENECAL, TRADUZIONE A CURA DI ANNAMARIA MIRRA, pubblicato su Cafébabel, FOTO DI PATRICE SENECAL

«Nonostante siano accadute cose terribili a Mostar, sono fiera di essere nata qui: è una città caratterizzata da un ricchezza culturale unica e persone fantastiche». Anita Smajic, 46 anni, capelli dorati, porta alle labbra l’ennesima tazzina di caffè bosniaco, su una delle terrazze di Mostar. È in questa città di 100mila abitanti, incastonata tra colline rocciose che è cresciuta. Ed è qui che la sua vita è stata stravolta.

È il 1995 quando Anita, con i suoi due bambini tra le braccia, a vent’anni e senza una lira in tasca, è costretta a fuggire da una Bosnia- Erzegovina dilaniata dalla guerra. La Jugoslavia dà inizio all’assedio. Durante il conflitto (1992-1995) — il più devastante in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale —, più di 2 milioni di rifugiati subiscono una sorte simile alla sua. Circa 100mila non sopravvivono agli eventi.

«Nel 1992, ho trovato il corpo di mio padre nell’immondizia, ucciso e gettato là dagli estremisti serbi», rievoca, con commozione. Tuttavia, Anita non si è mai data per vinta. Ne è una prova l’abito giallo sole che indossa in questa bella giornata di luglio. Ogni estate o quasi, la donna che ha aperto un ristorante a Seattle, negli Stati Uniti, ritorna all’ovile. Ma la Mostar che ricordava è cambiata profondamente: «Trent’anni fa, non esisteva alcuna divisione, è successo tutto dopo la guerra», si rammarica Anita, espirando il fumo della sigaretta. «Sono state impiantate differenze e manipolati gli animi. Eppure parliamo quasi tutti la stessa lingua. Ho perso amici d’infanzia: alcuni di loro non vogliono più parlarmi perché sono bosniaca». La colpa, secondo lei, è da attribuire ai politici che creano tensioni etniche in giro per il Paese.

Anita 46 anni, è bosniaca. Ha aperto un ristorante a Seattle, negli Stati Uniti. © Patrice Sénécal

Ai lati del viale

A Mostar, a distanza di venticinque anni, l’astio tra croati, bosniaci e serbi non si è ancora esaurito. Lo testimoniano gli edifici mezzi distrutti del centro città, ancora crivellati di colpi. Ma anche la terminologia usata, a livello internazionale, per dscrivere le differenti comunità del luogo. Il termine bosniaco, in francese “bosnien”, è usato per indicare l’insieme della popolazione della Bosnia-Erzegovina, mentre lo stesso termine, in francese “bosniaque”, indica le persone appartenenti alla comunità bosniaca di religione musulmana.

Appena fuori dal quartiere turistico, pieno di antichi negozi di souvenir e caffè con terrazza, non si può non notare quella che era una banca di diversi piani, di cui resta solo uno scheletro di cemento annerito dalle granate e ricoperto di graffiti. L’edificio, chiamato da allora la “Torre dei cecchini”, si trova a due passi dal bulevar, un grande viale asfaltato che attraversa Mostar da nord a sud. È su questa strada che era situata la linea del fronte. Costeggiando alcuni edifici in rovina, dove la vegetazione la fa da padrona, si percepisce che, proprio qui, è nata una frontiera invisibile nell’anima di molti cittadini appartenenti alle due principali comunità etniche della città. E parlando con le persone del posto, si scopre che c’è ancora chi teme di attraversarla.

A est del bulevar la maggior parte della popolazione è croata, a ovest bosniaca. I serbi costituiscono una minoranza assoluta dopo l’armistizio. Un altro segno di frattura è rappresentato dai servizi pubblici, raddoppiati in tutta la città: due sistemi ospedali, due uffici postali, due sistemi scolastici, due università, un unico scenario desolante. C’è poi la disfunzionalità dell’amministrazione, incarnata da cumuli di rifiuti che costeggiano i marciapiedi.

«Qui, l’origine etnica condiziona la nostra vita»

È questo dunque il difficile contesto di Mostar, città nota per il suo bagaglio multietnico. Serbi ortodossi, bosniaci musulmani, croati cattolici: al crocevia degli imperi austro-ungarico e ottomano, la città è stata a lungo teatro di eventi e storie. Nell’antichità, anche i romani vi si stabilirono, riconoscendone il potenziale strategico, in termini di rotte commerciali.

Nella città vecchia in stile ottomano, a due passi dalle acque turchesi del Narenta, si trova un monumento importante: il leggendario Stari Most (“Ponte Vecchio” di Mostar, nda.). Costruito nel 1565, il ponte è stato a lungo simbolo della convivenza delle diverse etnie. Purtroppo, nemmeno lui è stato risparmiato dalla guerra. Bombardato dall’esercito croato nel 1993, poi ricostruito identico all’originale nel 2004, l’arco in pietra bianca — dichiarato patrimonio dell’UNESCO — rappresenta al giorno d’oggi tutt’altro: una riconciliazione mancata.

Lo Stari Most è stato bombardato nel 1993 dall'esercito croato, e ricostruito identico all'originale nel 2004 © Patrice Sénécal

«Quando ero più giovane e andavo a scuola, essere serbo o bosniaco non voleva dire niente», ricorda Adis Maksić, direttore del dipartimento di relazioni internazionali alla Burch University di Sarajevo. Anche lui ha vissuto qui nel periodo precedente la guerra. «L’ascesa al potere dei nazionalisti [negli anni ’90, nda.] ha messo fine a ogni possibile unità. La dissoluzione della Jugoslavia era forse inevitabile nel contesto di quell’epoca, quando l’intero blocco comunista stava per crollare. Ma questo non significa che doveva essere seguita da tutta questa violenza».

Alla pari di Mostar, la Bosnia è paralizzata dalla corruzione e dalle divisioni etniche. E secondo gli studiosi, tale defcit di cooperazione potrebbe essere in parte attribuibile all’Accordo di Dayton che pose fine al conflitto nel 1995. Da allora il Paese è diviso in due parti: la Repubblica serba di Bosnia e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina.

Entrambe le entità fanno parte di uno solo stato che, però, non ha un solo Presidente, bensì tre: uno in rappresentanza di ciascuna delle principali comunità, all’interno del Paese. Insomma, la Bosnia Erzegovina rappresenta un sistema istituzionale e di governo complesso che apre le porte a molte impasse politiche: «Oggi, è l’origine etnica che ci viene attribuita a determinare il nostro percorso di vita», deplora di nuovo il professor Maksić. Se è vero che gli accordi di Dayton hanno posto fine agli scontri, secondo un diplomatico di alto livello ben consapevole della questione, «hanno anche radicato le divisioni etniche e, di fatto, alimentato abusi comunitari, clientelismo e discriminazione».

Rimanere e resistere

Anche Gracia Soše, una cassiera di21 anni, si mostra piuttosto pessimista quando pensa al futuro. Seduta al bancone di un negozio nel centro commerciale di Mostar, il suo viso angelico tradisce presto l’esasperazione: «È sconfortante. Ci sono ancora molti miei coetanei che si odiano in virtù della propria sedicente appartenenza etnica. Eppure non hanno mai vissuto la guerra!». Alla ricerca di nuove opportunità, Gracia sta anche pensando seriamente «di lasciare il Paese» e di trovare lavoro all’estero. Inoltre, in uno stato in cui la disoccupazione giovanile raggiunge il 55 per cento, la fuga dei cervelli è ordinaria amministrazione: dal 1995, secondo quanto riferito dalle autorità pubbliche, più di 100mila giovani avrebbero lasciato la Bosnia. «Vivere qui, è semplicemente stressante», afferma Gracia.

Ma non tutti vogliono andarsene. Ci sono abitanti di Mostar che vogliono trovare una soluzione ai problemi. A cominciare da Irma Baralija. Seduta in un piccolo caffè alla moda di Sarajevo, la trentenne accuratamente abbigliata non fa mistero del fatto che potrebbe benissimo trovare un lavoro redditizio nell’Unione europea, esattamente come Gracia. Ma Irma è animata dal desiderio di cambiare il destino del suo Paese, costi quel che costi. Anche facendo causa alle autorità.

Letteralmente: nel dicembre 2018 Irma ha infatti denunciato lo Stato bosniaco di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Il suo obiettivo? Trovare dei responsabili per – e risolvere il paradosso del – fallimento delle elezioni comunali che si protrae da quasi nove anni a Mostar. Irma è indignata: «Com’è possibile che nel 2019, nel cuore dell’Europa, ci siano 100mila persone che non hanno potuto esercitare il proprio diritto fondamentale di voto in tutti questi anni? I politici si riempiono le tasche e, ogni anno, spendono, come meglio credono, il bilancio comunale di 60 milioni di marchi (circa 30 milioni di euro, nda.), che proviene dalle nostre tasse». La paralisi è dovuta a dispute politiche che coinvolgono i due principali partiti nazionalisti al potere, l’Unione democratica croata (HDZ) e il Partito per l’azione democratica (SDA). Irma spera di avere un riscontro entro la fine dell’anno. Ma oltre all’atto di denuncia, Irma ha deciso di lasciare il segno anche in politica. Negli ultimi anni, da insegnante, si è trasformata in un’attivista a tempo pieno. Naša stranka, il partito per il quale milita e con sede nella Capitale, vuole riunire le diverse etnie e proporre una politica che mira a combattere la retorica dell’identità: un’affinità naturale per Irma.

«I politici giocano la carta dell’identità per ignorare i problemi reali»

Ricostruire i legami tra le comunità è ciò che vuole fare anche Marko, 33 anni, vestito di tuta e felpa con su scritto Vatrogasci Mostar (Pompieri di Mostar, nda.). Il ragazzo spalanca per noi la porta della sua caserma, rivelando lo scintillante mezzo parcheggiato nel garage.

Poi ci fa fare un tour del posto: «La nostra caserma non è sfuggita ai combattimenti», racconta, indicando la parete di fondo: il calcestruzzo è danneggiato da fori di proiettili. Questa caserma non è l’unica della città. “Ovviamente”, su entrambi i lati del fiume, due distinte unità di vigili del fuoco si impegnano a domare gli incendi nelle rispettive aree (anche questa è una separazione che risale al dopoguerra). La caserma di Marko, prevalentemente croata, si trova a est, mentre l’altra, sul lato bosniaco, si trova ad un chilometro di distanza, oltre il Narenta. Eppure lui cerca di rassicurarci: «Sì, ci sono due caserme, ma mi trovo molto bene con i colleghi dall’altra parte! E qui, ci sono alcuni bosniaci che lavorano con noi». Il suo collega Ljubomir, 55 anni, concorda: «Siamo pompieri, non soldati! Il nostro lavoro è aiutare le persone. Se abbiamo bisogno di aiuto per spegnere un incendio, ci rivolgiamo all’altra unità: non ci sono problemi».

Marko e Ljubomir sono vigili del fuoco della caserma occidentale della città © Patrice Sénécal

Ricostruire i ponti

Anche Benjamin, 24 anni, è stufo di ascoltare sempre il solito discorso: «È solo una minoranza che vive ancora in questa mentalità, dominata dalla paura». Lavora in un bar di Mostar. Anche qui la scena è simile: la facciata rossa dell’edificio non è stata risparmiata dai combattimenti. Anzi, il secondo piano è stato praticamente ridotto in cenere. «Il nostro palazzo è stato ristrutturato nel 2000», spiega Benjamin, che si è subito precipitato sul retro per recuperare alcune foto d’epoca. Ci indica l’edificio di fronte: «I soldati sparavano da questa finestra». A sentire Benjamin, a Mostar fila tutto liscio: «Nel nostro lavoro accogliamo tutti, indipendentemente dall’origine o dalla nazionalità. Il trauma è ancora molto acuto per tante persone, il che può influire sulle relazioni tra comunità. Ma ho speranza per il futuro: il turismo porta solo cose buone. Il problema semmai è che alcuni genitori educano i figli a non amare il prossimo».

Maria Bender, 35, condivide la stessa prospettiva. Tornando al bulevar, la troviamo seduta al limitare del parco Zrinjevac, a due passi dalla strada principale. Più avanti, il cigolio delle altalene segnala la presenza di bambini. Maria vuole essere chiara: non intende crescere i suoi figli nella paura. «Ci sono pochissimi matrimoni misti oggi», afferma, prima di dare la sua spiegazione: «I politici giocano la carta dell’identità per ignorare i problemi reali. Se ci fossero più posti di lavoro e migliori condizioni di vita, ci sarebbero meno attriti».

Del resto, Maria può testimoniare la divisione in prima persona: è un medico dell’ospedale clinico universitario di Mostar, una delle due strutture della città. Quello dove lavora Maria è frequentato soprattutto dai croati: «Mostar non è una città molto grande; in realtà, basterebbe un’unica struttura. Ma qui è tutto una diretta conseguenza della guerra».

Nel passeggino che spinge, si sente piangere Ivan, il suo figlio di 14 mesi. Tra qualche anno imparerà a leggere e scrivere nella scuole croata, nel contesto del sistema educativo segregato che vige in Bosnia. Il risultato? Studierà su libri di Storia diversi da quelli dei suoi coetanei bosniaci.

«Discuto spesso con mio padre. A lui non piace che abbia amici bosniaci»

In un angolo del parco, un gruppo di giovani godono dei primi giorni di vacanze estive, passeggiando nel cortile del maestoso Gimnazija. Ricostruito dopo la guerra, questo liceo è atipico: è l’unico in città che accoglie studenti di qualsiasi comunità. Ma anche in questo caso, tuttavia, l’eterogeneità ha i suoi limiti: «L’espressione “due scuole sotto lo stesso tetto” è usata spesso per descrivere la nostra struttura», spiega Emma, una studentessa di 18 anni mentre fuma una sigaretta: «Anche qui, bosniaci e croati hanno comunque ancora lezioni separate, con orari diversi». E così non solo materie come storia, ma addirittura matematica e religione cambiano a seconda delle origini degli studenti.

Ovviamente, tutto questo non impedisce ai ragazzi di scivolare attraverso le maglie del sistema: «I bagni della scuola, il luogo di ritrovo per i fumatori, è dove bosniaci e croati possono fare amicizia», confida Emma – un sorriso si fa largo sul volto: «Ma quando vogliamo organizzare una festa, ci serve il permesso di entrambi i presidi». Come molti dei suoi compagni, anche lei trova la situazione assurda. «Discuto spesso con mio padre. A lui non piace che abbia amici bosniaci», si rammarica. Poi si gira subito verso il suo compagno, il giovane Lorens, 17 anni, musulmano bosniaco: il loro abbraccio è rivelatore di una mentalità diversa.

Un «modello» per l’Europa

Si possono alleviare le tensioni attraverso la cultura e le arti? Dalibor Nikolic si aggiunge a tutti coloro che, a Mostar, cercano di ricostruire un dialogo. Ai piedi del centro culturale Kosača, l’artista-scultore di45 anni ammette subito che «il processo di riconciliazione richiede tempo», ma «ciò che ci rende ricchi è proprio la diversità». Dalibor pensa in grande. Fa parte di un collettivo che ha lavorato alla candidatura di Mostar a Capitale europea della cultura per il 2024. A suo avviso, sarebbe un traguardo prestigioso che, qualora raggiunto, farebbe brillare gli enti culturali della città e migliorerebbe i rapporti tra le comunità.

«Se Mostar sarà riconosciuta come Capitale europea della cultura, la città potrebbe rinascere in un certo senso»

«Se vinciamo la gara, l’idea è quella di alimentare un entusiasmo costruttivo tra persone delle diverse comunità. Dobbiamo riunire tutti, soprattutto le generazioni che hanno vissuto la guerra. Il cambiamento è già in corso». Fatto eccezionale: l’iniziativa ha ricevuto l’approvazione del municipio, degli undici partiti politici della città, e di dieci istituzioni culturali e di diverse ONG di Mostar. Si tratta di un vero, nonché raro, consenso che rallegra Dalibor: «In un Paese politicamente bloccato, la nostra iniziativa porta una boccata d’aria fresca. Se Mostar sarà riconosciuta come Capitale europea della cultura, la città potrebbe rinascere in un certo senso». Non solo: Mostar potrebbe persino diventare un modello, secondo Dalibor, per il resto del Continente in lotta con l’ascesa dei partiti populisti: «Possiamo dimostrare che siamo in grado di superare le grandi sfide legate alle questioni dell’identità». Dimostrare, insomma, che costruire ponti è ancora possibile.

N.B. Ndr. L’articolo è stato redatto prima che Bodø (Norvegia) diventasse ufficialmente Capitale europea per la cultura del 2024.

Foto di copertina: Muro di una casa con tracce di proiettili © Patrice Sénécal